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lunedì 25 ottobre 2021
 
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Salo dalla Shoah all'Ajax del calcio totale

25/01/2021  Nel novembre del 1942 mamma e papà salutano Salo con la solita frase: "A stasera, fai il bravo". Non li vedrà tornare: un treno li ha portati via per sempre. Salo oggi è nonno, è stato un fisioterapista importante e non ha smesso di fare domande

Salo era un bambino come Anna Frank, ebreo olandese, solo più piccolo. Un mattino del novembre 1942 i suoi genitori lo hanno salutato con la formula di ogni giorno: «A stasera, fai il bravo» (che ora è il titolo di un libro, fresco di traduzione italiana, appena uscito per Il Sole24ore-Domenica). Salo ha fatto il bravo, era un bimbo timido, ma quella sera e così per tutte le sere del mondo i suoi genitori non sono tornati. A 6 anni ha imparato a nascondersi, a non tradirsi, a rispondere a un nome diverso, cominciando una vita raminga, in una babele di lingue e religioni, botole e topi, accoglienze e nuove lacerazioni, quando qualcosa suggeriva che restare dove provvisoriamente si trovava stava diventando troppo pericoloso. Un carosello di affidatari, ebrei, cattolici, protestanti, ebrei ortodossi, tra l’Olanda, la Frisia, la Svizzera, ogni volta un nuovo nome, una lingua sconosciuta, a volte affetto, altre volte angherie, un’infinita solitudine, paura, senso di abbandono, un’asma cronica che non lo ha mollato più. Quando Salo torna a casa, adottato dagli zii sopravvissuti, ha disimparato la sua lingua madre e prega un Dio che non è il suo e che sente sordo, perché non gli rende i suoi genitori inghiottiti dal nulla.

Ha dieci anni quando scopre la verità. L’epoca non è attrezzata, salvo qualche medico illuminato, per porsi il problema delle macerie nell’anima degli orfani sopravvissuti alla guerra e allo sterminio. Salo diventerà grande, diventerà il massaggiatore dell’Ajax del calcio totale, un fisioterapista di successo marito e padre. Troverà la sua strada ma ci arriverà per vie tortuose e salite impervie. Non smetterà di interrogarsi e di interrogare con il suo sguardo di bambino alla deriva chi l’ha lasciato solo nel cuore dell’Europa, a cominciare dalle istituzioni: non risparmia domande inevase a nessuno, non al Consiglio ebraico, non alla Chiesa, sente di essere stato al centro di un’enorme sottovalutazione collettiva del dramma che si è consumato in un mondo che si presumeva avanzato e civile, azzerando due secoli di conquiste, di diritti, di liberta, di dignità. Il libro di Salo è anche un interessante spaccato dell’Olanda di Anna Frank, in cui si mescolano eroismi e viltà e lo è perché Salo Muller non ha mai smesso di voler capire, di studiare, di cercare. Anche oggi, che è nonno dentro una famiglia unita costruita con Conny, la donna con cui ha trovato se non pace un equilibrio, come lui una ex piccola clandestina sfuggita alla deportazione ed emigrata in Canada, non smette di cercare, lo assilla quella domanda: «perché?». Non ha mai smesso di chiedere giustizia a chi poteva vedere e ha chiuso gli occhi: da anni la sta chiedendo alle ferrovie olandesi che hanno fatto partire il treno che si è portato via la sua famiglia, il suo passato, la sua migliore età.

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