logo san paolo
giovedì 27 gennaio 2022
 
 

Romeo e Giulietta, storia senza tempo

22/12/2012  «Israeliani e palestinesi sono i Montecchi e i Capuleti di oggi», dice Sasha Walz, che firma il balletto che inagurerà la stagione della Scala. «E padre Lorenzo è un vero pacifista».

Dopo il Lohengrin anche l’apertura della nuova stagione di balletto del Teatro alla Scala riserva sorprese: Roméo et Juliette sulla Symphony dramatique op.17 di Hector Berlioz, in scena dal 28 dicembre (la seconda recita ufficiale dopo lo sciopero che ne ha fatto saltare il debutto) e sino all’8 gennaio, porta la firma di Sasha Waltz, una coreografa non proveniente dalle file del balletto, bensì dalla danza contemporanea.

Generazione anni Sessanta, la tedesca Waltz si è imposta, appena trentenne
(ora ha quasi cinquant’anni) all’attenzione internazionale, ma dal 2005 il suo nome è abbinato a cosiddette “opere coreografiche”: danza e teatro musicale si fondono in un inedito abbraccio, di cui lei stessa ci parla. «Ho sperimentato l’idea di un teatro totale che parte dal corpo e muove tutto, persino la scenografia in Dido&Aeneas , una ‘quasi’ opera baracca di Henry Purcell; facevo danzare non solo i ballerini della ‘Sasha Waltz& Guest’, il mio gruppo, ma anche cantanti e coristi. In Roméo et Juliette il coro e le voci si muovono con maggiore cautela, ma nel finale si mescolano ai danzatori in costumi chiari (Capuleti) e scuri (Montecchi) per dare vita a una grande azione collettiva».

Il suo Roméo et Juliette è nato nel 2007 per il Balletto, il Coro e l’Orchestra dell’Opéra di Parigi, ora rinasce alla Scala, come?

«Senza variazioni. Quando creo una coreografia, rimango sempre fedele all’originale. Inoltre, se il lavoro è destinato a una compagnia diversa dalla mia, non concedo nuovi allestimenti. La ripresa scaligera è un’eccezione, ma per me di grande prestigio. Lavorare in un teatro come la Scala mi affascina. Inoltre, vi ho trovato ballerini attenti e disponibili a mettersi in gioco in un linguaggio tutto basato sulla fluidità e lo spostamento del peso del corpo, molto diverso da quello accademico».

Com’è passata dalla musica barocca di Purcell al romanticismo estremo e potente di Berlioz?

«Prima di affrontare la Sinfonia berlioziana del 1839, avevo già lavorato sulla musica di Schubert. Il romanticismo musicale mi attrae, l’incontro con Berlioz è stato come entrare in un vortice estatico. Sono, però, una coreografa realistica e da questa estasi ho preso le distanze per creare un lavoro insieme astratto e narrativo. Seguo la drammaturgia di Berlioz, assecondo la sua idea di assegnare al coro la funzione di commentare in anticipo ciò che poi accadrà in scena, e la preminenza che Berlioz ha voluto dare alla figura di Padre Lorenzo, vero pacifista. Dopo la morte di Romeo e Giulietta egli riesce, infatti, a ricomporre e ad azzerare la rivalità tra le famiglie sempre in lotta. Tuttavia, non ho voluto connotare il mio lavoro scenico. Non c’è Verona, la scena è sobria, eppure maestosa, i costumi chiari e scuri sono minimalisti con alcuni dettagli rinascimentali, ma solo qua e là. Per me questa tragedia non ha tempo e può rinascere in ogni momento e all’interno di qualsiasi conflitto, penso a quello, da tempo irrisolvibile, tra Israeliani e Palestinesi».

Nelle due recite, sino al 29 dicembre, lei ha scelto di portare alla Scala le due étoiles francesi cui aveva assegnato i ruoli protagonisti nel 2007 e nella successiva replica parigina del maggio scorso. Per quale ragione?
«Ho lavorato molto con Aurélie Dupont, la mia prima Giulietta, e Hervé Moreau, Romeo; i personaggi che interpretano sono cresciuti. Giulietta non è una ragazzina innocente ma determinata e volitiva. Romeo ha una personalità più sfuggente, ma entrambi devono essere danzatori maturi, con un’esperienza non solo nella danza, ma anche nella vita. La Giulietta della Dupont è davvero cresciuta dopo la sua maternità. Anche alla Scala ho scelto coppie intense (Emanuela Montanari e Antonino Sutera, poi Petra Conti ed Eris Nezha) e ho voluto danzatori non giovanissimi per interpretare il ruolo dirimente, in questo Romeo e Giulietta, di Padre Lorenzo ( Mick Zeni e nell’avvicendamento dei cast, anche Alessandro Grillo, n.d.r.)».

Quali sono le prossime sfide che la attendono?
«Oltre a Verdi e Wagner l’anno prossimo si celebrerà nel mondo anche il centenario della Sagra della primavera di Stravinskij/Nijinskij: sono stata chiamata dal Balletto Mariinskij-Kirov di San Pietroburgo ad allestire per i danzatori russi una mia Sagra . Debutterà a Parigi nello stesso teatro, il Théâtre des Champs-Elysées, in cui nacque, nel 1913, la sfortunata Sagra di Vaslav Nijinskij, il maggior scandalo coreografico-musicale nella storia del primo Novecento. Per questa impresa, ho pensato di affiancarmi a Millicent Hudson e Kenneth Archer, i due studiosi inglesi che nel 1987 riportarono alla luce, dopo sette anni di ricerche, quella Sagra originale, andata perduta».

Addio all’opera coreografica?

«No di certo. Nel 2014 debutterà l’Orfeo di Claudio Monteverdi. E questa volta l’impegno, e il rischio per me assai avvincente, sarà quello di far cantare i ballerini della mia compagnia».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo