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lunedì 13 luglio 2020
 
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Sant'Ubaldo, il vescovo che protegge Gubbio da ogni male

16/05/2020  Governò la diocesi per 31 anni, durante i quali superò felicemente avversità ed ostacoli, riuscendo a piegare con la dolcezza i suoi nemici e ad ammansire gli avversari con la mitezza d’animo. E ancora oggi i suoi concittadini lo pregano così: «Se desideri il benessere della tua città, o nobile popolo di Gubbio, invoca sempre il vescovo Ubaldo e pregalo perché ti protegga»

Davvero non gli piacciono, questi canonici della cattedrale di San Mariano, a Gubbio, che lo ospitano mentre si prepara al sacerdozio; preghiera poca, penitenza meno ancora. Così Ubaldo ritorna alla collegiata di San Secondo, dov’è stato da ragazzo per i primi studi. Nato in una famiglia di origine tedesca, ha perduto i genitori da bambino, e uno zio si è preso cura di lui. Per breve periodo ha studiato a Fano, poi si è stabilito a Gubbio, che all’epoca è una città-stato tra le più potenti dell’Umbria. Lo scopre Giovanni Lodi, già monaco a Fonte Avellana (Marche), poi vescovo di Gubbio per un solo anno, l’ultimo della sua vita. Prende Ubaldo come collaboratore e lo manda proprio a San Mariano, perché metta in riga quei canonici bontemponi, anche se non è ancora prete. E lui riesce, col tempo e per gradi. Quei canonici, li raddrizza con le sue doti di persuasore e con la forza dell’esempio, al punto che sono poi loro a rieleggerlo priore per un decennio (e intanto è stato ordinato sacerdote). Intorno al 1125, però, un incendio distrugge molte case di Gubbio e la stessa cattedrale, sicché i canonici devono disperdersi presso altre chiese. Scoraggiato, Ubaldo pensa  di farsi eremita, ma poi torna in città, lavora a ricostruire.

Non voleva diventare vescovo

Un anno dopo la sorpresa: a Perugia è morto il vescovo, e al suo posto i perugini vogliono lui. Reagisce fuggendo, arriva a Roma e supplica papa Onorio II di lasciarlo semplice prete. Per quella volta il pontefice lo accontenta. Ma quando a Gubbio muore il vescovo, non sente più ragioni e nomina lui a succedergli. Ora, altro che i canonici di San Mariano: le aspre divisioni tra le famiglie importanti, accompagnano (e peggiorano) gli scontri nel clero, i tanti atti di indisciplina. Si arriva anche alle offese personali, fisiche, contro il vescovo. Lui risponde con fiduciosa inalterabilità: mai impaurito, mai infuriato. E quando nelle liti cittadine si pone mano alle armi, è pronto a mettere in gioco persino la vita per fermare la violenza. Nel 1154 Gubbio è attaccata da una coalizione di città umbre capeggiate da Perugia, ne esce vittoriosa, e se ne dà merito alle preghiere del vescovo. Nel 1155 l’esercito di Federico Barbarossa dà fuoco a Spoleto e poi assedia Gubbio: Ubaldo corre dall’imperatore, si parlano, e l’assedio viene tolto, la città è salva. In tutte queste crisi, Ubaldo chiama i cittadini alla preghiera, li fa sentire una cosa sola, li rassicura, evita il panico. Una strategia che fa di lui il baluardo della città. E in morte gli si attribuiscono profezie, miracoli, lo si proclama patrono, e già nel 1192 il papa Celestino III lo canonizza. Il corpo, dapprima sepolto in cattedrale, nel 1194 viene trasferito in una chiesa sul Monte Ingino. Ogni anno Gubbio festeggia Ubaldo con solenni riti religiosi e con una manifestazione all’aperto che unisce fede, gioia e fantasia: la notissima “corsa dei ceri”, che sono tre “macchine” di legno con i loro portatori in costume. Passano di corsa per le vie, per salire poi sul Monte Ingino, dove si custodiscono i resti del santo.

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