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venerdì 07 agosto 2020
 
 

“Ritmi e danze dal mondo”: da 21 anni crocevia d'arti e culture

02/06/2016  Al via la manifestazione (fino al 5 giugno) che si svolge a Giavera del Montello, le bellissime colline in provincia di Treviso. Dalle poche centinaia di partecipanti della prima edizione, la kermesse è arrivata l’anno scorso a 28 mila presenze, con 40 associazioni coinvolte, 450 volontari e ospiti da 140 Paesi del mondo. Ne parla don Bruno Baratto, organizzatore dell’evento fin dalla “prima ora”.

Nelle foto: momenti delle ultime edizioni di "Ritmi e danze dal mondo", dal 2 al 5 giugno a Giavera del Montello (Treviso).
Nelle foto: momenti delle ultime edizioni di "Ritmi e danze dal mondo", dal 2 al 5 giugno a Giavera del Montello (Treviso).

«Abbiamo iniziato con un gruppo senegalese, uno peruviano e uno italiano sul campo di calcio della parrocchia», racconta così gli esordi, don Bruno Baratto, incaricato nel 1996 dalla Diocesi di Treviso di occuparsi del festival “Ritmi e danze dal mondo” di Giavera del Montello.

Comincia da qui la storia di questa manifestazione, “crocevia di arti e culture”, quest'anno alla ventunesima edizione, intitolata “Geo...Grafie Fuorirotta”, che si svolge dal 2 al 5 giugno a villa Wassermann, un angolo verde inserito nella via più storica del paese.

Cecilie Kyenge.
Cecilie Kyenge.

Da qualche centinaio di partecipanti alla prima edizione, ai 28 mila di quella dello scorso anno, e poi 40 associazioni coinvolte, le comunità di migranti, 450 volontari, le scuole di ogni ordine e grado, ospiti provenienti da 140 Paesi del mondo, i nomi noti, a partire da quel Marco Paolini, a cui il Festival deve la grande svolta verso un progetto molto più ampio e conosciuto. Sono passati per Giavera, professionisti, artisti, politici, come il ministro Cecilie Kyenge, il comico Natalino Balasso, il violoncellista Mario Brunello, il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, l'economista Loretta Napoleoni, la scrittrice indiana Laila Wadia, il cantante e politico senegalese Youssou N'Dour, e tanti altri.

«Un'iniziativa cresciuta “man man”», dice don Bruno, con una tipica espressione veneta, «a volte abbiamo soltanto dovuto assecondare alcune dinamiche, altre volte, abbiamo dovuto agire affinché questa evoluzione funzionasse. Crescevano i partecipanti e si poneva il problema dello spazio. D'altra parte, spazi più grandi richiedono incrementi di impegno e modifiche delle proposte. Tanto per dire, ciò che oggi facciamo in villa, non era pensabile farlo allo stadio. Sicuramente l'incontro con Paolini, che ha creduto in noi, ci ha dato il coraggio per contattare altri nomi importanti. Lo scorso anno, nello spegnere le venti candeline, abbiamo riflettuto molto per decidere se proseguire, in che modo, che cosa cambiare. Vent’anni sono un capitale, ma sono anche pesanti, se si pensa che si tratta di un'iniziativa tutta basata sul volontariato. Il Comitato organizzatore si ritrova praticamente tutto l'anno, anche per realizzare eventi che raccolgano finanziamenti. Tuttavia, abbiamo scelto di continuare, perché sappiamo di avere una credibilità che non possiamo sprecare; e questo è un tempo in cui va usata».

- Una manifestazione multietnica e interculturale in un territorio dall'anima leghista: come ve la siete cavata?

«Abbiamo fatto ferocemente attenzione a non avere apparentamenti politici. Il festival già di suo ha un grande significato politico, immagini cos'ha voluto dire soprattutto negli anni dell'amministrazione Gentilini. Perciò abbiamo scelto di puntare sul discorso culturale: il cibo, i vestiti, le presentazioni di libri, la musica, i dibattiti sono venuti dopo». 

- Che cosa significa esattamente il titolo di quest'anno?

«Intanto, nasce dalla condivisione. Abbiamo dato quattro titoli a tutte le associazioni e la loro scelta è caduta su questo “Geo...Grafie Fuorirotta”. Con Geo, ovviamente intendiamo la terra, ma anche grafia, segno, traccia, che ognuno può lasciare su questa terra. Non solo, quindi, un discorso geografico, a significare i Paesi diversi, ma anche nel senso di segni diversi che vengono lasciati e si possono lasciare. Una sorta di cammino di ricerca che ci provoca a un adattamento “resiliente” a quello che ci accade attorno. Non è più possibile pensare il mondo come prima, neppure a livello locale. Ed ecco perché “Fuorirotta”: dal punto di vista fisico, di gente che si muove su rotte impreviste, anche per sopravvivere, e dal punto di vista del nostro approccio, perché quanto succede ci provoca a ripensarci. Quali risposte possono essere messe in atto per stare dentro a queste nuove geografie? Le comunità spesso reagiscono in maniera fisiologica, in parte con la paura, alzando muri, è comprensibile, guai a non tenerne conto, ma non possiamo fermarci a questo, perché è perdente. Dobbiamo aprire percorsi possibili, imparare a rispondere in maniera creativa a stimoli anche molto, molto forti, che, lì per lì, ci spiazzano».

- Un bel risultato del Festival è che sono nate idee che poi si sono sviluppate sottoforma di progetti collaterali.

«Sì, per esempio il progetto di artigianato migrante “Le terre di Artijgianè”, sostanzialmente un'importazione di ceramiche senegalesi. Poi sono nati i viaggi di conoscenza e solidarietà, come quello in un campo rifugiati della Tunisia. Piccole iniziative che hanno trovato nel festival un volano di energie».

- Oggi, dal punto di vista dell'integrazione, la sensazione che si ha è di essere tornati indietro. Come si riaggiusta?

«Cercando di resistere ‒ anche dal punto di vista cristiano-teologico ‒ alle tentazioni pregiudiziali, continuando a mantenere un senso critico, e rigiocando di nuovo una creatività possibile. Io lavoro qui, nel territorio trevigiano, qui ho alcune possibilità e qui me le gioco. Abbiamo una serie di risorse da parte dei gruppi di migranti che sono qui da più tempo, proviamo altre dinamiche. Molti di loro hanno riflettuto su quanto andava capitando. Io sono anche incaricato di mantenere le fila del dialogo tra cristiani e musulmani, alcune iniziative insieme sono possibili perché ci sono state in passato frequentazioni che ci hanno portato a fidarci gli uni degli altri. Questo capitale di conoscenze e relazioni è importante, dimenticarlo è colpevole. Se non ci fosse stato questo pregresso, non si sarebbe svolta nessuna manifestazione da parte delle comunità islamiche dopo Bataclan o Charlie Hebdo».

A Giavera, danze e spettacolo, ma anche dibattiti e conferenze.
A Giavera, danze e spettacolo, ma anche dibattiti e conferenze.

- Il pluralismo delle società di oggi rende la vita più complessa.

«I musulmani si sono scoperti plurali nell'immigrazione. Prima chi stava in Marocco pensava che quello fosse l'unico modo di vivere. Come i cattolici si sono scoperti plurali quando hanno conosciuto quanto accadeva in Irlanda, ma gli stessi veneti si sono scoperti plurali quando sono arrivati i siciliani. Prima non era possibile. Vivi il tuo e pensi che sia l'unico. Mantenere lo sguardo pluralista è una gran fatica per tutti, perché ti chiede di fare i conti continuamente con situazioni conflittuali».

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