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mercoledì 24 aprile 2024
 
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Paola Egonu e l'elogio (coraggioso) dei perdenti

10/02/2023  Il monologo della pallavolista nella terza serata del Festival: «Aver sbagliato in tante finali «non fa di me una perdente. Così come non è perdente chi a scuola prende il voto più basso e non è perdente chi non riesce a realizzare il proprio sogno al primo colpo». E ricorda: «Con il tempo ho capito che questa mia diversità è la mia unicità»

Più che un Festival, sembra un sequestro di persona (sul divano). La terza serata finisce all’alba, per la gioia di Fiorello che con l’orologio attendeva che Amadeus e Morandi terminassero per far partire il suo Viva Sanremo che per ritmo, giocosità e ironia intelligente andrebbe mandato in onda almeno un’oretta prima. E niente, si esibiscono tutti i ventotto cantanti in gara (troppe canzoni!), Alessandro Siani tiene il suo monologo (così così) alle due e passa quando l’Italia è in fase Rem inoltrata. In mezzo, show, ospiti vari, collegamenti con la Costa Smeralda e l’Arena Suzuki e annessi e connessi. È la serata che più caratterizza lo stile Amadeus, il mix di linguaggi, evasione, temi sociali, lungaggini dello show comprese.

Arrivano i Maneskin e fanno ballare l’Ariston. Una band che sa cos’è (e come si fa) il rock e non a caso miete successi in giro per il mondo dopo la vittoria all’Ariston di due anni fa. Dopo i diritti negati in Iran, con la testimonianza dell'attivista Pegah Moshir Pour, e nelle carceri minorili, con il discorso di Francesca Fagnani, è Paola Egonu, co-conduttrice di serata, a togliersi di dosso l'etichetta di “ermetica” per raccontare la sua storia di bambina di origini nigeriane appassionata di Mila e Shiro, diventata pallavolista di fama mondiale a dispetto delle discriminazioni, imparando a crescere, che vuol dire «dare il giusto peso» alle critiche, affrontare i momenti brutti ma anche «godersi quelli belli». Da piccola, racconta Paola emozionata sul palco, si chiedeva «Perché sono alta. Perché mio nonno vive in Nigeria. Perché mi chiedono se sono italiana». Poi, diventando più grande, «i perché sono continuati. Perché mi sento diversa. Perché vivo questa cosa come una colpa. Perché ogni volta mi sono punita dando una versione sbagliata di me stessa. Con il tempo ho capito che questa mia diversità è la mia unicità. E che nella domanda “Perché io sono io” c'è già anche la risposta: Perché io sono io».

Alle accuse di vittimismo, di mancanza di rispetto per il suo paese, Egonu risponde con forza: «Amo l'Italia, vesto con orgoglio quella maglia azzurra che per me è la più bella del mondo e ho un profondo senso di responsabilità nei confronti di questo Paese in cui ripongo tutte le mie speranze di domani». Aver sbagliato in tante finali «non fa di me una perdente», si appassiona. «Così come non è perdente chi a scuola prende il voto più basso e non è perdente chi non riesce a realizzare il proprio sogno al primo colpo. E poi, visto che siamo a Sanremo, non è perdente nemmeno chi arriva nelle ultime posizioni in classifica». Il riferimento è a Vasco Rossi, che nel 1983, su questo palco, arrivò penultimo con Vita spericolata, «ognuno col suo viaggio, ognuno diverso», conclude sulle note del brano-manifesto.

Anche se (certa) politica non ha perso tempo a polemizzare con lei, Paola Egonu attraverso la sua vita di atleta ha lanciato un messaggio importantissimo non solo contro le tentazioni di discriminazione nel nostro Paese pienamente (e felicemente) multirazziale ma anche contro quell’idolo del vincere a tutti i costi e dell’eccellenza che un vero sportivo sa di dover respingere e mai insegnare.

Impazza il Fantasanremo - tra baci e fiori lanciati al pubblico, ukulele sul palco, occhiali sul naso e fiori nei capelli, batticinque con Morandi - e sfilano sul palco tutti i Big. Le canzoni. Tra le performance più convincenti quella di Marco Mengoni, in testa alla prima classifica generale e dato tra i favoriti per la vittoria finale. E poi Ultimo, che stasera inizia al pianoforte la sua Alba, Madame (Il bene nel male), Lazza, che canta Cenere scende in platea per regalare il bouquet alla timida mamma Francesca, Giorgia con Parole dette male, Colapesce Dimartino (Splash), una delle più belle canzoni di questo Festival, e di Gianluca Grignani, che interrompe l'esibizione con Quando ti manca il fiato per problemi audio, la riprende («A cinquant'anni so come si fa, a venti non lo avrei saputo», dice alludendo alla vicenda Blanco), mostra sulle spalle la scritta “No war”.

Sorprende Mr. Rain che si piazza terzo nella classifica generale e nella sua canzone cita la preghiera Un’ala di riserva di don Tonino Bello.

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