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Romedio, l'eremita che anticipò San Francesco

15/01/2015  Il 15 gennaio ricorre San Romedio, il santo famoso ai più per aver ammansito l'orso, ma che è di grande attualità per la scelta del romitaggio e l'amore per la natura. Siamo andati a visitare l'eremo che sorge in Val di Non, nel Trentino.

eramo di San Romedio in Val di Non, Trentino
eramo di San Romedio in Val di Non, Trentino

Oggi, 15 gennaio, ricorre San Romedio.  Santo eremita di origini tirolesi vissuto nel XI secolo, figura di grande fascino per la sua sensibilità “francescana” ante-litteram, per il suo  amore verso la natura e per la scelta “forte” del romitaggio. Al di là della tradizione e delle leggende che lo immortalano assieme all’orso ammansito, Romedio di Thaur è un cristiano di grande attualità; e di grande suggestione è l’eremo trentino che sorge dove si ritirò il santo e che  racconta tutto della sua vita. Siamo andati a visitarlo.

   Avvicinarsi a San Romedio “richiede un cammino”, recita una delle guide al santuario. E’ raro, in effetti, trovare un luogo che sposa così bene l’esperienza del camminare con quella del “pellegrinare”, quella dell’ascesa con quella dell’ascesi.

Il santuario al suo interno
Il santuario al suo interno

Una stretta forra, profonda cento metri e lunga oltre due chilometri, che conduce a uno spuntone di roccia sul quale nei secoli s’è aggrappato a strati un eremo di bellezza straordinaria in un contesto naturale di suggestione potente: è il percorso che fanno i visitatori partendo dal paese di Sanzeno, nel cuore della Val di Non, per giungere al santuario. Lo stesso che ogni anno, la notte del 14 gennaio, il giorno prima della festa di San Romedio eremita, compie la processione silenziosa al lume delle fiaccole per salire fin quassù. 

   Non è difficile immaginare cosa provasse il giovane Romedius, inquieto e sensibile rampollo di una nobile famiglia bavarese proprietaria del castello di Thaur, non distante da Innsbruck, quando, tra il 1050 e il 1100,  per la prima volta s’inoltrò in questa gola selvaggia, dopo aver visitato le tombe dei tre santi martiri di Sanzeno, Sisinio, Alessandro e Martirio (IV secolo). Quella rupe circondata da pareti rocciose, isolata dal resto del mondo, era il posto tanto cercato per porre il suo romitaggio. Vende tutti i suoi beni che dona al vescovo di Trento e  si ritira in cerca di Dio, assieme ai suoi due compagni Abramo e Davide, in una grotta sottostante la cima del picco.  Già subito dopo la morte dell’eremita, la tomba lì costruita, diventa meta di pellegrinaggio. Il primo corpo del santuario, l’antica chiesa col sacello, dove sono conservate le reliquie del santo, e  che sta  più in alto sulla rupe, è del XII secolo. A scendere, gli ampliamenti successivi. Il grande intervento edilizio del 1700 è quello che dà l’impronta attuale al santuario.

Il sacello dove sono custodite le reliquie del Santo
Il sacello dove sono custodite le reliquie del Santo

Da secoli, quindi, pellegrini provenienti sia dal Tirolo che dalle terre trentine, ma oggi da ogni dove, giungono a decine di migliaia ogni anno in questo luogo sacro di silenzio e preghiera, per fare esperienza di contemplazione, per cercare “il senso”, sulle tracce del santo taumaturgo, che l’iconografia descrive col saio, il bastone del pellegrino e  un orso ammansito al guinzaglio tanto simpatico alla tradizione popolare.  
 La custodia dell’eremo, che fu per secoli anche protettorato della famiglia Thun, risale al 1120. Oggi ad accoglierti sono i frati Minori Conventuali di Sant’Antonio di Padova, guidati dal rettore padre Giorgio Silvestri, dopo che per 50 anni lo avevano  custodito i frati Minori. “Anche uno scettico resta colpito dalla suggestione di questo posto: qui non sono avvenuti prodigi, non è apparsa  la Madonna, eppure tanti vi giungono in ricerca di qualcosa”, spiega padre Mario Cisotto, vice-rettore del santuario, la nostra guida.  E’ la domanda che si legge scritta sui muri appena varcato l’ingresso, ai piedi della ripida scalinata che conduce alla Chiesa Maggiore: “Pellegrino a che sei venuto?”. Il percorso, lungo i 131 scalini che portano al cuore del santuario, e che qualcuno sale ancora in ginocchio, offre la possibilità di rispondere al quesito, trasformando la salita in un percorso spirituale, una catechesi multimediale ante-litteram, scandita dalle cinque chiese edificate nel tempo. Si parte dall’orrido per arrivare al sublime.

una cameretta dove possono alloggiare i pellegrini
una cameretta dove possono alloggiare i pellegrini

“San Romedio sembra accoglierti a braccia spalancate  e dirti: regalati del tempo per meditare, come ho fatto io”, continua il frate. “Respira la natura che sta attorno, vedi i segni dell’arte, ascolta il tuo cuore che palpita per la fatica della salita. Oggi, se ti metti in cammino, Romedio ti consegna un’eredità immensa: quella di chi, abituato a voler sempre altro dalla vita, ha scoperto ciò che fa star bene una volta per tutte: Gesù Cristo”. 
  Tra le sette edicole che interpretano la fatica di chi sale “le scale della vita” e i tanti ex-voto appesi alle pareti dai devoti che ringraziano il santo per una grazia ricevuta (una guarigione, uno scampato pericolo, la nascita tanto attesa di un figlio, l’amore del coniuge), si arriva infine alla Chiesa Maggiore di San Romedio e l’attigua Chiesa Antica. Il percorso si conclude nella cella originaria col sacello delle reliquie. Il viaggio-salita termina cioè dove la storia ebbe inizio, lassù sul punto più alto della cuspide rocciosa, dove l’eremita avrebbe costruito la prima chiesetta, o almeno avrebbe piantato una povera croce di legno, e dove venne sepolto.   

Multimedia
San Romedio: l'eremo che ospita anche gli orsi
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