Sukhumi, Abkhazia, luglio 2010
Dovrebbe essere un'opera viva, che collega qualcosa a qualcos'altro, qualcuno a qualcun'altro. Invece, è un'opera morta. Che cancella ogni possibile retorica circa la pace. Sul ponte che supera il fiume Inguri, la red line che marca il "confine" tra Georgia e Abkhazia, nel Caucaso meridionale, camminiamo in ordine sparso, dietro a un ciuco che tira un improbabile carretto sgangherato su cui abbiamo caricato tutti i bagagli, guidato da un vecchio contadino caucasico che dimostra 15 anni di vita in più. E’ la nuova tappa difficile di questo viaggio di amicizia nel Caucaso che Rondine sta realizzando. Alle spalle l’ultimo avamposto georgiano, una guardiola cadente in cui due persone in divisa, con quattro fucili mitragliatori ai piedi, controllano stupiti i passaporti del gruppo internazionale che intende varcare il ponte e andare a Sukhumi.
Una sbarra arrugginita, alzata a 45 gradi, dondola spinta dal vento, nel silenzio. E’ l’unica oscillazione, l’unica incertezza. Tutto il resto è chiaro e immobile: solo le mucche che bivaccano in mezzo alla strada ciondolano la coda vicino alla faccia di alcune persone apparentemente in attesa non si sa di cosa o di chi. Il ponte che percorriamo è lungo almeno trecento metri. Il carretto porta le nostre valigie. Il bus ci ha scaricati davanti alla sbarra oscillante e se ne è andato, portandosi via il giovane georgiano di Rondine che “preferisce” restare al di là. Avanziamo in silenzio in un clima squallido, desolato, abbandonato. I nostri nomi sono stati annotati su un quadernaccio unto e adesso siamo giunti a un nuovo posto di blocco. Da una garitta mimetizzata dal fogliame, vicina a una catasta di ferraglie arrugginite, escono due giovani in divisa, sbadigliando e stirandosi, ficcandosi la camicia dentro i pantaloni. Prendono i passaporti con mani che non frequentano il sapone, non dicono una parola e, con un mossa del capo ci fanno cenno di proseguire. Transitiamo tra blocchi di cemento armato, posti nel mezzo della strada, dissuasori del nulla. Infatti passano i minuti ma non passa anima viva. Siamo soli. Ci dicono che un gruppo così non è mai passato da quel check-point.
Sul ponte silenzio. Residuati di asfalto e ampie pozzanghere ci fanno avanzare a slalom. Da lontano sembra che scherziamo, ma nessuno ne ha voglia. E’ un luogo mortifero che ti entra dentro col respiro e lo sguardo. Lentamente il ponte è traversato, il ciuco non riesce a salire un dislivello di pochi metri. Il contadino scende e qualcuno del gruppo cerca di solidarizzare con la povera bestia spingendo il carretto. Ci appaiono finalmente gli abkhazi, e con loro Kan, l’altro studente di Rondine che ci ha organizzato l’accoglienza. Altri controlli: tutto simile e simmetrico, tutto ugualmente abbandonato e arrugginito. Solca l’aria una noia da “Deserto dei Tartari”. Solo due militari (che tengono portamento e divisa un po’ più professionali) ci guardano senza per altro rispondereai nostri timidi saluti gentili. Alcuni bisbigliano: “sono russi”.
L’abbraccio con Kan umanizza di colpo l’ambiente. Ma lo squallore e l’angoscia non sono finiti. Scortati dalla polizia si parte verso Sukhumi. Percorriamo 100 chilometri velocissimi, in modo pericoloso e angosciante. Comprendiamo, traversandoli, perché gli accompagnatori ci dicono “non guardate”, “non abbiamo avuto tempo di ricostruire”. Una pietosa bugia non basta allo sguardo che si sofferma appena, tra un sobbalzo e l’altro, sulla lunga teoria di case bruciate o abbandonate. Anche gli alberi sono rimasti col loro nero fusto bruciato, ritti in mezzo a una campagna verde smeraldo, inzuppata di acqua. Macinando chilometri a zig zag per evitare i crateri lasciati ovunque dall’incuria, dai mezzi pesanti e perfino da mucche, tori e maiali che vi stazionano bellamente, l’orrore del vuoto si trasforma in angoscia per la povertà. Compaiono esseri umani.
Altri chilometri, una nuova sbarra con due poliziotti stanchi e il paesaggio cambia ancora. Entriamo in una zona che offre i segni faticosi di una civiltà. E' così, in crescendo fino a Sukhumi, sul Mar Nero. E’ come affrancarsi da una volontà di rimozione collettiva. I villaggi e le case ancora abitate da georgiani ostinati a restare sono alle spalle; ora ci sono gli abkhazi. Che si sforzano di dare di sè un'immagine tranquilla. A Sukhumi capita anche di vedere qualche arzillo anziano giocare a carte sul lungomare. Tutti ci dicono: «Noi non abbiamo nulla contro i georgiani: in Abkazia sono il 30 per cento della popolazione». Nascono allora molte domande. Ascolteremo le risposte.