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venerdì 28 febbraio 2020
 
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Salvare vite in mare: la missione del tenente Catia

12/10/2015  Catia Pellegrino, 37 anni, salentina, è il primo comandante donna di una nave militare nella storia della Marina. Ora coordina l'operazione di pattugliamento "Mare Nostrum" a Lampedusa: «Ho sposato il mare», racconta, «ma ogni giorno lotto per sottrargli vite umane». Il Capo dello Stato Mattarella l'ha premiata come Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana

Il comandante Catia Pellegrino a colloquio con una giovane mamma appena tratta in salvo
Il comandante Catia Pellegrino a colloquio con una giovane mamma appena tratta in salvo

Tra i diciotto cittadini italiani premiati dal Capo dello Stato Sergio Mattarella con le onorificenze al merito della Repubblica italiana c’è anche Catia Pellegrino, tenente di vascello, ufficiale dell’Ordine al Merito, con questa motivazione: «Per la competenza e la sensibilità con le quali ha coordinato numerosi drammatici salvataggi in alto mare nell'ambito dell'operazione Mare Nostrum. È la prima donna comandante di una nave militare. Dal 2014 è Ufficiale al comando del pattugliatore Libra con il quale, nell'ambito della Missione Mare Nostrum, ha coordinato molti drammatici salvataggi in alto mare».

Riproponiamo l’intervista che Famiglia Cristiana ha fatto al comandante Pellegrino nell’ottobre 2013.


È reduce da 17 giorni al largo di Lampedusa e tra dieci torna nel Canale di Sicilia. Quando le anticipo che alcune di queste domande probabilmente se l’è già sentite fare, Catia Pellegrino sorride. Salentina d'origine (i genitori, originari di Copertino, in provincia di Lecce, ora vivono a Neviano, vicino Gallipoli), è la prima donna nella storia della Marina militare italiana, a 37 anni, a comandare una nave, la Libra. Nell’inferno di Lampedusa ha strappato alla morte molte vite. È lei che l’11 ottobre scorso ha coordinato i soccorsi interforze Italia-Malta: «Abbiamo salvato 212 persone», spiega, «non tutte purtroppo, ma è stato il massimo che abbiamo potuto fare».

 Che effetto le ha fatto, da donna, salvare i bambini e le donne incinte?
«All’inizio, quando ricevi l’allarme, non pensi a chi c’è in mare, devi correre, avere le intuizioni giuste, coordinare al meglio i mezzi e l’equipaggio. Una volta che li hai portati a bordo li guardi in faccia e allora ti rendi conto di chi hai salvato. Ognuno di loro comincia ad avere un volto, un’età, una storia. E realizzi che sono persone che hai strappato alla morte. In quel momento dici: "Ho fatto una cosa bella". Non c’entra l’essere uomo o donna, c’è solo la persona e la sua sensibilità».

Lei ha detto che «salvaguardare la vita umana in mare è la prima cosa che ci insegnano». Come ha vissuto le polemiche sui soccorsi a Lampedusa e sulla legge Bossi-Fini?
«Chiunque vada per mare, militare o civile che sia, non prescinde mai dalla salvaguardia della vita umana. Mai. Vale per tutti, anche per i comandanti dei mercantili che danno soccorso ai barconi dei migranti. Io ne ho visti tanti. Il resto, da uomini di mare, lasciamolo a chi prende le decisioni, che non sono comunque facili».

Chi è Catia Pellegrino?

«Una donna decisa che ha tentato di realizzare un sogno 13 anni fa e nonostante le difficoltà ci è riuscita. Sono entrata in Accademia, ho fatto il mio percorso, ho messo tutta la volontà fino ad ambire al comando di un pattugliatore. La testardaggine e spero anche la professionalità sono state premiate. Così, il 19 giugno sono diventata comandante della nave Libra».

Quando ha preso i galloni ha detto: «Non sono il soldato Jane ma il frutto di 13 anni di preparazione». È favorevole alle quote rosa?

«No. Le donne possono raggiungere gli obiettivi che si prefiggono mettendoci lo stesso impegno e passione degli uomini. Le persone preparate possono arrivare dove vogliono. Il sesso non c’entra».

Tre qualità per fare il suo mestiere.
«Intelligenza, volontà, carattere».

Cosa significa fare il comandante di una nave?
«Riuscire a coordinare e a motivare l’impegno di 65 uomini in porto e 84 in mare. Loro sono i miei giudici e le persone che fanno la differenza: ti consentono di essere il comandante che fa bene il proprio lavoro e riesce ad affrontare ogni imprevisto nel modo migliore. In questi giorni siamo passati da un’emergenza all’altra. Ogni giorno è una lotta: per l’efficienza delle unità, per le condizioni del mare, per il gancio che si rompe all’improvviso. Abbiamo affrontato navigazioni con mare forza 5 e nonostante tutte queste cose le missioni vanno portate a termine».

Qual è l’ambizione più importante di un comandante?

«Riuscire a tirar fuori il meglio di ognuno. È facile fare il comandante con tutti numeri uno, ma la realtà non è così. Non è facile gestire persone che hanno capacità diverse e fare in modo che tutte insieme ti facciano raggiungere il risultato migliore».

Che rapporto c’è tra lei e il suo equipaggio? Li “imbarazza” prendere ordini da una donna?
 
«Superato il momento in cui mi hanno vista scendere dall’elicottero e hanno visto che avevo i capelli lunghi, con la divisa addosso non fanno differenza. Io per loro sono il comandante e basta, la persona che dà l’impronta alla nave e organizza il lavoro in base alla sua personalità, non al sesso. Non vedono la donna, ma il comandante Pellegrino».

È vero che tempestava di telefonate il ministero perché le Forze armate aprissero alle donne?
«Sì (ride, ndr). Era il 1998. Sentivo che qualcosa si stava muovendo poi venne approvata la legge. Arrivò il concorso, lo feci subito e riuscii ad entrare in Accademia al primo colpo nel 2000. Per noi donne c’erano 31 posti con circa 10 mila domande».

Prima di arrivare sulla Libra dove si è fatta le ossa?
«Ho partecipato all’operazione Leonte in Libano nel 2006 sulla nave Garibaldi, poi, dal 2010 al 2012, a tre operazioni di antipirateria: due con la Nato, Ocean Shield, e una per l’Europa, Atlanta. Infine, l’operazione Libia sull’Andrea Doria».

C’è stato un momento in cui ha avuto la tentazione di mollare?
«No. Ho navigato abbastanza, il comando me lo sono guadagnato dopo miglia in mare. L’esperienza portata a casa in queste occasioni mi è servita molto nel lavoro che faccio adesso anche se ho dovuto rinunciare a qualche pizza con gli amici. È l’esperienza che ti dà consapevolezza e sicurezza per affrontare le difficoltà».

Arruolarsi in Marina significa sposare il mare. Che tipo di partner è il mare?
«Di quelli che non ti fanno mai annoiare e rilassare. Ha sempre qualche cosa di sublime, terrore e bellezza insieme. È un compagno capriccioso che cambia in continuazione. Il mare lo puoi solo affrontare ma mai controllare».

Come gli uomini. Lei è single?
«Ora sì, ma non per colpa del mio lavoro. Se trovi la persona giusta, ti segue e per stare con te si organizza. È un’esperienza quotidiana per molte coppie».

Come concilia lavoro e affetti?
«Dando più valore alla qualità del tempo, non alla quantità».

La sua famiglia è contenta?
«All’inizio l’hanno vista come una follia della figlia strana, erano un po’ scettici. Ora sono contenti e orgogliosi perché mi vedono felice. Pensavano che il mio carattere si conciliasse poco con le regole della vita militare».

Perché? Che carattere ha?
«Tendenzialmente sono una ribelle».

Anche adesso?
«Sì. Non sono cambiata affatto, i miei me lo dicono sempre».

Li vede spesso?
«Nel Salento riesco ad andare poco. Mia sorella prende l’aereo e viene a trovarmi. Una volta mi ha raggiunta alle Seychelles dove stavo facendo un’operazione».

È vero, come canta De Gregori, che il "capitano non tiene mai paura"?
«Più che paura c’è sempre la tensione morale di dovercela fare».

Quando è in mare qual è l’ultimo pensiero che fa la sera?

«Ripenso alla giornata trascorsa senza guardarmi troppo indietro e tiro le somme: “Oggi è andata”. E ogni giorno, le assicuro, c’è qualcosa di buono che abbiamo fatto».  

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