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sabato 04 dicembre 2021
 
 

Rosita. Aiutateci a capire perché.

04/07/2014  Alessandra Granata e Alessandra Verri del Crisis Center, il centro altamente specializzato di servizi dell’Associazione L’Amico Charlys Onlus sul suicidio adolescenziale ci aiutano a dare qualche risposta.

Quanto accaduto a Forlì lascia sgomenti e interroga. Proviamo a capirne di più con Alessandra Granata e Alessandra Verri del Crisis Center, il centro altamente specializzato di servizi dell’Associazione L’Amico Charlys Onlus sul suicidio adolescenziale, occupandosi, mediante un intervento di tipo clinico, specificatamente di adolescenti reduci da un tentativo di suicidio, con progetti suicidali e/o che commettono gravi gesti autolesivi. E della loro famiglia.

Un gesto sconvolgente. Aiutateci a capire.

« Il suicidio e il tentativo di suicidio in adolescenza sono la manifestazione di una situazione complessa determinata dall’intreccio di numerosi fattori. Il lavoro del Crisis Center consiste proprio nell’individuare questi fattori e nel comprendere il significato profondo del gesto, significato che non coincide con le ragioni che i ragazzi solitamente adducono come cause e motivazioni del gesto. Solo questo lavoro terapeutico, che viene effettuato con chi ha tentato il suicidio, permette di dare un senso alla vicenda e di impostare poi il trattamento. Nel caso di Rosita purtroppo le motivazioni profonde resteranno un enigma».

Può essere un rapporto sbagliato con i genitori a scatenare un gesto tanto estremo? È un problema di incomunicabilità?

«Tra gli eventi che i ragazzi riportano come scatenanti il gesto suicidario ritroviamo litigi con i genitori, rotture affettive, insuccessi scolastici. Parliamo appunto di eventi scatenanti proprio perché non si tratta dell’evento in sé ad avere un valore causale in senso stretto, ma si tratta piuttosto della rappresentazione, del significato che quell’evento assume nella mente del ragazzo e nel suo percorso evolutivo. In particolare è soprattutto la rappresentazione che i ragazzi elaborano rispetto alla loro scomparsa che gioca un ruolo essenziale nella scelta del comportamento suicidario. Questo spiega perché di fronte al medesimo evento come un rifiuto, o un litigio con i genitori, alcuni reagiscono con un gesto estremo mentre altri non lo fanno. I genitori, comunque, rappresentano un punto di riferimento forte per i figli e una buona relazione con loro rappresenta sicuramente un abbassamento dei fattori di rischio o un fattore di protezione rispetto alla messa in atto di recidive. Per questo riteniamo imprescindibile lavorare anche con i genitori e sostenerli in un momento così delicato dove si scatenano emozioni tra loro contrastanti».

Puntiamo i riflettori sui genitori, in generale. Sono in grado di intercettare un malessere così fondo?

«I genitori solitamente sono in grado di intercettare il malessere, un disagio ma è difficile che un genitore possa pensare che il proprio figlio possa rifiutare la vita che gli è stata data. Dipende quindi da quanto i ragazzi decidono di comunicare le loro intenzioni e il loro malessere. Talvolta lettere, messaggi, frasi o minacce permettono ai genitori di capire il grave disagio, altre volte il progetto suicidale viene coltivato in silenzio, tenuto segreto e in questi casi è possibile rilevare solo segnali di disagio aspecifici rispetto al gesto e alla problematica suicidale».

Quali sono i suggerimenti/consigli a genitori di adolescenti per riconoscerne i sintomi?

«Il suicidio e il tentativo di suicidio sono gesti che esprimono un desiderio di rottura, di cambiamento rispetto uno stato mentale o una realtà, o una parte di essa che viene ritenuta insopportabile, questo sia nel caso in cui non siano premeditati, sia nel caso in cui invece vi sia un progetto. Innanzitutto non esistono “suicidi falsi”, ovvero destinati ad attirare unicamente l’attenzione. Minacce suicidali o tentativi effettuati con mezzi non letali devono sicuramente essere presi in considerazione, per evitare un’escalation verso la letalità. Inoltre, contrariamente ai luoghi comuni che vogliono che l’aspirante suicida nasconda le sue reali intenzioni per non essere impedito, la pratica clinica e la realtà suggeriscono il contrario. La maggior parte dei gesti suicidali è annunciata da segnali di tristezza. Possono essere formulate dichiarazioni esplicite “domani sarò morto”, “la morte è l’unica soluzione”. Ma più spesso i messaggi sono lanciati come “bottiglie nel mare”, spesso criptati perché il ragazzo teme di essere incompreso o di essere ritenuto folle. Possono essere scritti o frasi allusive come “ne ho abbastanza di questa vita”, “vi toglierò un peso…”. Ma più generalmente gli adolescenti utilizzano il linguaggio dell’azione come fughe da casa, isolamento rispetto alle relazioni, crisi di violenza, ubriacature ripetute che affermano il bisogno di rottura. Ogni comportamento che rappresenta un desiderio di rottura deve sicuramente interrogare i genitori e non essere ignorato».

Come possono i genitori intervenire, controllare senza invadere il campo dei figli e diventare pertanto insopportabili?

«Si tratta innanzitutto di creare una relazione in cui l’adolescente possa fidarsi del genitore, ovvero sapere che anche in occasione delle difficoltà e dei comportamenti poco adeguati, delle prese di rischio che contraddistinguono questa fase della vita, il genitore continuerà a riconoscerlo e non cambierà l’immagine che ha di lui o l’affetto che prova verso di lui. Non si tratta quindi di non sanzionare i comportamenti, di non dare regole, ma piuttosto di promuovere un dialogo. L’adolescente ha anche un bisogno connaturato di segretezza, quindi forzare, invadere il suo mondo non fa altro che farlo irrigidire e portarlo ad essere sempre meno disponibile ad aprirsi».

Quanto e fino a che punto è lecito intervenire?

«Quando un genitore scorge dei segnali di sofferenza o di rottura, deve parlarne con il figlio che in tal modo si sentirà visto e riconosciuto nella sua sofferenza. Solo attraverso il dialogo, più che mediante il controllo con cui appunto si rischia di diventare intrusivi, di trasmettere angoscia e sfiducia, è davvero possibile capire che cosa sta vivendo il ragazzo. Di fronte a segnali di tristezza proporre di parlarne rappresenta un’apertura che lascia l’adolescente libero di accettarla o di rifiutarla, così anche se in quel momento il ragazzo non va oltre, sa che quell’adulto rispetta e riconosce il suo malessere. In alcuni casi questo può bastare, diversamente è compito dell’adulto segnalare il disagio marcato e proporre una consultazione».

 
 
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