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lunedì 08 marzo 2021
 
 

500 anni fa nasceva San Filippo Neri. Il Papa: fu amore di Dio col sorriso

21/07/2015  Il 21 luglio 1515 nasceva a Firenze Filippo Neri, che ben presto si trasferirà a Roma per dare inizio a una straordinaria esperienza di carità tra i più poveri, intessuta di una letizia e una spontaneità rimaste come uno dei segni più noti e amati del suo apostolato. Anche Papa Francesco, lo scorso 26 maggio ha voluto rievocare in un Messaggio questo anniversario. La paternità spirituale di San Filippo, osserva Francesco, «traspare da tutto il suo agire, caratterizzato dalla fiducia nelle persone, dal rifuggire dai toni foschi ed accigliati, dallo spirito di festosità e di gioia, dalla convinzione che la grazia non sopprime la natura ma la sana, la irrobustisce e la perfeziona». Poi il Papa aggiunge: «Amava la spontaneità, rifuggiva dall’artificio, sceglieva i mezzi più divertenti per educare alle virtù cristiane, al tempo stesso proponeva una sana disciplina che implica l’esercizio della volontà per accogliere Cristo nel concreto della propria vita»

Lo hanno definito il santo della gioia per quello spirito di allegria che dimostrò sempre comunicandolo agli altri e arricchendolo di un bonario umorismo. Nato a Firenze il 21 luglio 1515, frequentò da ragazzo i frati domenicani del convento di S. Marco e nel 1532 fu mandato presso uno zio che faceva il mercante presso Cassino, ma poiché questo tipo di attività non lo interessava si recò a Roma sistemandosi da un conterraneo, il fiorentino Galeotto Caccia, che gestiva la dogana pontificia, come precettore dei suoi due figli, ricevendone in cambio alloggio e un modesto vitto. Frequentò l’università della Sapienza completando così la sua formazione culturale e intensificò la pratica religiosa impegnandosi nella carità verso i più poveri, sostando nelle chiese della città e soprattutto nelle catacombe di S. Sebastiano, allora quasi inesplorate, trascorrendovi moltissime notti in preghiera. Durante una di queste veglie, in occasione della Pentecoste del 1544, gli accadde un fenomeno mistico straordinario, di difficile spiegazione ma rigorosamente documentato: si sentì talmente preso dall’amore di Dio, che un globo di fuoco gli penetrò nel petto dilatandogli talmente il cuore da spezzargli due costole e da deformargli visibilmente il fianco (lo constaterà il più celebre chirurgo del tempo quando gli farà l’autopsia).

Sono numerosissimi i testimoni che sentirono provenire da quel suo cuore un calore bruciante, percepibile all’esterno, e un battito così violento che faceva tremare la sedia e gli oggetti della stanza. In quel periodo conobbe S. Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, inviando al fondatore della Compagnia di Gesù le prime vocazioni italiane. Grazie al suo carattere allegro e alla sua condotta morale riusciva ad attirare molte anime a Dio con l’esempio, la parola facile e arguta. In questo suo apostolato itinerante, si rese conto di alcune urgenti problematiche sociali e, insieme ad alcuni compagni, decise di contribuire a porvi rimedio: così nel 1548 istituì la Confraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti per soccorrere quanti, usciti dagli ospedali, vivevano di stenti o, giunti a Roma da fuori, soffrivano per malattie o per fame. L’istituzione si dimostrò provvidenziale due anni dopo in occasione del Giubileo indetto dal papa, diventando un vero e proprio comitato assistenziale per l’Anno Santo, in grado di provvedere a migliaia di pellegrini. Filippo all’attività caritativa affiancava iniziative di carattere spirituale come la pratica delle Quarantore per incrementare il culto eucaristico. L’anno dopo, il suo confessore che l’aveva seguito a lungo, gli consigliò di farsi ordinare prete e il santo obbedì, sistemandosi presso il convitto ecclesiastico do S. Girolamo della Carità in un quartiere del centro cittadino. Da allora la cerchia degli amici si ampliò grazie agli incontri quotidiani che presero una forma stabile, dando vita alla più geniale opera di Filippo: l’Oratorio secolare.

La sua camera, e successivamente una soffitta sopra la chiesa, divennero presto un punto di riferimento per nobili e popolani, preti e religiosi, artigiani, cortigiani, artisti, sfaccendati, devoti, curiosi, penitenti e soprattutto ragazzi: c’era proprio di tutto. Il gruppo si riuniva dal santo per elevare lo spirito e ricrearsi in cose buone. Dopo un po’ di preghiera si leggevano libri con le vite dei santi e la storia della Chiesa o a contenuto ascetico; poi, ad un certo punto, perché non ci si annoiasse, Filippo invitava il lettore o altri fra i presenti a commentare ciò che era stato letto, esponendo alla buona le proprie considerazioni su questo o quel punto. E questo costituiva una valida alternativa all’oratoria ampollosa dei dotti, tanto che da quel parlare a turno, così spontaneo e sentito, vennero fuori dei veri oratori, celebri per santità e dottrina: il Baronio e il Tarugi (futuri cardinali), l’Ancina che collaborerà con S. Francesco di Sales alla applicazione dei decreti del concilio di Trento, il Salviati, per citarne alcuni. Filippo presiedeva, sorvegliava, interveniva, per correggere se era il caso, e traeva le conclusioni conquistando l’uditorio con la sua inesauribile giovialità e arguzia. A questi incontri, che duravano l’intero pomeriggio, ognuno era libero di andarsene e di venire, perché la porta era sempre aperta. Al termine, veniva eseguita della buona musica, composta da celebri maestri di cappella come l’Animuccia (maestro di S. Giovanni in Laterano), il Palestrina (maestro in S. Pietro), e l’Anerio. Questa attività artistica si svilupperà producendo quella composizione mista, vocale-recitativa-strumentale, che sarà l’oratorio musicale. Un’altra proposta che, sempre nel quadro dell’Oratorio, incontrò grande favore fu la passeggiata a qualche giardino privato di religiosi con merenda, scherzi e giochi, e con meta finale o intermedia la visita ad una chiesa o a un ospedale, dove ci si intratteneva a servire i malati.

Intanto, i fiorentini residenti a Roma vollero Filippo rettore della loro chiesa di S. Giovanni e il santo accettò. Così nel 1564 iniziava la vita comunitaria dei suoi primi discepoli che, diventati sacerdoti, erano a servizio delle attività dell’Oratorio, legati solo da un minimo di obblighi come l’incontro serale nella preghiera o al refettorio. Il programma si arricchì con l’iniziativa delle visita alle Sette Chiese, che era l’anti-carnevale del Giovedì Grasso, con l’interesse per gli studi storici e per la nascente archeologia cristiana, l’assistenza ai carcerati accanto a quella dei malati e dei pellegrini. Nel 1575 Gregorio XIII concesse a Filippo e ai suoi la chiesetta di S. Maria in Vallicella, poi demolita e ricostruita col nome di “Chiesa Nuova”, dove si trasferirono un anno dopo i sacerdoti, mentre il Fondatore rimase a S. Girolamo. Li raggiunse però nel 1588.

Il suo ministero pastorale intanto lo aveva segnalato anche al di fuori dell’ambito oratoriano. Filippo diventò consigliere di papi, da Pio IV a Gregorio XIV a Clemente VIII; amico o direttore spirituale di cardinali come Carlo e Federico Borromeo, il Cusano e altri; confessore o ispiratore di una schiera di laici ricchi di virtù, conquistati dalla sua santità, la cui fama andava crescendo insieme a quella ella sua saggezza e del suo umorismo, delle sue furbizie e persino degli espedienti bizzarri che usava per combattere il pericolo della vanagloria. A volte, ad esempio riceveva personaggi illustri vestito con abiti stravaganti o rovesciati; altre volte si pavoneggiava in modo ridicolo, facendosi passare per sciocco. Gregorio XIV e Clemente VIII gli offrirono più volte il cardinalato, ma egli lo ricusò gettando in aria la sua berretta ed esclamando: «Paradiso, paradiso!». Filippo fu anche un educatore avveduto, lasciando ai giovani la libertà di essere spontanei e sinceri, e guidandoli con la dolcezza e la forza della persuasione. È rimasto celebre un suo detto rivolto ai ragazzi: «State buoni, se potete», che era un invito dolce ma impegnativo ad autoeducarsi, a valorizzare le proprie energie e ad avere fiducia in se stessi, ma nello stesso tempo esprimeva comprensione per le debolezze della natura. Negli ultimi tre anni di vita, il santo visse nascosto in preghiera quasi continua. Morì il 26 maggio 1595 dopo aver bruciato i suoi scritti e aver ricevuto l’unzione degli infermi dai cardinali Cesare Baronio e Federico Borromeo. Gregorio XV lo canonizzò il 12 marzo 1622.

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