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domenica 27 settembre 2020
 
Scuola
 

«Rinuncio alla cattedra, lo faccio per i miei figli»

01/09/2015  La scelta di Amneris, professoressa a Scampia, che ha detto no al posto fisso in una scuola del Nord: «Sembra strano? Vi spiego perché»

«Non lascio Scampia per Pordenone. Non posso nemmeno estirpare i miei figli dalla loro vita». Per la professoressa Amneris Orabona la “Buona scuola” non aiuta la buona famiglia. Lei lo sta vivendo sulla sua pelle. Madre di tre gemelli adolescenti di 16 anni, 48 anni di cui 23 da precaria, è una delle insegnanti che il 14 agosto scorso, collegata on line al sito web del Miur, non ha premuto il tasto ‘invia’ alla domanda per l’assunzione di massa prevista dal decreto. Resterà nelle graduatorie e spera di poter effettuare una supplenza annuale.

Una scelta impegnativa, come il nome che i suoi genitori le hanno cucito addosso ricordando la coraggiosa protagonista dell’Aida di Verdi. «Speravo che questo decreto potesse salvare davvero la scuola», racconta con rabbia. «Invece porta solo le famiglie allo sfascio e disorientamento negli alunni». Nella sua casa di Castellammare di Stabia c’è il computer con cui ha approfondito le notizie sulla “Buona Scuola”. La fotografia della scuola italiana al momento è in chiaroscuro. I docenti sono al Sud mentre le cattedre al Nord. Sicilia e Campania le regioni con il maggior numero di domande. Il futuro e il passato di Amneris è tutto su quella scrivania dominata dalla pergamena di laurea in Lettere appesa al muro e ingombra di carte, libri di testo, poesie da assegnare e ricordini. «Non c’è solo la mia vita ma anche quella dei miei alunni», aggiunge. «Ho insegnato nei licei ma poi, perdendo anche dei punti per la graduatoria, ho scelto le medie e ora sono a Scampia».

È in questo quartiere ghetto di Napoli per troppo tempo abbandonato dalle Istituzioni e dalla politica, dove la voglia di rinascere fa a cazzotti con la totale mancanza di strumenti e risorse che il ruolo dell’educatore assume un’importanza centrale nella crescita dei ragazzi. «Il vero docente si vede nelle situazioni difficili», spiega Amneris. «È una missione, non si può semplicemente sedersi in cattedra e spiegare. Bisogna capire che problemi hanno i ragazzi, parlare con loro indirizzandoli con esempi. Un lavoro del genere non può essere limitato alla voce di una legge finanziaria. La verità è che la scuola merita una voce a parte anche solo per i sacrifici che si fanno».

E non sono solo gli anni di studio, la conquista per l’abilitazione e poi la sveglia alle cinque e mezza di mattina per arrivare puntuali nella scuola che dista trenta chilometri da casa. I sacrifici cui l’insegnante allude sono quelli legati ai suoi tre figli. Giovanni, Valentina ed Eugenio sono il motivo più forte per cui Amneris ha scelto di rinunciare ad andare dove c’è lavoro. «Non voglio renderli dei nomadi. Hanno 16 anni e portarli via dalla loro casa, dai loro amici, dalla loro scuola e dai loro affetti sarebbe una violenza». Amneris vive da sola con i suoi tre gemelli a cui non manca l’appoggio dei nonni sia materni che paterni. «Non voglio abbandonare i miei figli, la mia città, non voglio vendere la mia casa e nemmeno affittarla a sconosciuti, non voglio fare pellegrinaggi per vedere i ragazzi e non voglio usarli come pacchetti da spostare in continuazione».

 La passione di trasmettere valori e nozioni ai ragazzi si scontra con il cuore di mamma che la porta a cercare stabilità economica e fisica, per i suoi figli. «Se si sceglie di presentare domanda per la stabilizzazione, la famiglia si divide senza avere una garanzia: ne ho parlato con le mie colleghe e ho capito di non essere sola a vivere questo disagio. Dopo il primo anno di ruolo si entra nel sistema dei distretti e quindi il trasferimento non è nemmeno una scelta definitiva perché poi negli anni successivi bisogna cambiare ancora città. Tutto questo non tutela la famiglia. Molte mie colleghe invece stanno litigando con i mariti e altre hanno problemi ben più seri come parenti da accudire con malattie o handicap. Io ho deciso di rimanere qui, ma con la morte nel cuore».

 
 
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