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Rondoni: Francesco, una poesia come ricerca di senso

27/09/2013 

Qual è il ruolo di San Francesco nella storia della poesia e della letteratura italiana? Che cosa può ancora insegnare agli autori contemporanei lo stile dei suoi versi? Lo chiediamo a un poeta e narratore di oggi, Davide Rondoni, da poco in libreria con il romanzo Gesù. Un racconto sempre nuovo (Piemme).

- Rondoni, che significato ha per lei la poesia di San Francesco?

“Il Cantico delle creature (o Cantico di frate Sole) è la prima poesia della nostra tradizione letteraria. Ma al di là di questo fatto puramente cronologico, si tratta di un testo che ancora oggi rappresenta una scaturigine di senso poetico. Francesco è un poeta che parla della realtà e che rende onore a Dio attraverso le creature. Egli individua un compito preciso per la poesia: sondare e approfondire il segreto del reale”.

- È un compito ancora attuale?

“Assolutamente sì. Sarebbe bello che oggi la poesia continuasse a fare ciò che essa ha sempre fatto ai suoi livelli più alti, in Italia a partire appunto da Francesco: porre al centro i fatti fondamentali dell’esistenza, magari per metterli in questione, al di là di ogni facile intento consolatorio. La vita, la natura, il rapporto tra gli esseri viventi, la morte, il nostro destino ultimo, la capacità di rompere, attraverso il perdono, la concatenazione, spesso fonte di violenza, tra cause ed effetti… questi sono i temi di quel testo straordinario. Francesco addita per la poesia un significato preciso”.

- Quale?

“Se la poesia ha ancora un senso (e sono convinto che ce l’abbia), non può che essere questo: essa ha a che fare con le questioni più vere e concrete, quelle che non si misurano attraverso gli euro e lo spread, quelle che le persone vivono sulla propria pelle. Si tratta di un compito particolarmente prezioso in questa nostra epoca così schematica, moralista, distratta e superficiale. È questa la poesia che mi interessa. Francesco chiarisce un aspetto fondamentale: quando si scrive lo si fa di fronte all’assoluto. Senza tale dimensione sono solo chiacchiere inutili. Per questo personalmente mi importa molto poco tutto quel filone fatto di ghirigori stilistici e di retorica, magari travestita da antiretorica, che fa capo ai vari sperimentalismi pseudo-avanguardistici”.

- In ciò Francesco segna un modello?

“Certamente. Mi piacerebbe che, ponendosi nella sua scia, i poeti odierni tornassero, attraverso l’impegno centrato sullo stile e sulla parola, a interrogarsi sul senso dell’esistenza, del destino, del venire al mondo, della sofferenza, dell’amore, dei sentimenti e delle passioni che sanno colorare l’esistenza”.

- Che lingua è quella del “Cantico delle creature”?

“L’ha detto bene un illustre critico come Gianfranco Contini: con Francesco d’Assisi siamo su quel crinale oltre il quale l’italiano diventerà se stesso. Francesco dà l’ossatura a una lingua a cui Dante fornirà, per così dire, la muscolatura. La lingua di Francesco è un mix tra antico e nuovo. Egli riprende un lessico insieme nobile (il latino) e popolare (l’umbro parlato) per sviluppare nuovi significati, che sono quelli della lingua in gran parte ancora oggi utilizzata. E questo rapporto fra tradizione e innovazione è sempre fecondo. Almeno nella poesia migliore”.

 
 
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