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mercoledì 19 gennaio 2022
 
 

"Ringraziare significa avere la certezza di essere amati"

30/12/2020  Papa Francesco spiega la guarigione dei dieci lebbrosi e ricorda che l'unico tornato indietro per dire grazie della guarigione esprime la gioia di non essere più malato, ma anche il riconoscimento di essere nel cuore di Dio.

La vicenda dei dieci lebbrosi guariti spinge a soffermarsi sulla preghiera di ringraziamento. Papa Francesco, nel corso dell’udienza generale, prende spunto dal Vangelo di Luca per ricordare che Gesù non si sottrae all’incontro con le persone più sofferenti, anzi fa di più. Le tocca e le guarisce. «A volte va oltre i limiti imposti dalle leggi e tocca il malato, lo abbraccia, che non si poteva fare lo guarisce». Con i dieci lebbrosi, invece non c’è il contatto, ma Gesù li invita ad andare dai sacerdoti «i quali erano incaricati, secondo la legge, di certificare l’avvenuta guarigione. Gesù non dice altro. Ha ascoltato la loro preghiera, il loro grido di pietà, e li manda subito dai sacerdoti. Quei dieci si fidano, non rimangono lì fino al momento di essere guariti, no, si fidano e vanno subito, e mentre stanno andando guariscono, tutti e dieci. I sacerdoti avrebbero dunque potuto constatare la loro guarigione e riammetterli alla vita normale». Ma qui c’è il punto «più importante: di quel gruppo, solo uno, prima di andare dai sacerdoti, torna indietro a ringraziare Gesù e a lodare Dio per la grazia ricevuta. Solo uno, gli altri nove continuano la strada. E Gesù nota che quell’uomo non era un ebreo, era un samaritano, una specie di “eretico” per i giudei del tempo». Lo stesso Gesù commenta dicendo: «Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». Il racconto, dice il Papa, «è toccante e, per così dire, divide il mondo in due: chi non ringrazia e chi ringrazia; chi prende tutto come se gli fosse dovuto, e chi accoglie tutto come dono, come grazia». La preghiera di ringraziamento «comincia sempre da qui: dal riconoscersi preceduti dalla grazia. Siamo stati pensati prima che imparassimo a pensare; siamo stati amati prima che imparassimo ad amare; siamo stati desiderati prima che nel nostro cuore spuntasse un desiderio. Se guardiamo la vita così, allora il “grazie” diventa il motivo conduttore delle nostre giornate. Grazie e tante volte dimentichiamo di dire grazie. Per noi cristiani il rendimento di grazie ha dato il nome al Sacramento più essenziale che ci sia: l’Eucaristia». Questo, infatti è il significato della parola greca eucaristia: ringraziamento: «I cristiani, come tutti i credenti, benedicono Dio per il dono della vita. Vivere è anzitutto aver ricevuto. Vivere è innanzitutto aver ricevuto, aver ricevuto la vita. Tutti nasciamo perché qualcuno ha desiderato per noi la vita. E questo è solo il primo di una lunga serie di debiti che contraiamo vivendo. Debiti di riconoscenza. Nella nostra esistenza, più di una persona ci ha guardato con occhi puri, gratuitamente. Spesso si tratta di educatori, catechisti, persone che hanno svolto il loro ruolo oltre la misura richiesta dal dovere». E sono loro che «hanno fatto sorgere in noi la gratitudine. Anche l’amicizia è un dono di cui essere sempre grati. Questo “grazie”, che dobbiamo dire continuamente, questo grazie che il cristiano condivide con tutti, si dilata nell’incontro con Gesù». E portano sempre gioia. «Anche noi siamo stati chiamati a partecipare a questo immenso tripudio. Lo suggerisce anche l’episodio dei dieci lebbrosi guariti. Naturalmente tutti erano felici per aver recuperato la salute, potendo così uscire da quella interminabile quarantena forzata che li escludeva dalla comunità. Ma tra loro ce n’è uno che a gioia aggiunge gioia: oltre alla guarigione, si rallegra per l’avvenuto incontro con Gesù. Non solo è liberato dal male, ma possiede ora anche la certezza di essere amato. È questo il nocciolo, quando tu ringrazi, dai grazia esprimi la certezza di essere amato questo è un passo grande: avere la certezza di essere amato». Perché «è la scoperta dell’amore come forza che regge il mondo».

Dunque, conclude il Papa, «non siamo più viandanti errabondi che vagano qua e là: no, abbiamo una casa, dimoriamo in Cristo, e da questa “dimora” contempliamo tutto il resto del mondo, ed esso ci appare infinitamente più bello». Noi «siamo figli dell’amore, siamo fratelli dell’amore, siamo uomini e donne di grazia. Dunque, fratelli e sorelle, cerchiamo di stare sempre nella gioia dell’incontro con Gesù. Coltiviamo l’allegrezza. Invece il demonio, dopo averci illusi con qualsiasi tentazione, ci lascia sempre tristi e soli. Se siamo in Cristo, nessun peccato e nessuna minaccia ci potranno mai impedire di continuare con letizia il cammino insieme a tanti compagni di strada». Per questo non dobbiamo tralasciare di ringraziare: «Se siamo portatori di gratitudine, anche il mondo diventa migliore, magari anche solo di poco, ma è ciò che basta per trasmettergli un po’ di speranza. Il mondo ha bisogno di speranza. Tutto è unito e legato, e ciascuno può fare la sua parte là dove si trova. La strada della felicità è quella che San Paolo ha descritto alla fine di una delle sue lettere: “Pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito”. Non spegnere lo Spirito, bel programma di vita, lo Spirito che abbiamo dentro e che ci porta alla gratitudine».

 
 
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