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venerdì 10 luglio 2020
 
Santa Marta
 

«Diamo un nome ai nostri peccati per chiedere perdono»

29/04/2020  Papa Francesco ci invita a essere concreti, come sanno fare i bambini. A non restare nella zona grigia, ma a camminare verso la luce. E prega per l'Europa nel giorno in cui si festeggia la sua patrona, Santa Caterina da Siena.

Torna a pregare  per il Vecchio Continente, papa Francesco, nel giorno in cui si festeggia Santa Caterina da Siena, patrona d’Europa. «Preghiamo per l’Europa, per l’unità dell’Europa, per l’unità dell’Unione Europea: perché tutti insieme possiamo andare avanti come fratelli», dice il Pontefice all’inizio della messa celebrata a Santa Marta.

Nell’omelia, invece, si concentra sul passo del Vangelo di Giovanni che parla della luce e delle tenebre e della comunione con Dio e gli altri. Nel brano, dice Bergoglio, «ci sono tanti contrasti: fra luce e tenebre, tra bugia e verità, tra peccato e innocenza. Ma sempre l’apostolo chiama alla concretezza, alla verità, e ci dice che non possiamo essere in comunione con Gesù e camminare nelle tenebre, perché Lui è luce. O una cosa o l’altra: il grigio è peggio ancora, perché il grigio ti fa credere che tu cammini nella luce, perché non sei nelle tenebre e questo ti tranquillizza. È molto traditore, il grigio. O una cosa o l’altra».

E poi spiega cosa significa il riconoscersi peccatori. «Qui c’è una cosa che ci può ingannare» sottolinea, «dire “tutti siamo peccatori”, come chi dice “buongiorno”, “buona giornata”, una cosa abituale, anche una cosa sociale, e così non abbiamo una vera coscienza del peccato. No: io sono peccatore per questo, questo, questo. La concretezza. La concretezza della verità: la verità è sempre concreta; le bugie sono eteree, sono come l’aria, tu non puoi prenderla. La verità è concreta. E tu non puoi andare a confessare i tuoi peccati in modo astratto: “Sì, io … sì, una volta ho perso la pazienza, un’altra …”, e cose astratte. “Sono peccatore”. la concretezza: “Io ho fatto questo. Io ho pensato questo. Io ho detto questo”. La concretezza è quello che mi fa sentire peccatore sul serio e non peccatore nell’aria».

La concretezza anche dei piccoli, perché, come dice il Vangelo, bisogna rendere grazie a Dio che «hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». È bello, racconta il Pontefice, «ascoltare i piccoli quando vengono a confessarsi: non dicono cose strane, sull’aria; dicono le cose concrete, e alle volte troppo concrete perché hanno quella semplicità che dà Dio ai piccoli. Ricordo sempre un bambino che una volta è venuto a dirmi che era triste perché aveva litigato con la zia … Ma poi è andato avanti. Io ho detto: “Ma cosa hai fatto?” – “Eh, io ero a casa, volevo andare a giocare a calcio – un bambino, eh? – ma la zia, mamma non c’era, dice: “No, tu non esci: tu prima devi fare i compiti”. Parola va, parola viene, e alla fine l’ho mandata a quel paese”. Era un bambino di grande cultura geografica … Mi ha detto anche il nome del paese al quale aveva mandato la zia! Sono così: semplici, concreti».

Dobbiamo essere piccoli e concreti, «la concretezza ti porta all’umiltà, perché l’umiltà è concreta. “Siamo tutti peccatori”», ripete, «è una cosa astratta. No: “Io sono peccatore per questo, questo e questo”, e questo mi porta alla vergogna di guardare Gesù: “Perdonami”. Il vero atteggiamento del peccatore. “E se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è con noi”. È un modo di dire che siamo senza peccato è questo atteggiamento astratto: “Sì, siamo peccatori, sì, ho perso la pazienza una volta …”, ma tutto nell’aria. Non mi accorgo della realtà dei miei peccati. “Ma, lei sa, tutti, tutti facciamo queste cose, mi spiace, mi spiace … mi dà dolore, non voglio farlo più, non voglio dirlo più, non voglio pensarlo più”. È importante che noi, dentro di noi, diamo nomi ai peccati nostri. La concretezza. Perché se manteniamo nell’aria, finiremo nelle tenebre. Siamo come i piccoli, che dicono quello che sentono, quello che pensano: ancora non hanno imparato l’arte di dire le cose un po’ incartate perché si capiscano ma non si dicano. Questa è un’arte dei grandi, che tante volte non ci fa bene».

E parla di una lettera ricevuta da un ragazzo di Caravaggio che lo rimprovera perché «io dico “La pace sia con voi”, “e tu», gli dice il giovane, «non puoi dire questo perché con la pandemia noi non possiamo toccarci”. Non vede che voi fate così con la testa e non vi toccate. Ma la libertà di dire le cose come sono». Con il Signore, conclude il Papa, abbiamo questa libertà «di dire le cose come sono: “Signore, io sono nel peccato: aiutami”. Come Pietro dopo la prima pesca miracolosa: “Allontanati da me, Signore, ché sono un peccatore”. Avere questa saggezza della concretezza. Perché il diavolo vuole che noi viviamo nel tepore, tiepidi, nel grigio: né buoni né cattivi, né bianco né nero: grigio. Una vita che non piace al Signore. Al Signore non piacciono i tiepidi. Concretezza. Per non essere bugiardi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci: ci perdona quando noi siamo concreti. È tanto semplice la vita spirituale, tanto semplice; ma noi la facciamo complicata con queste sfumature, e alla fine non arriviamo mai…».

Per la Comunione spirituale Francesco ha pregato con queste parole:

«Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te».

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