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lunedì 02 agosto 2021
 
 

Rondine di pace nel Caucaso, Georgia

22/07/2010  La missione di pace dell'associazione nata in Toscana guardando san Francesco, La Pira e don Milani. Appunti di viaggio/4. Nel 2008 il conflitto. Odii e voglia di riconciliazione.

La basilica di Anchiskhati (VI secolo), la chiesa più antica di Tbilisi, nella parte storica della città: lì,un tempo, era conservata una preziosa icona del Salvatore. Oggi, l'icona è custodita al Museo nazionale georgiano dell'arte (foto Tips).
La basilica di Anchiskhati (VI secolo), la chiesa più antica di Tbilisi, nella parte storica della città: lì,un tempo, era conservata una preziosa icona del Salvatore. Oggi, l'icona è custodita al Museo nazionale georgiano dell'arte (foto Tips).

Tblisi, Georgia, luglio 2010

    Nel mosaico di genti, lingue e culture del Caucaso la Georgia è la più simile all’Europa. Se alla realtà aggiungiamo poi il desiderio, la Georgia è già europea. Alla frontiera avevo notato la bandiera dell’Unione Europea sventolare accanto a quella georgiana. Ripetendosi la cosa, ho approfondito. «Che significa?», ribatte un funzionario ministeriale al mio «ma voi non siete nell’Unione», «noi viviamo come se lo fossimo». In effetti l’euro si spende ovunque con tranquillità, anche con un taxista un po’ alticcio che non sbaglia un centesimo nel cambio e la sede dell’Unione europea, a Tbilisi, è grande, bella e piena di vita. 

    In attesa di entrare nella Ue i georgiani, però, vivono due ferite profonde. Si chiamano Abkazia e Ossetia del sud. Per questo Rondine fa tappa a Tbilisi, in questo viaggio di amicizia nel Caucaso meridionale. L’ultima stazione di questa grande Via crucis caucasica data 8 agosto 2008. Lo scontro, quella volta, non fu con due province separatiste, ma direttamente con i russi i cui carri armati in poche ore giunsero alle porte della capitale, mentre il mondo era ammaliato dalla spettacolare apertura dei giochi olimpici a Pechino. E ci sono rimasti. Studenti e volontari di Rondine ricordiamo quelle ore calde e angosciate di due anni fa, nel bus che ci accompagna da un incontro all’altro, dalle Università ai ministeri. Giovani rientrati in Italia frettolosamente, di notte, mentre le frontiere si chiudevano e le red lines (le linee rosse del confronto armato) si infuocavano. 

    L’ansia era per i “nostri ragazzi”, le loro famiglie, ma subito dopo si focalizzava sulla scommessa di amicizia, anima di tutto il progetto di Rondine. «Resteremo amici?», era il pensiero dominante, balbettato via etere tra la Cittadella della pace, Tbilisi, Sukumi, capoluogo dell’Abkazia, e Rostov sul Don, Mosca, Groznij, capitale della Cecenia, nonché con Magas, capitale dell’Inguscetia. Il microcosmo dello Studentato internazionale di Rondine fu sconvolto in quell’estate del 2008. I giovani russi, presenti perchè “nemici” dei ceceni, gli ingusci perché “nemici” degli osseti, i georgiani perchè “nemici” degli abkasi, si ritrovarono in un attimo con nuovi fronti di inimicizia: i georgiani contro i russi, i ceceni, gli ingusci e gli osseti, in quel nuovo conflitto alleati degli abkasi, contro i georgiani. 

    Difficile seguire queste parole per chi non studia da vicino questi fenomeni. Facile e drammatico comprendere come i destini delle persone mutano improvvisamente per le scelte di altri. Nel microcosmo di Rondine si tocca, si respira la tragedia delle guerre, la rottura delle relazioni più sincere, la rapina del futuro. Se oggi siamo qui, a Tbilisi, è perché quei giovani due anni fa rinnovarono un giuramento: non avrebbero permesso a nessuno di uccidere la loro amicizia, avrebbero investito con Rondine nel futuro e osato nuovi gesti di dialogo e di pace. Così nacque la Conferenza di un anno fa, con 150 personalità invitate da tutto il Caucaso e il Documento in 14 punti, oggi qui nelle nostre mani. Di ora in ora lo consegniamo a tutti, gente semplice e ministri, professori e giovani, madri e sacerdoti, accendendo la speranza e attivando collaborazione. 

    La Conferenza semestrale organizzata dalla Georgia per un bilancio sullo stato di avvicinamento all’Europa, svoltasi pochi giorni fa a Batumi, sul Mar Nero – presente Chaterine Ashton  Ministro degli Esteri dell’UE – aveva in voluta evidenza un posto vuoto: era il posto di Rondine, già in Caucaso e impossibilitata a partecipare. «Era l’unica Organizzazione non governativa invitata», ci viene ricordato con premura e affetto. E’ il piccolo segno di un legame di fiducia e amicizia senza cui nessun ponte si può costruire. Rimarrebbero solo le buone intenzioni e la retorica. 

    Tblisi è bella: i monti a corona, il fiume  Mtkvari che passiamo e ripassiamo su ponti larghi con artistiche ringhiere di ferro battuto di foggia ottocentesca. Non ha quasi nulla del vetusto sapore sovietico rimastoci ancora negli occhi dalla tappa di Baku, in Azerbaijan. Qui è immediatamente percepibile un profilo culturale forte, un gusto antico, una cura per l’arte. Nel Teatro ottocentesco Rustaveli, ben tenuto, incontriamo i molti amici di Rondine, rivediamo volti antichi, come il vescovo cattolico Giuseppe Pasotto, le famiglie dei nostri ex studenti ormai tornati, i loro nuovi colleghi di lavoro. E’ famiglia, è festa piena di emozioni. I mitici brindisi georgiani si mescolano alle musiche e alle danze: al centro un bambino di cinque anni che balla in costume, col piccolo pugnale e una fierezza che si direbbe inscritta davvero nel sangue. 

    Di notte la suggestione cresce grazie a una disseminata illuminazione dei monumenti. La fortezza medioevale, le chiese georgiane, armena, cattolica, la sinagoga e la moschea compongono diversi e mirabili riflessi di un’unica luce. La notte, nel viaggio di amicizia di Rondine nel Caucaso del sud, dura poco. Al mattino, sparpagliati nei taxi, a malapena riusciamo a soddisfare le tante richieste di incontro, volontà concrete di future collaborazioni. Nel colloquio col viceministro degli Esteri, Aleqsandre Nalbandov, un professore sensibile ai temi dell’educazione, Rondine riceve l’impegno georgiano ad incrementare le borse di studio per giovani che vorranno venire a Rondine. «Significa che non ve li abbiamo rovinati!», concludo. Un sorriso e un forte abbraccio suggellano lo spirito di un’unica famiglia internazionale che, pur in luoghi lontani, risponde in modo insolito a una delle più gravi emergenze educative.  

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