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lunedì 20 settembre 2021
 
la festa
 

San Giovanni: così Torino, Genova e Firenze hanno festeggiato il loro patrono

24/06/2021 

Monsignor Cesare Nosiglia, 76 anni, arcivescovo di Torino, incontra una rappresentanza di lavoratori dell'Embraco prima di celebrare la messa nel Duomo, in occasione dei festeggiamenti di San Giovanni. Foto Ansa.
Monsignor Cesare Nosiglia, 76 anni, arcivescovo di Torino, incontra una rappresentanza di lavoratori dell'Embraco prima di celebrare la messa nel Duomo, in occasione dei festeggiamenti di San Giovanni. Foto Ansa.

Deserto, silenzio, solitudine: sono le condizioni che hanno caratterizzata questo doloroso tempo di pandemia. Eppure c’è chi, come Giovanni Battista, ha saputo abbracciare queste condizioni, trasformandole in opportunità di conversione e di crescita. Ed ecco perché, oggi più che mai, la figura del precursore di Gesù ha qualcosa da dirci. Il 24 giugno si celebra la memoria liturgica della natività di San Giovanni Battista. Voce nel deserto, trait d’union tra i profeti dell’antico testamento e i discepoli del Vangelo, incorruttibile e per questo scomodo, Giovanni è una tra le pochissime figure di cui la Chiesa ricorda non solo la morte, ma anche la nascita, proprio a sottolinearne l’importanza per la vita cristiana. E tantissimi sono i Comuni italiani nei quali, fin dai tempi più remoti, il Battista viene celebrato come patrono. Tra le città più grandi spiccano Torino, Genova e Firenze. Qui la solennità del 24 giugno diventa occasione per un dialogo tra Chiesa e società civile, unite nella ricerca del bene comune. E infatti, come da tradizione, anche quest’anno le omelie dei rispettivi Arcivescovi hanno tracciato un orizzonte ampio, non limitato ai soli cristiani, ma rivolto idealmente a tutte le componenti delle comunità cittadine.

A Torino, monsignor Cesare Nosiglia ha rivolto un accorato appello all’unità e alla condivisione. «Non possiamo pensare e vivere la città, che è di tutti, come un arcipelago di isole separate» ha sottolineato il presule. «Ecco perché non possiamo pensare che i problemi dei giovani, delle persone fragili, dei disoccupati, dei profughi non ci tocchino». Particolarmente sensibile ai problemi del mondo del lavoro, l’Arcivescovo ha voluto ricevere in cattedrale una delegazione di operai dell’azienda ex Embraco di Riva di Chieri, che, dopo anni di trattative fallite, oggi vivono una situazione difficilissima. E’ anche pensando a loro che mons. Nosiglia, in un passaggio dell’omelia, ha esortato a «ricostruire segni di speranza, là dove è stata abbandonata. Torino non era solo la città dell’automobile, ma era anche la città del lavoro. Questa lunga trasformazione, ancora incompiuta, sta minando l’identità sociale ed economica del nostro territorio. Facciamo “sistema”, affinché Torino possa ripartire dalle sue origini e tradizioni, avendo lo sguardo rivolto verso il futuro. Torino deve tornare a correre e deve farlo insieme a tutti, senza produrre quella “cultura dello scarto”, di cui Papa Francesco ci ha spesso parlato».

Parole che diventano azioni concrete. In occasione della festa del patrono, infatti, l’arcivescovo ha voluto incontrare 100 famiglie in difficoltà, donando loro generi alimentari e altri prodotti. E ha inaugurato un housing sociale per la coabitazione di persone con varie fragilità. Il mandato di mons. Nosiglia nella Diocesi torinese, che guida dal 2010, è ormai prossimo alla conclusione. Per questo, pur sottolineando come «non sia ancora il tempo di bilanci», il Pastore ha voluto indirizzare uno speciale saluto alla sua comunità: «quello del vescovo non è un mestiere e non è neanche una vocazione. È la continuazione di una catena lunghissima, che da venti secoli collega gli apostoli, i primi testimoni del Signore, alla nostra realtà di oggi. Ho sempre ritenuto che il mio primo compito sia quello di illuminare questa vita comune, di far vedere la presenza del Signore in mezzo a noi. Il Signore stesso ci indica chiaramente dove si trova e come riconoscerlo. La sua via è la via dei poveri, dei miseri, dei senza futuro».

 

Monsignor Marco Tasca, 64 anni, arcivescovo di Genova. Foto Ansa.
Monsignor Marco Tasca, 64 anni, arcivescovo di Genova. Foto Ansa.

Dalla città della Mole a quella della Lanterna, Genova, c’è come un filo rosso. E’ il filo della speranza. «Due sono gli elementi che contraddistinguono il ministero di Giovanni Battista, inviato da Dio per due motivi precisi» ha osservato, durante la Messa, l’arcivescovo di Genova, monsignor Marco Tasca: «rendere testimonianza alla luce e preparare un popolo ‘ben disposto’. Sono obiettivi che anche noi siamo chiamati a inseguire, anche perché siamo spesso troppo preoccupati degli obiettivi da raggiungere; questa visione ci libera da tante aspettative, spesso false. Una sottolineatura che apprezzo molto è quella appunto della preparazione di un ‘popolo ben disposto’. Non si tratta quindi di un popolo già convertito: significa che tutti noi siamo chiamati a far avvicinare al Signore tanti fratelli che non conoscono Dio e la gioia del Vangelo. Capiamo allora quanto sono importanti gli atteggiamenti e gli accorgimenti che quotidianamente dobbiamo avere nei confronti del prossimo». Monsignor Tasca si è poi soffermato sulla scelta di Dio di donare un figlio a una donna sterile e avanzata negli anni, Elisabetta. «Dio vuole farci capire che gli uomini sono sempre associati alla Sua azione, chi agisce nella nostra vita. Un altro particolare raccontato nel Vangelo è quello della scelta del nome Giovanni che significa ‘dono di Dio’. Tutti si meravigliano perché in famiglia nessuno lo porta, ma soprattutto si meravigliano per l’intesa, la sensibilità e la visione comune che hanno Zaccaria e Elisabetta anche in questa decisione. È bello poter sottolineare la sintonia tra due persone che stanno insieme in un mondo che esalta la contrapposizione! Giovanni quindi è dono di Dio, ma quanto siamo abituati a vedere i doni di Dio nella nostra vita rispetto alle difficoltà e alle tensioni? È bello riscoprirli per poter testimoniare in prima persona la bellezza del Vangelo».

 

Il cardinale Giuseppe Betori, 74 anni, arcivescovo di Firenze. Foto Ansa.
Il cardinale Giuseppe Betori, 74 anni, arcivescovo di Firenze. Foto Ansa.

A Firenze, il cardinale Giuseppe Betori ha incentrato la sua riflessione sulle parole “rinascita” e ripartenza”. Il riferimento è ovviamente alla società che sta tentando di rimettersi in piedi dopo lo shock pandemico. Ma il pensiero è andato anche a un recentissimo fatto di cronaca, che nelle ultime ore ha coinvolto il territorio fiorentino. «Giorno di gioia oggi per la nostra città, nel segno della nascita del suo patrono, che mi piace legare a quella seconda nascita che è stato il ritrovamento del piccolo Nicola tra i monti di Palazzuolo sul Senio. Ci sentiamo partecipi della gioia della sua famiglia e di tutta la comunità di Palazzuolo, che nella prova ha mostrato spirito di coesione e concreta dedizione». Il card. Betori ha poi rivolto lo sguardo all’immediato futuro che attende la sua città: «Non si tratta propriamente di ripartire, come se la strada potesse essere quella che già percorrevamo prima che la pandemia ci colpisse. Guai a pensare che la pandemia possa essere considerata una crisi passeggera e tutto possa ricominciare come prima. Dobbiamo prendere coscienza che la pandemia è stato un grande vaglio, da cui è bene trarre le cose che contano: prima fra tutte la consapevolezza del limite, qualcosa che appartiene per natura alla condizione umana; non meno importante, la scoperta che da soli non ci si salva, ma si può uscire da questa e da ogni crisi solo con uno sguardo e una concreta volontà di condivisione». A Firenze, è inevitabile, la parola “rinascita” si declina anche come “rinascimento”, sulla scorta del glorioso esempio del passato. «Oggi si impone per noi una nuova nascita, purché sia sul modello di quella del Battista» ha messo in guardia il prelato. «Perché sta proprio qui il nodo da sciogliere per una rinascita: l’abbandono della logica degli interessi, dalla ricerca di ciò che mi giova, come singolo o come ceto sociale, per una conversione – quella richiesta dal profeta –, una conversione a un ideale superiore che va oltre la stessa ricerca di convergenza degli interessi – un processo, questo, che alla fine esclude sempre qualcuno –, per attendere davvero alla costruzione di una convivenza di pace, di proporzione, di elevazione, di umanesimo plenario».

 
 
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