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giovedì 25 aprile 2024
 
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Da Benigni all'Iran ai minori in carcere, per fortuna non è solo il Sanremo dell'io

09/02/2023  Le canzoni individualiste, gli ospiti, lo show. L’impressione è che il Festival guardi solo al proprio ombelico e tutto il mondo fuori. Con alcune preziose eccezioni: il discorso appassionato di Benigni sulla Costituzione, la denuncia dell’attivista Pegah Moshir Pour sui diritti negati dal regime iraniano e il monologo di Francesca Fagnani che ha dato voce ai detenuti del carcere minorile di Nisida

Cambio di rotta al Festival. Dopo la prima serata, l’impressione era chiarissima: è il Sanremo dell’io. Si guarda al proprio ombelico, e tutto il mondo fuori. Le canzoni, lo spettacolo, gli ospiti, i monologhi, lo show. Con il selfie finale, martedì sera, del trio Ferragni – Amadeus – Morandi e l’apertura ufficiale dell’account su Instagram del presentatore e direttore artistico. Il nome scelto? @amadeusonoio, ça va sans dire. Quasi tutti i cantanti in gara hanno testi individualisti, molti anche banali. Drammi personali, amori finiti, paturnie sentimentali, riflessioni solipsistiche in riva al mare all’alba (vero Ultimo?).

Nel gran minestrone della prima serata finita a orario marzulliano non sono mancate (per fortuna) le eccezioni. Due. Entrambe all’inizio. Il minuto di silenzio fatto osservare da Amadeus per le centinaia di migliaia di vittime del terremoto in Siria e Turchia. E la presenza storica in platea del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, primo Capo dello Stato all’Ariston nella storia della kermesse, accolto da una standing ovation del pubblico.

L'emozione di Gianni Morandi sulle note dell'Inno di Mameli cantato in piedi anche a casa e il discorso appassionato di Roberto Benigni sulla Costituzione, la libertà che ci ha donato, la pace possibile. Mattarella ha riso, applaudito e si è portato la mano sul cuore quando l’attore Premio Oscar ha reso omaggio, tra i padri costituenti, al padre Bernardo Mattarella. Poi ha celebrato la Costituzione, «un'opera d'arte che canta la libertà e la dignità dell'uomo», l'articolo 11 «bello come una poesia, l'Italia ripudia la guerra: se lo avessero adottato anche gli altri, non esisterebbe più la guerra sulla faccia della terra, nessuno Stato potrebbe invadere un altro Stato». E l'articolo 21, «il pilastro di tutte le libertà». Nella seconda serata, il cambio di rotta è stato, se vogliamo, ancora più evidente.

Con i monologhi – un must del Festival degli ultimi anni anche se sul palco a volte sale gente senza arte né parte che nulla ha da dire – ancora protagonisti. Anche mercoledì sera due lodevoli eccezioni. Quello della consulente e attivista Pegah Moshir Pour, italiana di origini iraniane, che ha raccontato senza retorica e con asciuttezza i diritti negati in Iran dove, ha spiegato, «non avrei potuto presentarmi così vestita e truccata, né parlare di diritti umani sul palco, sarei stata arrestata o forse addirittura uccisa, è per questo che, come molti altri ragazze e ragazzi, ho deciso che la paura non ci fa più paura e di dare voce a una generazione crescita sotto un regime di terrore e repressione, in un paese bellissimo, uno scrigno di patrimoni dell'umanità».

La parola paradiso, ha spiegato l'attivista, «deriva da un termine persiano, pardis, che vuol dire giardino protetto. Vi chiedo se esiste un paradiso forzato, ahimè sì. Come si può chiamare un posto dove il regime uccide persino i bambini. Dal 16 settembre 2022, giorno in cui Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale, il popolo iraniano sta sacrificando con il sangue il diritto a difendere il proprio paradiso. Vi ringrazio a nome di tutti ragazzi iraniani, perché ricordate al mondo che la musica è un diritto umano».

Poi, per spiegare ai suoi coetanei il dramma dell'Iran, si è fatta accompagnare sul palco da Drusilla Foer: insieme hanno intonato le parole di una canzone diventata l'inno della rivoluzione, Baraye, scritta da Shervin Hajipour musicando i tweet dei ragazzi sulle libertà negate, che ha appena vinto il Grammy.

Francesca Fagnani, giornalista e conduttrice di Belve su Raidue e co-conduttrice della seconda serata, da ottima giornalista e con grande sensibilità e senso della misura ha dato voce ai detenuti del carcere minorile di Nisida, con i quali ha scritto il suo testo, e «che scontano la loro pena senza cercare la nostra pena, perché non se ne fanno niente».

Franceca Fagnani nella seconda serata di Sanremo durante il monologo sui detenuti del carcere minorile di Nisida (Ansa)

«Non tutte le parole sono uguali, per arrivare su questo palco ci sono parole che devono abbattere muri, pareti, grate e cancelli chiusi a tripla mandata. Non siamo animali, non siamo bestie, né killer per sempre, vogliamo che ci conoscano», sono le loro parole raccolte dalla giornalista. «Hanno picchiato, rapinato ucciso, ma se si chiede loro perché, non trovano la risposta che vorrebbero avere, la cercano, la abbozzano, ma non esce perché è inutile cercarla così, bisogna andare al giorno, al mese, alla vita prima. Hanno 15 anni e gli occhi pieni di rabbia e vuoto, hanno 18 anni e lo sguardo perso o sfidante, chiedono aiuto senza sapere quale. La scuola l'hanno abbandonata, ma nessuno li ha mai cercati, non la preside né gli assistenti sociali, né le madri o i padri che quando c'erano non ce l'hanno fatta». E ha sottolineato: «Se non faremo in modo che un giovane, quando esce dal carcere, sia migliore di come è entrato, sarà un fallimento per tutti. Se non ci arriviamo per umanità, o in nome dell'articolo 27 della Costituzione, facciamolo per egoismo, perché conviene a tutti che un rapinatore, uno spacciatore, una volta fuori, cambi mestiere».

Benigni e la presenza di Mattarella martedì sera e Pegah e Francesca Fagnani mercoledì ci hanno ricordato che esiste anche il noi, e non solo l’io. Che siamo una comunità, non solo la somma di tanti singoli. Che c’è un destino comune che ci lega, un sentimento d’appartenenza, drammi e speranze comuni di cui l’arte, e in particolare la musica, ha saputo farsi interprete, dal melodramma di Verdi alla musica leggera e pop. Che nel mondo globalizzato di oggi, dove conosciamo tutto in tempo reale grazie ai media e ai social, quello che accade in Iran, ad esempio, o in altri paesi dove la dignità delle donne è calpestata e i diritti umani sono schiacciati ci riguarda. Come singoli e come comunità.

Nella storia del Festival, dalle canzoni ai drammi più stringenti dell’attualità, sul palco dell’Ariston non è mai mancato uno sguardo sull’altro, inteso come prossimo, e sull’Altro, cioè Dio. Anche in forma di contestazione, di protesta o di provocazione perché la fede è anche lotta, dialettica, battaglia, come diceva il mistico spagnolo Miguel de Unamuno: «La mia religione è lottare incessantemente e instancabilmente con il mistero; la mia religione è lottare con Dio dalle prime luci dell'alba al calar della notte».

Dagli operai dell’Italsider di Genova a rischio licenziamento invitati da Pippo Baudo nel 1984 alla canzone Primavera a Sarajevo di Enrico Ruggeri nel 1995 sulla guerra etnica nei Balcani, un conflitto che si consumò a due passi da casa nostra come accade oggi in Ucraina.Dalla canzone intelligentemente provocatoria di Elio e le Storie Tese, La terra dei cachi, esempio di lamento civile, in chiave ironica e paradossale, sulle derive del Paese, dalla corruzione della politica alla burocrazia al culto dell’apparire a Signor tenente sulle stragi di mafia del 1992 cantata da un Giorgio Faletti dolente e arrabbiato che sul palco dell’Ariston portò la vita di tanti poliziotti e carabinieri caduti nel servire lo Stato e onorarne le istituzioni: «E siamo qui con queste divise / Che tante volte ci vanno strette / Specie da quando sono derise / Da un umorismo di barzellette / E siamo stanchi di sopportare / Quel che succede in questo paese / Dove ci tocca farci ammazzare / Per poco più d'un milione al mese». Sono solo alcuni esempi tra i tantissimi che si possono fare.

L’apoteosi dell’io è stata incarnata, nella prima serata, da Chiara Ferragni, per la prima volta sbalzata fuori dalla comfort zone di Instagram e TikTok, dall’entrata in scena con un abito manifesto ispirato alla tradizione Dior, e completato dalla stola con il claim “Pensati libera” al monologo scritto da Chiara Ferragni, letto da Chiara Ferragni, per la piccola Chiara Ferragni da parte di Chiara Ferragni adulta. Un selfie senza fotocamera, insomma. Il trionfo dell’autoreferenzialità. «In primis metterò tutta me stessa», aveva detto alla vigilia col sorriso intimidito alla conferenza stampa, «non sono un’attrice, non sono una conduttrice, questo non è il mio lavoro, ma è una sfida, cercherò di essere spontanea, di essere me stessa, mi hanno consigliato di essere me stessa, proverò a essere me stessa». E letteralmente non ha fatto altro.

Poi, allo scoccare della mezzanotte, martedì è arrivato Blanco a distruggere i fiori e il palco dell’Ariston. «Non sentivo la mia voce in cuffia e ho sfasciato tutto», si è giustificato davanti a un Amadeus imbarazzato e a un pubblico furente che lo fischiava a scena aperta. Anche in questo caso, dov’è la provocazione? Dov’è, se c’è, il messaggio trasgressivo?

Nel Sanremo onnivoro che tutto divora l’altra nota stonata è stato lo sketch, volgare a aggressivo, del comico Angelo Duro che si è presentato mercoledì all’una di notte parlando di lavoro, tradimenti coniugali e prostituzione prima di denudarsi e restare in mutande. Tutto sopra le righe, anche nel linguaggio, dimenticando, come ha scritto il critico del Corriere della Sera Aldo Grasso che «il “politicamente scorretto” è una questione ambientale, una regola fondamentale del linguaggio, il rapporto che si instaura fra testo e contesto. Il monologo di Angelo Duro fatto in un locale di 40/50 persone, tutto incentrato sulla “vera trasgressione” (non bere, non farsi tatuaggi, dichiarare quando si tradisce) suscita il riso ma soprattutto la complicità: in quel momento Duro sta parlando a persone che la pensano come lui o che rientrano nello stesso mood. Le stesse cose dette a Sanremo, davanti a una platea impellicciata e a milioni di spettatori, vengono ribaltate e appaiono grevi e fuori luogo».

Se Sanremo è il selfie della nazione, non c’è da stare troppo allegri. Il noi, a cominciare dalle canzoni, sembra relegato in secondo piano e trionfa solo l’io e quando si vuole lanciare un messaggio trasgressivo non si prescinde dalla violenza gratuita (Blanco) o dal turpiloquio (Angelo Duro).

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