logo san paolo
domenica 05 dicembre 2021
 
 

Santa Teresa Verzeri

02/08/2012 

La fondatrice delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, nasce a Bergamo il 31 luglio 1801, primogenita di sette figli del nobile Antonio Verzeri e della contessa Elena Pedrocca-Gemelli. Fin da piccola impara dalla mamma, donna profondamente religiosa, ad amare il Signore. Nel giorno della sua prima Comunione (il 15 ottobre 1810, ricorrenza liturgica di santa Teresa d’Avila) le parve di sentire una voce che le diceva: «Tu, come santa Teresa, avrai compagne che ti seguiranno in una nuova istituzione religiosa». Nel suo cammino spirituale fu seguita presto dal canonico Giuseppe Benaglio, Vicario generale della diocesi bergamasca, che frequentava casa Verzeri, e col suo assenso cominciò a praticare delle mortificazioni e delle penitenze, facendo poi voto di verginità.

Intanto compiva gli studi in casa sotto la guida di precettori privati, dimostrando una intelligenza vivace, uno spirito aperto e retto: c’erano per lei le migliori premesse di matrimoni con giovani della nobiltà locale, ma lei non ci pensava affatto. Nel 1817 decise anzi di entrare nel monastero benedettino di Santa Grata, ma dovette uscirne presto perché colpita da attacchi epilettici, sintomi di un combattimento spirituale che l’avrebbe vista percorrere un cammino fatto di spogliamento e di abbandono fiducioso a Dio.

Rientrata in monastero, fu costretta a tornare nuovamente in famiglia. Intanto il canonico Benaglio, che aveva progettato la fondazione di un istituto religioso per l’istruzione e l’educazione della gioventù, con l’aiuto della Verzeri e di alcune maestre, aprì una scuola al Gromo, un colle della Bergamo alta; tuttavia Teresa, convinta che la clausura fosse la sua vocazione, entrò per la terza volta tra le monache di Santa Grata, dove vestì l’abito benedettino con il nome di Eustochio. Ricominciarono tuttavia ad affiorare in lei i dubbi a causa della propensione che sentiva per le opere di carità e alla fine il Benaglio la ricondusse al Gromo per dare inizio alla sua opera, che denominò Figlie del Sacro Cuore.

Il vescovo di Bergamo, mons. Carlo Gritti Morlacchi, inizialmente pareva favorevole al progetto del Canonico, poi cambiò idea, manifestandosi apertamente ostile. Intanto al Gromo Teresa si occupava dei lavori più umili, in cucina e in guardaroba, e delle pulizie della casa. Dopo la scuola gratuita popolare, se ne aprì anche una per giovani benestanti oltre ad un piccolo educandato distinto dal ricovero per le fanciulle abbandonate. Poi la santa accettò la direzione dell’orfanotrofio di Romano, a una ventina di km da Bergamo, e nel 1835 delle scuole femminili di carità istituite a Breno, in provincia di Brescia.

In quello stesso anno acquistò il monastero delle Visitandine di Darfo (sempre nel Bresciano) dove pensava di collocare il noviziato. Nel frattempo, mise per iscritto gli insegnamenti del Benaglio, corredati dalle sue riflessioni, in quello che chiamò Libro dei Doveri delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, considerato una delle opere spirituali migliori della prima metà dell’Ottocento. Qui Teresa rivela anche le sue doti speciali di maestra di spirito, di apostola e di pedagoga. Segue e divulga il sistema preventivo. Per lei l’educazione è opera di libertà e di persuasione, nel rispetto della individualità: per questo raccomanda di lasciare alle giovani «una santa libertà sì che operino volentieri e in pieno accordo quello che, oppresse da comando, farebbero come peso e con violenza»; che la scelta dei mezzi si adatti «al temperamento, all’indole, alle inclinazioni, alle circostanze di ognuna… e sul conoscimento di ciascuna» si stabilisca il modo con cui trattarla.

Nonostante il progredire dell’Istituto, continuavano le desolanti aridità di spirito: interiormente Teresa visse la particolare esperienza mistica della “assenza di Dio”, anticipando qualcosa della vita religiosa dell’uomo d’oggi: il peso della solitudine davanti al senso inquietante della lontananza da Dio. Nella fede incrollabile, tuttavia, non smarrì la confidenza e l’abbandono a Dio, Padre provvidente e misericordioso: il suo grido di solitudine diventò consegna di tutta se stessa per amore. Perduravano anche nei suoi confronti le incomprensioni del vescovo, di cui la Verzeri accettava le umiliazioni dicendo: «Quanto monsignore dice di me è tutto vero e se l’Istituto esistesse contro il volere di Dio lo vorrei subito estinto». Le fu proposta, per evitare ulteriori contrasti, la fusione dell’Istituto con la Società del Sacro Cuore fondato da santa Maddalena Sofia Barat, che aveva una casa anche a Torino, ma la maggior parte delle suore non ne vollero sapere. Allora la fondatrice intensificò le pratiche per ottenere dal governo austriaco l’approvazione dell’Istituto, ma mons. Morlacchi non l’appoggiò: a questo punto la santa si recò personalmente a Roma dove ottenne l’approvazione pontificia da Gregorio XVI, purtroppo neanche stavolta il vescovo di Bergamo cambiò idea e la Verzeri fu costretta a lasciare la casa del Gromo e cambiare diocesi, stabilendosi a Darfo.

La sua salute intanto era peggiorata, costringendola alla immobilità; lei ne approfittava per scrivere alle suore delle altre case: sono oltre 3500 le sue lettere dalle quali è possibile attingere tutta la ricchezza della sua esperienza spirituale e umana. Negli ultimi due anni di vita, la Verzeri fu tormentata da violenti attacchi epilettici che le causavano frequenti deliqui. Lei attese la fine abbandonandosi alla volontà di Dio, pregando intensamente e lavorando all’uncinetto: non la si vide mai in ozio. Alla fine del 1850 ebbe la gioia di recarsi per la quarta volta a Roma e di assistere, nella chiesa del Gesù, alla consacrazione episcopale di suo fratello Girolamo, promosso vescovo di Brescia. La morte la colse il 3 marzo 1852. Pio XII la beatificò nel 1946 mentre Giovanni Paolo II la canonizzò il 10 giugno 2001. Le sue reliquie si venerano nella cappella delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù a Bergamo.

La Congregazione nel frattempo, continuando la missione della Fondatrice, si è estesa, oltre che in Italia, in Brasile, Argentina e Bolivia, nella Repubblica Centrafricana e in Camerun, nonché in India e in Albania. Ed ecco come la santa aveva delineato nel “Libro dei Doveri” il carisma delle sue religiose: «Le Figlie del Sacro Cuore di Gesù, come quelle che attingono la loro carità alla sorgente stessa dell’amore, cioè dal Cuore di Gesù Cristo, devono ardere verso i loro prossimi della carità medesima di quel Cuore divino. Carità purissima che non ha vista se non alla gloria di Dio e al bene delle anime; carità universale che non eccettua persona, ma tutti abbraccia: carità generosa che non si perde per patimento, non si sgomenta per contraddizioni, ma anzi, nel patimento e nell’opposizione cresce in vigore e vince col pazientare». Vi troviamo la conferma di quello spirito di carità che spinse la santa a farsi “tutta a tutti” per amore.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo