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lunedì 13 luglio 2020
 
Sandro Calvani
 
Credere

Sandro Calvani. Il dialogo tra persone è la via per la pace

27/12/2018  Un esperto di politica internazionale, che ha lavorato in situazioni di emergenza e di conflitto in 135 Paesi del mondo, commenta per Credere il messaggio per la Giornata mondiale per la pace: «Il bene comune», dice, «non è utopia»

«Contiene una vera e propria rivoluzione copernicana la ricetta di papa Francesco per ridare energia alla ricerca della pace a livello locale e globale». A sostenerlo è Sandro Calvani, esperto in mediazione dei conflitti e cooperazione internazionale, con una lunga carriera alle Nazioni Unite. Sessantasei anni, genovese, biologo, Calvani ha lavorato in ben 135 Paesi del mondo. Si è occupato ad altissimi livelli della lotta al traffico di droga e alla tratta di persone e ha diretto il Programma Onu contro la droga e il crimine (Unodc) in Colombia. È componente del World Economic Forum e punto di riferimento formativo della Caritas in numerosi Paesi. Con quattro figli e tre nipoti «sparsi per il mondo», ha scelto da diversi anni di vivere a Bangkok, dove opera presso la Mae Fah Luang Foundation, che crea sviluppo a partire da attività economiche socialmente responsabili. Ha scritto una ventina di libri e nell’ultimo, Stelle che non hanno paura di sembrare lucciole (Editrice Ave), ha raccolto 42 storie di donne e uomini che ha incontrato nelle sue missioni in giro per il mondo. Li ha chiamati «i buoni samaritani di oggi».

Nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace, Francesco afferma che la buona politica si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti. È una via praticabile?  

«È un capovolgimento di visione rispetto alla maggior parte delle politiche di riduzione dei conflitti e di costruzione della pace. Fino a oggi si è sempre creduto che si debba partire dalla creazione di fiducia tra avversari, nemici, combattenti d’ogni tipo l’uno contro l’altro armati, per poter ottenere poi l’avvio del dialogo.  Francesco suggerisce invece che si potrebbe — e forse si deve — cambiare paradigma e partire dal dialogo. È il dialogo che permette di conoscersi, ridurre l’odio reciproco e a non fidarsi per cominciare invece a fidarsi di più. Nelle mie esperienze di conflitti profondi, sanguinosi, per alcuni aspetti disumani, in Colombia, in Sudan, in Eritrea e in Afghanistan, devo dire che di fatto, in pratica, il Papa ha ragione. Si può dialogare tra avversari anche prima di imparare a fidarsi. E dal dialogo nasce fiducia che permette poi un dialogo più sostanzioso sui punti più conflittuali. Ho provato e funziona davvero».

Il Papa scrive che «la politica è per la pace... se si esprime nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona», non nella difesa dei privilegi di pochi...

«La maggior parte dei genocidi e anche delle rivolte armate si fonda sulla convinzione che l’altra parte non sia nemmeno davvero umana, cioè che sia indegna di esistere. Per questo, perfino in un conflitto familiare si giunge troppo facilmente alla violenza e all’omicidio. La pace in questo cambio d’epoca, caratterizzato da trasformazioni mai viste prima, dovrebbe ripartire invece da un dialogo senza condizioni, che ci permette di scoprire l’essenziale prima incredibile: che anche l’altro è prima di tutto  una persona. Così vien voglia e cresce il gusto, la passione di fare un passo in più per avvicinarsi, prima ancora di fidarsi davvero. Sul tema della pace il Papa ci fa vedere che sono le persone e il dialogo tra loro che stanno al centro, mentre tutto il resto — fiducia, cooperazione, responsabilità e culture — gira intorno. Prima si credeva il contrario. È una rivoluzione copernicana: ma questa volta il Papa se ne è accorto ed è arrivato prima di tanti che pontificano sulla pace per le strade del mondo».

Lei ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite e la Caritas in situazioni di emergenza e conflitto. Oggi a Bangkok opera in un’impresa sociale. Perché questa scelta?

«Sono consulente di una fondazione thailandese che, nelle montagne del triangolo d’oro, ha creato una delle più grandi imprese sociali asiatiche, che produce reddito e lo investe in bene comune. Abbiamo quattro industrie: una alimentare, una tessile che vende a grandi firme della moda, una di prodotti per la casa e una di turismo e fiori. Vendiamo caffè a partire dal chicco fino alla tazzina, seguendo tutta la filiera fino al consumatore finale e saltando l’intermediazione della borsa, e questa è una delle chiavi del nostro successo. Creiamo dei grandi giardini sulle montagne e la gente viene a visitarli, rimanendo stupita dalla bellezza di questo Paese. Con parte del ricavato di queste attività economiche finanziamo progetti sociali, istruzione e sanità. Dopo tante esperienze sono convinto che la promozione della pace passi attraverso la creazione di opportunità di vita dignitosa per le persone».

Come è cambiata la sua fede  a contatto con così tante culture?

«Più che cambiata, direi che è cresciuta. Ho avuto un’educazione dai Gesuiti, sia al liceo che in vari movimenti giovanili come la Lega missionaria studenti e il Movimento eucaristico giovanile. Da loro ho imparato che la credibilità della fede passa dalla carità».

Nel suo libro, Stelle che non hanno paura di sembrare lucciole, racconta 42 storie di “nuovi samaritani di oggi”. Perché questo titolo?

«È una frase del grande poeta bengalese Rabindranath Tagore, e secondo me centra in pieno la ragione per cui in Occidente l’innovazione sociale, la disintermediazione, le nuove forme di sussidiarietà, anche se dichiarate ad alto livello negli insegnamenti sulla nuova economia e in quelli della Chiesa, non vengono messe in pratica. Girando l’Italia per presentare il libro ho incontrato giovani interessati a fare del bene, ma che non riescono a buttarsi, perché hanno paura di essere troppo piccoli, di essere lucciole. Magari hanno la laurea e il master, hanno frequentato un campo estivo o missionario, ma al momento di cambiare la vita non riescono a farlo. Perciò rimangono in un’area grigia, dove non sono né carne né pesce. Sono battezzati e comunicati, quindi perfetti figli di Dio, ma non sono mai cresimati davvero, cioè gente che rischia la vita per vivere sul serio la propria fede. Questo secondo me è il vero problema dell’Occidente, sottolineato peraltro moltissimo da papa Francesco».

In Asia non è così?

«Qui a Bangkok, dove il cattolicesimo è pressoché sconosciuto, i cattolici sono lo 0,2 per cento e nessuno conosce simboli essenziali come la croce. Se chiedi per strada dove sono i roman catholics, come qui vengono chiamati i cattolici, all’inizio non sanno risponderti. Poi controllano sul telefonino e ti dicono: “Ah, ma tu cerchi the mercy people”, ovvero la “gente della misericordia”. Qui i cattolici sono noti come i paladini e i testimoni della misericordia: è “da quanto si amano” che la gente li riconosce, cosa che in Occidente non succede più».

In Italia abbiamo smesso di essere “buoni samaritani”?

«Non sono specializzato in antropologia e sono fuori dal mondo occidentale da trent’anni. La mia impressione, dal momento in cui sbarco con l’aereo in Italia, è che si sia sviluppata una “cappa”. Per noi genovesi, la cappa è una pesante struttura di ghisa che sta sopra il fuoco e raccoglie il fumo, ma è anche qualcosa di estremamente pesante. C’è come una cappa di buone tradizioni, di buon costume, di regole di comportamento che paralizza anche i cristiani».

In che modo?

«Abbiamo un mucchio di gente benpensante e benestante che ha come standard di vita la ripetizione del passato. Qui in Thailandia c’è un mare di giovani che vengono dall’Italia: noi li chiamiamo, appunto, gli “scappati”, ovvero quelli che si sono tolti la cappa, sono usciti da una logica che vivevano come una prigione e che non permetteva loro di diventare creativi e innovativi. Dall’estero è evidente che l’Occidente è in crisi: c’è un modello di democrazia svuotato di senso e la gente ha semplicemente paura: se ha quattro soldi non li investe in qualcosa di innovativo ma li mette in banca o in bot, che è tutto il contrario di quello che racconta la parabola del buon samaritano. I benpensanti non si accorgono dei verbi del buon samaritano e non ne attuano nemmeno uno: non si fermano, non si chinano, non cercano di lenire le ferite, non ci mettono soldi di tasca propria, non rischiano personalmente. Sono, quindi, gente molto rispettosa della storia del buon samaritano, ma che non mette in pratica nessuno dei dieci verbi di questa parabola».

Chi sono “i nuovi samaritani” di cui parla nel suo libro?

«Persone che hanno in comune una capacità di estrema resilienza. Persone che hanno toccato il fondo — essendogli nella vita andata molto male — ma che sono riuscite a ricostruire il proprio futuro e a creare felicità per altri, operando per il bene comune, senza paura di sembrare lucciole. Io, che di formazione sono biologo, la chiamo resilienza generativa».

Il Papa scrive che la politica, quando incoraggia i talenti delle persone, diventa “fiducia dinamica”. Come ritrovare questa fiducia? Come formare le nuove generazioni a operare per il bene comune?

«Nella formazione cristiana servirebbe una riforma radicale del sacramento della Cresima. Mentre alcuni sacramenti sono vissuti con gioia dai bambini e hanno un’importante componente educativa, oggi la Cresima è una sacramento finto, che serve solo a chiudere la formazione al catechismo nella parrocchia. Invece dovrebbe essere un grande passaggio: la persona viene riconosciuta dalla comunità come capace – grazie al sacramento che ha ricevuto – di cambiare se stessa e il mondo, di cambiare la sua vita diventando “l’unto del Signore”. Quell’unzione dovrebbe essere il momento sacramentale in cui la comunità si accorge che alcuni hanno questa straordinaria capacità di diventare dei veri apostoli, ambasciatori o missionari di Cristo nel mondo. Bisognerebbe poi mandare questi giovani per sei mesi in una zona povera del Paese, se la si trova, oppure in un’altra parte povera del mondo, dove poter prestare servizio. E, alla fine, la comunità potrà confermare che sono trasformati e diventati cristiani veri. È una riforma di credibilità dei singoli che andrebbe fatta con urgenza. Altrimenti i giovani cristiani passano da uno stato infantile o adolescenziale a quello di essere giovani adulti facendo più o meno quello che facevano prima: si andava a giocare calcetto in parrocchia prima e si continua dopo, magari si fa qualche piccola attività di volontariato come i pacchi per i poveri, ma la vita non cambia realmente, e nessuno intorno si accorge che i cristiani sono “quelli della misericordia”».

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