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mercoledì 08 dicembre 2021
 
L'alfabeto dell'etica/10
 

Michael Sandel: «I soldi non possono comprare tutto»

26/08/2013  Il filosofo di Harvard mostra come le logiche di mercato abbiano invaso sfere della vita che in passato le erano precluse: istruzione, sanità, il corpo umano... È urgente un dibattito pubblico che definisca che cosa debba essere salvaguardato.

L'ALFABETO DELL'ETICA
10. Soldi


Non possono mancare "i soldi" in una serie su "L'alfabeto dell'etica", un'indagine sulle parole e i concetti da riscoprire per orientarsi di fronte alle sfide del nostro tempo. La serie è stata inaugurata dalla conversazione con Laura Boella sull'immaginazione come facoltà morale ed è continuata con l'intervista a Richard Sennett sulla collaborazione quale modalità vincente della convivenza. Poi ha offerto il resoconto della lezione del Dalai Lama sull'"egoismo saggio" e l'intervista a Marc Augé, che identificava nella conoscenza la vocazione più alta dell'uomo. Edgar Morin ha indagato il significato di sviluppo; Roberto Mordacci quello di rispetto; Gabriella Turnaturi quello di vergogna. Gianfranco Marrone aveva svolto uno studio non scontato sulla stupidità. Massimo Recalcati aveva proposto una nuova idea di paternità nell'epoca della morte del padre.

«Viviamo in un'epoca in cui quasi tutto può essere compRato e venduto.
Negli ultimi tre decenni, i mercati - e i valori di mercato -  hanno preso
a governare le nostre vite come mai prima d'ora.
Non siamo giunti a questa condizione
 attraverso una scelta deliberata. È quasi venuta da sé»
 (Michel Sandel, Quello che i soldi non possono comprare).

«Ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c'è Mastercard». Il celebre spot, così efficace da essere entrato nel linguaggio comune, affermava che i soldi (simboleggiati dalla carta di credito) possono comprare tante, tantissime cose, ma che anch'essi devono sottostare a un limite che, per la verità, nella pubblicità restava piuttosto indefinito. La definizione di tale limite, tuttavia, è una questione centrale del nostro tempo. O, almeno, dovrebbe esserlo, anche se l'impressione è che manchi totalmente la consapevolezza di questa urgenza.

Perché, questa urgenza? Perché un'attenta osservazione dei fenomeni sociali insinua il sospetto che quel limite sia stato spostato sempre più in là, che continui a essere spostato sempre più in là, con l'effetto che lE cose che il denaro può acquistare aumentano sempre di più, e quelle che non possono essere acquistate dal denaro diminuiscono sempre di più. In altre parole, la logica del mercato sta progressivamente invadendo sfere della vita che in passato le erano precluse.

È la tesi sostenuta da Michael Sandel in Quello che i soldi non possono compare (Feltrinelli), un saggio necessario per i temi etici che affronta e scitto con uno stile semplice, accattivante, che trae continuamente esempi dalla realtà, sottoponendola a una stimolante critica morale. Professore alla Harvard University di Filosofia politica e Teoria del Governo, il nome di Sandel ha raggiunto la notorietà internazionale per i suoi corsi sulla giustizia, seguiti con entusiamo da migliaia di studenti in tutto il mondo (www.justiceharvard.com, si veda anche Giustizia dello stesso autore, edito sempre da Feltrinelli).

Saltare una coda, farsi tatuare il corpo con messaggi pubblicitari, concedere l'utero in affitto, pagare le persone perché donino i loro organi, vendere il sangue o parto del corpo, comprare il diritto di inquinare, vendere il diritto di soggiorno agli immigrati in grado di pagarlo... Ecco alcuni casi di invasione delle logiche di mercato in ambiti che ad esse non competevano addotti da Sandel nel suo libro. Sanità, scuola, ambiente, il corpo umano, la nascita di un bambino, nulla sembra risparmiato dalla seduzione del denaro. Come dobbiamo porci di fronte a questa realtà? È giusto o accettabile che tutto sia in vendita? Esiste un limite al denaro? Se sì, come identificarlo e dove collocarlo? L'analisi di Sandel porterà alla luce due criteri, in grado di rispondere a questi interrogativi. Il primo è che va salvaguardata l'uguaglianza delle persone. Accettare che con i soldi si possa acquistare tutto, significa riconoscere che non tutti gli uomini sono uguali e godono di uguali diritti. Il secondo, ancora più radicale e innovativo, impone di verificare se il bene protagonista della transazione non venga corrotto, alterato nella sua natura.

Un esempio, fra i tanti esaminati dal filosofo americano: quando una scuola accetta di concedere spazi alla pubblicizzazione di alcuni prodotti, corrompe il fine per cui la scuola stessa esiste, che è quello di istruire i giovani, un fine incompatibile con quello di trasformarli in consumatori. Un altro: pagando donne tossicodipendenti affinché accettino di farsi sterilizzare (negli Stati Uniti esistono programmi del genere), si riduce loro e il loro corpo al rango di macchine guaste, mortificandone la dignità.

La domanda fondamentale, sulla quale l'attenzione e il dibattito pubblico dovrebbero essere concentrati, è allora quella che si interroga sulla natura di un bene, cioè su quale valore gli competa. C'è qualcosa che i soldi non possono e non devono comprare? Se sì, che cosa? Quali sono questi beni inviolabili, non negoziabili? In base alla risposta, sapremo se è vendibile oppure no.

Michael Sandel durante una delle sue frequentatissime lezioni.
Michael Sandel durante una delle sue frequentatissime lezioni.

Professor Sandel, la logica del mercato si è estesa a sfere a cui in passato essa non competeva. Come è potuto accadere questo fenomeno, che lei stesso definisce uno dei più importanti della nostra epoca?
«Credo che la logica del mercato abbia invaso tutte le sfere della vita negli ultimi 30 anni. Gradualmente siamo passati dall’avere delle logiche di mercato all’essere una società di mercato. La differenza sta in questo: l’economia di mercato è uno strumento, valido ed efficace, ma è uno strumento, utile per organizzare la produzione. Al contrario, una società di mercato è un posto dove tutto è in vendita, è un way of life, nel quale i valori e le logiche di mercato dominano ogni ambito della vita. È questo ciò che mi preoccupa: diventare una società di mercato».

Come è potuto avvenire questo passaggio?
«In parte credo che sia accaduto alla fine della Guerra fredda, un evento che è stato male interpretato. Abbiamo pensato che la fine della Guerra fredda significasse l’esistenza di un unico sistema, il capitalismo, come se esso rappresentasse la medesima cosa in ogni angolo del mondo e per tutti. È come se il trionfo del mercato avesse stabilito che le sue logiche e i suoi valori rappresentano il nostro bene comune. Questo, per me, è un grave errore. Ma è anche un’idea molto influente oggi. E la ragione della forte influenza, della forte attrattiva di questa idea è che la logica del mercato sembra essere un modo neutro per decidere, una forma imparziale per decidere delle questioni sociali ed etiche. Ma i mercati non sono neutri. La cosa preoccupante è che ad essi, e ai loro valori, abbiamo delegato la responsabilità di risolvere le questioni morali. Infatti, se ne vedono le conseguenze sul dibattito pubblico, sempre più impoverito e in realtà scevro di temi etici. Abbiamo smarrito la capacità di avviare un dibattito etico a livello pubblico. Uno degli scopi di questo libro era quello di incoraggiare, di ispirare un dibattito».

Lei denuncia la scomparsa di questo dibattito a livello pubblico, e, cosa ancor più grave, anche politico.
«Accade in tutte le democrazie attuali: il vuoto morale regna sovrano nel discorso pubblico. Ed è una delle ragioni per cui la gente è così disillusa rispetto alla politica e ai partiti. Il discorso pubblico è dominato in tutto il mondo da questioni piccole, burocratiche, molto più che dalle grandi questioni morali ed etiche. Eppure penso che ci sia una grande fame da parte dei cittadini di affrontare tali temi nella dimensione comunitaria».

L'invasione del mercato e dei suoi valori era comprensibile quando l'economia globale cresceva e creava prosperità. Oggi che il mercato è in crisi, come si spiega l’assenza di un’analisi dei limiti da imporgli? Perché questo modello continua a riscuotere successo?
«Una bella domanda. Un rebus che va spiegato. In seguito alla crisi finanziaria del 2008 si pensava, io stesso lo pensavo, che la crisi decretasse la fine di trent’anni di fede cieca nei mercati. E penso che molti si aspettassero l’apertura di un confronto pubblico sul ruolo e i limiti del mercato. Ma questo non è successo. E la ragione sta nel fatto che l’appeal del mercato va al di là di considerazioni di tipo economico, al di là della promessa di prosperità e di crescita del Pil. Il facino dei mercati risiede nel fatto che sembrano offrire la libertà, la libertà per gli individui di intrattenere scambi di mercato come gli pare e piace. E anche la libertà di evitare controversie nei dibattiti politici. Ebbene, la mia convinzione è che questa idea di libertà sia sì molto influente, ma fallace, perché è la libertà del consumatore, ma non della persona nella sua interezza o del cittadino che vive in una democrazia. Per riuscire a incoraggiare un dibattito pubblico su giustizia, beni comuni, limiti morali del mercato bisogna trovare il modo di articolare una discussione sulla concezione della libertà, su che cosa significhi essere liberi, al di là del consumo».

Lei mette in evidenza che gli effetti dell’estensione di questa logica sono due: la negazione dell’uguaglianza e la corruzione del bene in gioco. Nasce in questo modo una riflessione originale e inedita sui concetti di eguaglianza e corruzione…
«Sono le due domande che ci dobbiamo porre prima di decidere se e come usare il mercato nelle varie situazioni. Prendiamo il caso degli uteri in affitto. Alcuni Paesi hanno legalizzato la pratica delle gravidanze in affitto, per permettere alle donne povere di crearsi un reddito. In India, ad esempio. Coppie facoltose pagano donne disagiate affinché portino avanti per loro la gravidanze e poi dargli il bambino. Ci sono due possibili obiezioni all’uso della logica di mercato applicata alla gravidanza. L’argomento dell’uguaglianza dice che le persone che accettano di vendere il loro corpo per le gravidanze sono donne molto povere, disperate, quindi non si tratta di uno scambio volontario, fra corpo e denaro, bensì frutto di una coercizione. Ma c’è un altro argomento che possiamo mettere in campo. Se anche questo scambio fosse davvero condotto su basi volontarie, se anche fosse uno scambio fra pari, resta il fatto che i corpi di queste donne viene utilizzato come se fosse un servizio, uno strumento. In questo senso, è una violazione della dignità della persona. Che rovina, corrompe non solo il corpo della donna, ma anche il legame fra genitore e figlio. Questo è l’esempio di una doppia valutazione morale, applicabile a tutte le situazioni».

Lei scrive che per porre dei limiti al mercato dobbiamo domandarci qual è la vera natura di una cosa. Mi sembra la questione cruciale per l’etica, ma anche il punto su cui siamo in difficoltà, la domanda rispetto alla quale non abbiamo la lucidità per rispondere.
«La società moderna pluralista non è d’accordo su che cos’è un bene, non è che non abbia la risposta. Ha risposte diverse. Siccome poi non abbiamo una risposta univoca, siamo tentati a lasciar fuori la questione su che cosa sia il bene comune, a toglierla dal dibattito. Ma è un errore chiedere ai cittadini di lasciare le loro convinzioni morali fuori o dietro di sé nel momento in cui entrano nella piazza pubblica. Abbiamo bisogno di discutere pubblicamente su che cosa sia il bene, nonostante la possibilità di disaccordo, perché non possiamo sapere in anticipo quando una discussione porterà a un accordo e quando no. Bisogna provarci. E anche se non ci si trovasse d’accordo, il fatto di essersi impegnati in una discussione pubblica approfondisce la cittadinanza democratica delle persone».

A causa della crisi finanziaria e del debito accumulato dagli Stati, questi chiedono sempre più spesso l’intervento dei privati nella scuola, nella gestione dle patrimonio culturale e ambientale, nella sanità. Come valuta questa tendenza, questa apertura ai privati?
«La mia è un’università privata, sostenuta da donazioni, ma non è un’organizzazione che mira al profitto. In generale, nell’istruzione c’è spazio per il privato, purché il fine non sia il profitto e alla condizione che promuovano i valori dei beni comuni e l’accesso degli studenti di ogni ceto sociale. Se le fondazioni o i privati donatori sostengono le istituzioni scolastiche, ad esempio, può ancora essere un bene, sempre che l’accesso sia consentito a tutti, poveri e ricchi».

E nella politica?

«Il finanziamanto privato in politica è praticato nel mio Paese, gli Stati Uniti. Secondo me, è un sistema che non funziona, perché le campagne politiche sono sempre più determinate dal denaro privato. Il pericolo è che i politici che sono stati eletti grazie a questi capitali diventino automaticamente dipendenti dai donatori: così sarebbe difficile governare nella logica del bene comune. Sarebbe meglio avere campagne politiche finanziate con soldi pubblici, porre un limite alle donazioni private e concedere a tutti un tempo uguale in televisione».

Lei analizza molti ambiti di invasione dei valori di mercato. Fra tutti, quale la preoccupa di più?
«Quando la democrazia stessa è dominata dalle logiche di mercato, e ciò accade in due maniere. La prima, quando il denaro domina le campagne elettorali e quindi le politiche future. Ma c’è un altro modo in cui le logiche di mercato dominano le democrazie: una democrazia sana e vitale richiede che i cittadini condividano una vita pubblica e si incontrino in luoghi pubblici. Il venir meno di questo spazio comune, la crescente separazione fra ricchi e poveri, insieme all’aumento della disuguaglianza causa una minaccia per la democrazia. È grave, questa separazione di censo, perché erode il senso di comunità che sta alle fondamenta di ogni democrazia».

In assenza di un dibattito pubblico, qual è la cosa più urgente da fare per cominciare a porre limiti al mercato?

«Il rafforzamento delle istituzioni della società civile, inclusi i movimenti sociali, le comunità religiose, i sindacati, i movimenti ambientalisti, le associazioni culturali… Questi movimenti si collocano a metà strada fra lo Stato e l’individuo. Sono luoghi che possono riunire i cittadini in forme che contribuiscono al bene comune. C’è la necessità che le istituzioni della società civile vengano rafforzate, perché rappresentano un’alternativa, una terza via fra lo Stato e le logiche dei mercati».

 
 
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