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sabato 08 agosto 2020
 
Premio Strega
 

Sandro Veronesi: «Il mio inno alla vita, metafora del lockdown»

03/07/2020  Intervista allo scrittore che per la seconda volta, con il romanzo Il colibrì, ha vinto il Premio Strega: «Il mio personaggio si oppone all'idea della morte come fine delle cose e, in attesa che si sani la ferita della perdita delle persone care, sceglie di vivere».

Vince il Premio Strega Sandro Veronesi. Una seconda vittoria in controtendenza con una tradizione che vuole vincitori per una sola volta. Veronesi trova un precedente in Volponi, che vinse le edizioni del 1958 e del 1970 e dimostra che sono i libri di qualità a vincere, come il suo “Colibrì” che per una inconsueta coincidenza arriva dritto al cuore dei nostri tempi, parlando di resilienza ed elaborazione del lutto. 

Una seconda vittoria avvenuta in condizioni estreme, come ha dichiarato ieri. 

«Volendo sdrammatizzare e prendere le cose con la dovuta leggerezza è vero che in questa edizione del Premio Strega ci sono stati eventi importanti a determinarne la particolarità. A chi come me è abituato a vedere il ninfeo di Villa Giulia pieno di gente, ieri sembrava di star dentro un quadro di De Chirico. Credo che fare le cose con “la pistola puntata alla tempia”, come ho detto scherzosamente, sia un tratto storicamente ricorrente nella psicologia dell'italiano. Il nostro popolo ha fatto i più grandi exploit quando aveva tutti contro o in situazioni molto difficili, basti pensare ai goal della nostra nazionale di calcio». 

La resistenza di cui parla è la caratteristica principale di Marco Carrera, il protagonista del Colibrì, oltre ad essere la metafora che impregna tutto il romanzo. 

«E' vero, come è vero che nel Colibrì si parla di molti temi che negli ultimi mesi hanno acquisito una strana luce profetica. D'altro canto, è pur vero che questa stessa caratteristica c'è in almeno tre dei romanzi in finale. La resistenza è presente in Febbre, c'è nella clausura obbligata del libro di Mencarelli  e se ne parla, a maggior ragione, nel libro della Parrella ambientato nel carcere minorile di Nisida. A rileggerle ora sembrano tutte metafore del lockdown, perché quando succede qualcosa di così imprevedibile, la buona letteratura la commenta anche se non poteva prevederla». 

Certo, però secondo lei perché ha vinto il suo romanzo?

«Semplicemente perché secondo questa giuria è stato il migliore». 

E' la seconda volta che vince il Premio Strega. Cosa rappresenta per lei questa vittoria?

«Il Premio Strega nasce per premiare i libri e non gli autori. Per tanti anni è stata prassi comune che chi vinceva una volta non si ripresentava. Poi ci provò Cassola, che aveva vinto l'edizione del '58 e si ripresentò nel '70 con “Paura e tristezza”, il suo libro più bello, classificandosi al secondo posto. Dopo 20 anni è stata la volta di Volponi che ha vinto due volte. Io ho partecipato al Premio Strega non per il desiderio di vincere due volte come autore. Il motivo risiede nel consenso naturale che il Colibrì ha ottenuto fin dalla prima pubblicazione. La mia vittoria sottolinea il cambiamento di una consuetudine anche perché, sinceramente, considerando la tradizione mi ritengo fortunato ad aver già vinto una volta ma si tratta di due esperienze diverse che non riesco a sommare. Vorrei però che la mia esperienza non rimanesse un caso isolato e mi piacerebbe che alle prossime edizioni partecipassero altri autori che hanno già vinto». 

Si riconosce nel personaggio di Marco Carrera?

«Marco Carrera è un personaggio molto diverso da me perché, pur essendo mio coetaneo, non vive nel mito del cambiamento. Sono cresciuto negli anni '70 quando si pensava veramente di poter cambiare il mondo. Lui è un uomo diverso, è più prudente. Il suo margine di rischio se lo prende giocando d'azzardo ma rimane uguale a sé stesso perché cambiare richiede un abbandono, implica la perdita di qualcosa, un passaggio che spesso non è indolore. Lo vediamo prendersi cura degli oggetti dei suoi genitori morti, la sua eredità, perché ritiene che meritino un posto nel presente anziché essere buttati via come vuole suo fratello, solo perché ricordano un periodo doloroso. Lo stesso vale per le relazioni, un tratto che nel secolo scorso era piuttosto originale ma non di questi tempi, in cui il cambiamento ha tradito anche i suoi più validi sostenitori come me. In questo senso il personaggio di Marco Carrera ha cominciato a piacermi perché mi dava l'idea di una lungimiranza, una saggezza che io personalmente non avevo. E lui, forse, già sospettava che il cambiamento sarebbe stato in peggio».

Nel libro si fa riferimento alle risorse vitali come strumenti per combattere la dittatura del dolore. Si può rinascere dopo un lutto importante?

«Tutti abbiamo vissuto delle perdite ma per quanto sia doloroso facciamo molta fatica a riappropriarci dell'energia vitale che avevamo investito in quella persona. Eppure quell'energia ci appartiene, è quella che in gergo psicoanalitico si chiama libido. Come mai facciamo tanta fatica ad accettare tutto questo mentre ci viene facile appropriarci della roba di chi non c'è più?  Per gli etruschi sarebbe stato un sacrilegio impossessarsi degli oggetti appartenuti a un defunto, guai a prenderseli. Noi prendiamo la roba della persona mancata ma i sentimenti che avevamo investito in lei o lui facciamo fatica a riprenderceli. Il protocollo della nostra comunità prevede il lutto e la mortificazione ma si tratta di una una scelta. Il mio personaggio si oppone a questo rapporto con la morte e, in attesa che si sani la ferita della perdita, sceglie di vivere». 

Che cosa è cambiato tra il Veronesi di Caos calmo e quello del Colibrì?

«Nella mia vita è cambiato tanto. Il Colibrì è una specie di rendita delle cantine svuotate degli altri romanzi. Avevo lasciato in sospeso del materiale perché era troppo doloroso parlarne ma si era depositato in fondo alla mia coscienza mentre lavoravo agli altri romanzi. Così ho preso il coraggio preso a quattro mani e ho affrontato quello che non avevo affrontato prima. In questo c'è una sostanziale differenza rispetto a Caos calmo». 

Quali progetti ha in cantiere?

«Sto lavorando a un film sul comandante Salvatore Todaro, una figura che è tornata di attualità quando l'ammiraglio Pettorino lo ricordò nel 2018, mentre Salvini chiudeva i porti. In quella circostanza dichiarò di dover obbedire agli ordini da uomo militare, ma ricordò che l'Italia aveva dato i natali a un eroe che salvava i naufraghi delle navi nemiche. Credo sia un bellissimo esempio che ci ricorda chi siamo e il modo in cui gli italiani si comportano in mare». 

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Il colibrì

Marco Carrera è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti.

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