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sabato 28 maggio 2022
 
 

Rugby, amato anche senza vittorie

25/02/2012  Oggi l'Italia gioca contro l'Irlanda, dopo il successo dei 70.000 spettatori al Roma contro l'Inghilterra. Applausi per i nostri giocatori, anche se non vinciamo quasi mai.

Il più affascinante ancorché non (ancora) glorioso mistero dello sport italiano è quello del rugby. Parliamo di affascinante misteriosità psicologica, ché per il resto ci sono nel nostro povero ricchissimo sport ben altri misteri variegati, assortiti ed enormi, come ad esempio quello del calcio tutto pulito oppure tutto sporco, quello della televisione che chissà se fa crescere o inaridire lo sport, quello di internet che chissà cosa sta per combinare nello sport, sino a risalire a quello dell’italiano inteso come bipede pensante: se è davvero sportivo oppure no. Ma restiamo al rugby, qui per ora basta e avanza.

Dunque accade in Italia – non nella preistoria, ma pochi giorni fa - che il rugby chiami a Roma, sotto la neve “tragica” per la capitale, spostandosi dallo stadio Flaminio all’Olimpico, 70.000 spettatori per un incontro che il pronostico ci sbarra, contro l’Inghilterra. Accade che si perda, giocando bene e conducendo persino il punteggio per molti minuti. Si perde dunque e accade non solo che nessuno sfascia niente, nessuno accusa nessuno, ma che ci sono applausi anche per il nuovo citì azzurro Brunel francese, e che fanno festa in comune, giocatori e tifosi, italiani e inglesi. Accade che si dà subito l’appuntamento ai nostri tifosi inossidabili per il match di sabato 25, in Irlanda, contro una Nazionale (sarebbe da definire delle Irlande) che da sempre rappresenta e unisce entità locali spesso in conflitto anche cruento, unisce Belfast a Dublino, unisce il Nord al Sud, la monarchia del Regno Unito alla repubblica dell’Eire, i protestanti ai cattolici: altro miracolo (o mistero) del rugby.


Si pensi ad altri sport: pallavolo, basket, tennis, sci, boxe, tanto per fare i primi nomi. Hanno da noi popolarità soltanto in caso di vittorie, e importanti
. Il campione che smette di vincere è subito un brocco, la squadra che non comincia a vincere è presto un’impresa fallimentare, se vince e non insiste è un caso fortunato. Tristezze da meditare, da studiare. Avanti. Il rugby è, si dice, sport per delinquenti giocato da gentiluomini (molti i giocatori laureati), il calcio il contrario (pochi i pienamente alfabetizzati). Nel rugby l’arbitro è un essere superiore, se dice che è bianco nessuno si permette di obiettare. Nel rugby non è che si capisca molto di tante azioni con ammucchiate paurose, ma non si bisticcia con la moviola, se non per decisioni estreme, rarissime.

E poi c’è questa sfaccettatura massima, speciale per noi italiani, del mistero: nel rugby non vinciamo quasi mai, però la nostra buona gente della palla ovale è sempre contenta, ed è escluso che si tratti di migliaia e migliaia di deficienti, stranamente diversi da quei loro connazionali i quali, già detto, sono ferocemente critici verso uno sport se non significa successi. Siamo stati ammessi a fatica (anno 2000) nel torneo europeo che era delle cinque e ora è delle sei nazioni, abbiamo esordito battendo la Scozia detentrice del trofeo (nessuna nostra meta, tutti punti segnati calciando la palla da Dominguez, argentino italianizzato), ma poi sono state davvero tante sconfitte, e anche umilianti: per gli ultimi in classifica il “premio” è il cucchiaio di legno, attribuzione di origine universitaria, serve a rimestare povere minestre, ne abbiamo una raccolta.


Di regola Francia, Inghilterra, Galles (fortissimo, e i gallesi sono quattro gatti) e anche Irlanda e Scozia ci strapazzano. Ma all’Olimpico innevato andiamo in settantamila. Si capisce che adesso ci sono anche dei pericoli, qui nel Bel Paese. I nostri rugbysti forti guadagnano bene, presto guadagneranno magari troppo bene e magari si ammaleranno di divismo: ma forse esageriamo in pessimismo, male abituati dal calcio. C’è in effetti un professionismo ormai diffuso, ma ancora controllabile, c’è popolarità già buona, ma non da sbornia: e Parisse, capitano azzurro, gioca a Parigi, è legato a una miss Europa, ma niente gossip. Ora la pubblicità, gli sponsor, la televisione stanno scoprendo questi omoni colti, questi giganti buoni: aiuto, da noi in materia si può sbracare subito. C’è persino una nascente nostra moda-rugby per uomini (apostolo per donne fu il grande stilista Courrège, uno di quel Sud-Ovest francese che ama la palla ovale, con le sue creazioni a strisce orizzontali, appunto come le maglie dei rugbysti). T-shirts, giubbe, lozioni “da macho”, capellonismo e barbudismo (il modello è Chabal, giocatore-orco di Francia).

Andiamo ancora avanti. Sin troppo enfatizzato da noi il terzo tempo, quando a partita finita si beve birra in gruppo, e ci sono abbracci fra tipi che pochi minuti prima si pestavano: provato nel calcio, una comica. Il rugby in assoluto, ma specialmente nel relativo dello sport italiota, non è tutto perfetto, e dunque e dovunque e comunque rischia di guastarsi. Ma per ora tiene bene, in Italia e altrove è pineta, isola felice, posto ottimale per rispettare le regole, per esercitare la lotta onesta. E pazienza se ancora troppi nel Bel Paese pensano che il rugby sia sport vecchio, tarlato dalla sua stessa lealtà anacronistica, e lo ritengono nato prima del calcio: in realtà nel 1823 si giocava, e da tanto tempo, a pallone con i piedi in tutta l’Inghilterra, quando nella cittadina di Rugby un certo Ellis per vivacizzare il football prese la sfera sotto il braccio e corse inseguito da compagni e avversari, inventando, come recita sul posto una targa, un nuovo gioco (la palla era rotonda, furono i francesi ad ovalizzarla per renderne facile il portarla e difficili i rimbalzi).

 
 
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