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venerdì 06 agosto 2021
 
Reportage
 

Rosario Livatino trent'anni dopo: l'uomo, il magistrato, il credente

22/12/2020  Ritratto del "giudice ragazzino" ucciso il 21 settembre 1990 nel racconto di chi gli fu vicino. «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili», lasciò scritto.

«Ho alzato il lenzuolo con la mano che un po’ mi tremava perché temevo lo strazio che avrei visto. Sotto quel telo bianco c’era Rosario Angelo Livatino, offeso anche da quell’ultimo colpo sparatogli in bocca. Lo guardavo e pensavo che lì giaceva il corpo di un uomo giusto». Ottavio Sferlazza, il magistrato che per primo si recò sul luogo dell’agguato il 21 settembre 1990, ha ancora negli occhi le immagini di quel giorno. «Non potrò mai dimenticarle. L’impatto emotivo fu tremendo già dal momento in cui arrivò la notizia in procura e ci precipitammo su quella strada». Oggi procuratore capo a Palmi, il giudice fu il primo a indagare, come pm, su quell’assassinio. «Individuammo subito i killer grazie alla testimonianza di Pietro Nava. Lo sentii subito, perché arrivò la notizia della sua denuncia mentre eravamo ancora sul luogo dell’agguato. Aveva visto, dallo specchietto retrovisore, il killer con la pistola e, grazie alla sua straordinaria memoria visiva, ci ha messi in grado di individuare e arrestare gli esecutori dell’assassinio. Insieme con Rosario credo che vada sempre ricordato anche Pietro Nava».

Un’indagine che porta gli inquirenti in Germania, sulle tracce di Domenico Pace e di Gaetano Puzzangaro. E poi anche di Paolo Amico e di Giuseppe Avarello. I quattro killer che agirono su mandato dei vertici della Stidda, la fazione che voleva contendere a Cosa Nostra il controllo del territorio di Agrigento, non ebbero pietà. Spararono sulla macchina del giudice che, come ogni mattina, aveva lasciato i genitori con cui viveva a Canicattì e percorreva il viadotto Gasena per arrivare in tribunale, lo inseguirono quando lui, lasciata l’utilitaria cercava scampo nella scarpata, lo uccisero continuando a colpirlo anche quando era già ferito a morte e disteso a terra. Non aveva voluto la scorta, per non mettere a repentaglio anche altre vite e per non impressionare i suoi anziani genitori. Anche se sapeva di essere a rischio. Nelle sue agendine, tutte contrassegnate dalla scritta STD, sub tutela Dei, aveva appuntato a matita, in quella del 1986, «che il Signore mi protegga ed eviti che nulla di male venga da me ai miei genitori» e negli ultimi tempi aveva consigliato a un ragazzo che accompagnava in macchina ad Agrigento di prendere il bus. «Con un cugino con cui a volte si recava in campagna», ricorda padre Giuseppe Livatino, il sacerdote che ha curato la fase diocesana del processo di beatificazione, «aveva insistito perché non andassero insieme nella stessa macchina». 

Non ci si aspettava però l’omicidio di un giudice dopo che due anni era stato assassinato il procuratore Saetta. «I vertici di Cosa nostra non volevano nuova attenzione sul territorio», spiega Sferlazza, «ma la Stidda, al contrario, voleva dimostrare la sua forza con un omicidio eccellente e vendicarsi dell’ultimo sequestro di armi che Livatino aveva disposto contro di loro».

«Ma non c’era un singolo filone di inchiesta che i mafiosi volevano fermare. Anche se fummo tra i primi» ricorda l’ex presidente della corte di appello di Caltanissetta, Salvatore Cardinale, all’epoca pm con Livatino, «a mettere in pratica le misure di sequestro dei beni consentite dalla legge Rognoni-La Torre. Sapevamo fin da allora che la mafia, più che del carcere, ha paura di perdere le sue ricchezze».

Era risoluto e tenace quel “piccolo giudice”, come la sua insegnante del liceo Ida Abate che per prima cominciò a raccontare la sua biografia lo appellava prendendo a prestito la frase che Sciascia aveva usato per un suo personaggio: «il dirlo piccolo mi è parso ne misurasse la grandezza per le cose tanto più forti di lui che aveva serenamente affrontato».

«Non ho mai capito perché avesse preferito andare ad Agrigento», aggiunge Renato Di Natale, che lo ebbe come uditore a Caltanissetta e che poi fu presidente della corte d’assise del primo processo per il suo omicidio. «Era bravissimo e si era trovato molto bene con noi. Non avrei immaginato che mi sarei trovato a giudicare i suoi assassini».

Sempre cortese, innamorato, «ma diceva che sarebbe stato un problema sposarsi e avere figli perché non voleva lasciare vedove e orfani», Livatino aveva preso sul serio il Vangelo e il suo lavoro. «Ho prestato giuramento; da oggi quindi sono in magistratura» appunta con la penna rossa nella sua agendina il 18 luglio del 1980, e poi aggiunge a matita: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione che i miei genitori mi hanno impartito esige».

«Costituzione e Vangelo erano i suoi due pilastri, senza mai confondere il piano professionale con quello di fede e senza mai subordinare l’uno all’altro», spiega Rosy Bindi che, da presidente della Commissione antimafia ha raccolto tutti i documenti su Livatino e organizzato, il 21 settembre 2017, l’udienza da papa Francesco.

«Prendeva sul serio ogni notizia di reato, dalla più piccola alla più grande», sottolinea Giovanbattista Tona, giudice della corte di appello di Caltanissetta. «Era uno di quei giudici di provincia che potrebbero essere facilmente avvicinati perché vengono dallo stesso ambiente in cui sono cresciuti gli imputati e le persone offese di cui si devono occupare. Che condividono  e conoscono la cultura che ha creato santi, persone di grande sensibilità sociale e culturale, ma anche organizzazioni mafiose, storture, devianze. Livatino conosceva quel contesto in cui crescevano grano e zizzania e si interrogava spesso su questo messaggio e su come metterlo in pratica. Con il suo operato dimostra che la vera garanzia di terzietà del giudice non è l’essere distante. Al contrario, il magistrato che capisce meglio la realtà è quello che viene da dentro e ha un certo tipo di metodo di lavoro e di onestà intellettuale che gli permette di guardare tutto. Ecco, lo sguardo di Livatino comprendeva tutto, non solo le grandi indagini sui boss mafiosi. Per esempio, fu tra i primi a capire il valore delle indagini bancarie, delle misure di prevenzione. Comprese il ruolo rilevante che poteva avere il contrasto ai reati ambientali  anche in un epoca in cui non erano considerati ancora tali».

Tutto era importante perché erano importanti le persone e il metodo. Dava la mano agli imputati, si interessava della loro sorte. Si impegnava a fare la sua parte perché anche gli altri facessero la propria. Lo aveva dimostrato anche  sui banchi di scuola, «aiutandoci sempre, ma anche insegnandoci e chiedendoci impegno», ricorda Giuseppe Palilla, 68 anni. «Andavamo a casa sua e lui ci spiegava Kant. Parlava ad alta voce e, all’improvviso, si spegnevano le radio e le televisioni accese negli altri appartamenti. Tutti lo stavano ad ascoltare, anche le casalinghe mentre cucinavano».

«Lo ricordo bene quando venne a scuola, già da magistrato, a tenerci una lezione. Ci aveva affascinati tutti» ricorda Giusy Ferraro, 50 anni, che oggi fa parte dell’Associazione amici di Rosario Livatino. «Lo aveva invitato la professoressa Abate, per cui Livatino era l’alunno perfetto», aggiunge Riccardo La Vecchia, 51 anni. «Era molto bravo a scuola, ma si prodigava per gli altri, era umile, non ostentava», sottolinea il presidente dell’associazione Enzo Gallo, 54 anni.

Nella chiesa di San Domenico, dove andava a messa nei giorni festivi, sedeva sempre all’ultimo banco. «Non voleva che lo si notasse o che qualcuno lo avvicinasse per chiedergli qualche favore», spiega padre Livatino. Ad Agrigento invece passava dalla chiesa di san Giuseppe prima di entrare in tribunale, «ma lo si è saputo soltanto dopo la sua morte», dice ancora il postulatore. Affezionato a Paolo VI, «di cui aveva un ritratto sul letto», devoto alla Madonna, «che pregava soprattutto per la salute di sua madre», si affidava «a Dio con una fede non bigotta. Convinto, come diceva in una delle sue relazioni più importanti, considerate il suo testamento spirituale che "alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili"».

Da questa credibilità fu colpito anche Giovanni Paolo II che, il 9 maggio 1993, intervenendo alla Valle Dei Tempi aggiunse a braccio al suo discorso, dopo l’incontro toccante con i genitori del giudice, la frase rivolta ai mafiosi: «Convertitevi, verrà un giorno il giudizio di Dio».  E che definì Livatino «martire della giustizia e, indirettamente, della fede».

«Per noi un esempio da cui trarre forza», conclude Giusi Ferraro. «Io ne ho avuto esperienza diretta quando, qualche anno fa, mi sono ammalata di tumore. In quei momenti terribili mi sono rivolta a lui dicendogli: “Tu che non hai voluto figli per non lasciarli orfani, fa che no restino orfani i miei”. Non so se sarei guarita lo stesso, se è stato solo un caso, una coincidenza. Oggi però che sto bene ricordo perfettamente che, nei giorni più bui mi sono attaccata a lui e il suo esempio mi ha dato una forza che non credevo di avere».

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