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«Roma, la mia vita in borgata alla scuola della Parola»

23/12/2014 

«In pratica siamo più o meno a riposo, anche se un prete in pensione non va mai. Poi dipende da ciascuno scovare un po’ di lavoro». Don Enrico Ghezzi, 76 anni, per 15 parroco a San Melchiade, nella borgata romana del Labaro, per 17 a San Vigilio, all’Eur, e poi rettore, per tre anni, a Santa Maria dell’Orto a Trastevere, si gode il riposo scandendo le giornate tra studio, preghiera e impegni pastorali. «Perché in realtà non ho mai smesso di seguire la mia gente e do volentieri una mano, per i catechisti, le Messe e per i bambini della prima Comunione, nella parrocchia della Stella mattutina».

Don Enrico Ghezzi.
Don Enrico Ghezzi.

Stanza nel Seminario Maggiore di Roma, in viale Vaticano, dove abitano un’altra decina di preti tra cui tre in pensione, don Enrico si sveglia presto.
Poi alle sette e mezzo scende a fare colazione. Mattinata dedicata «ai malati nei vari ospedali, oppure ai miei parrocchiani del Labaro.
Vado ancora spesso in borgata a trovare soprattutto le famiglie in difficoltà ». Il pomeriggio, invece, quasi sempre è dedicato ai libri.

«La mia giornata è tranquilla, serena, cerco di pregare un po’ e di studiare molto. In più do consulenze in qualche parrocchia. Ma non ci sono orari fissi. A parte pranzo e cena che si cerca di fare in comune con gli altri sacerdoti che abitano qui e qualche Messa che concelebriamo, ciascuno ha i suoi orari che dipendono dalle varie attività. Ogni giornata è diversa dalle altre».
La vita da parroco non gli manca, «sia perché sono ancora in parte assorbito dalle attività pastorali, sia perché sono stato contento della vita che ho fatto e credo di aver dato il meglio che potevo in quegli anni».

E poi, in realtà, il contatto con quella che chiama “la mia gente”, don Enrico non lo ha mai perso. «Ogni tanto, con un gruppo dei miei ragazzi di un tempo, andiamo a Camaldoli. Pochi giorni fa abbiamo approfondito, parlando del Sinodo, il versetto di Matteo quando parla del divorzio e mette la clausola “tranne che…”.
Abbiamo cercato di ambientare storicamente come veniva inteso il matrimonio al tempo di Gesù. È solo un esempio di come un certo dialogo non sia mai venuto meno». Così come il contatto con la Parola. «Ora si parla tanto di formazione permanente, e io credo che questa si debba basare sulla Bibbia.
Due volte al mese noi preti dovremmo essere obbligati a questa formazione biblica. È da qui che si dovrebbe sviluppare un nuovo modo di pensare, di agire, di predicare».

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