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lunedì 20 maggio 2024
 
 

Rohani, il volto "buono" dell'Iran

16/06/2013  Hassan Rohani, 64 anni, è il nuovo presidente della Repubblica islamica. Moderato e riformatore, vuole promuovere aperture interne e avviare nuovi rapporti con Stati Uniti ed Europa.

Forse è troppo presto e azzardato parlare di "primavera" iraniana (sulla scia dell'ondata di "primavere" che ha attraversato il Medio Oriente). Ma sembra fuori di dubbio che per l'Iran si stia preparando una nuova stagione, in fatto di politica interna, economia e relazioni internazionali. E' questa la sensazione dominante che aleggia il giorno dopo la vittoria del clerico Hassan Rohani, il candidato riformista e moderato, alle presidenziali al primo turno, con il 50,68% dei consensi. E' questa la sensazione dell'Europa e degli Stati Uniti, entusiasti della scelta degli iraniani (che sono andati alle urne in massa, con un'affluenza superiore al 70%). L'unica voce diffidente proviene da Israele, che resta scettico e dichiara di voler giudicare il nuovo presidente solo dai fatti e dalle azioni che compirà di materia di nucleare.

Hassan Rohani, 64 anni, è stato spalleggiato nella sua candidatura dagli ex presidenti riformisti Rafsanjani e Khatami. Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano per sedici anni, ha guidato il negoziato sul programma nucleare iraniano durante la presidenza di Khatami. In quel periodo la Repubblica islamica accettò di sospendere il programma di arricchimento dell'uranio, che venne però poi ripreso nel 2005 quando salì al potere per la prima volta il nazionalista Ahmadinejad.

La vittoria di Rohani in qualche modo appare anche come la rivincita - o meglio rinascita sotto forma del voto - del Movimento verde, l'onda di proteste che nel 2009, dopo il voto che portò alla rielezione di Ahmadinejad, portò gli iraniani per le strade e nelle piazze, a Teheran ma anche nel resto del Paese, per denunciare i presunti brogli elettorali. Rohani ha conquistato il voto di coloro che quattro anni protestavano contro il regime promettendo riforme interne, più aperture e rinnovate relazioni con la comunità internazionale. Aperture all'interno e una linea più morbida verso l'esterno. 

Il nucleare rimane il nodo centrale dei rapporti dell'Iran con gli Usa e la comunità internazionale. Ma la vera emergenza per il Paese è la pesante crisi economica. Gli ultimi otto anni, quelli della presidenza di Ahmadinejad, hannio segnato un progressivo impoverimento della popolazione. La disoccupazione, secondo i dati statistici, è fortemente aumentata e un iraniano su 4 è senza lavoro. In un Paese largamente dipendente dal petrolio, le sanzioni internazionali hanno avuto pesanti e inevitabili ripercussioni sulle esportazioni e, dunque, sull'economia. La ripresa economica dell'Iran è strettamente legata all'andamento delle relazioni con la comunità internazionale. Finché queste non saranno normalizzate è difficile pensare a una crescita. Per questo in Iran serviva un riformatore, un volto nuovo, più affidabile, meno "falco", dopo gli anni bui di Ahmadinejad. Lo chiedevano i cittadini iraniani e i Paese occidentali. Ma anche i ribelli siriani, i quali sperano che l'Iran smetta di sostenere il regime di Bashar al Assad. Ora, certo, bisogna aspettare i primi fatti, che daranno conferma della volontà riformatrice.  Ma, intanto, le buone premesse ci sono.  Non sarà, magari, una primavera iraniana. Ma sono i primi passi per una svolta.

 
 
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