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domenica 05 luglio 2020
 
Il Papa
 

«I primi cristiani non sparlavano alle spalle di Pietro ma pregavano Dio. La Chiesa sia unita»

29/06/2020  Francesco celebra la Solennità dei Santi Pietro e Paolo: «Abbiamo bisogno di profezia vera non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile». E avverte: «Inutile e noioso che i cristiani sprechino tempo a lamentarsi di quello che non va. Che accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno?»

«Non abbiamo bisogno di progetti pastorali efficienti che sembrano avere la propria efficacia come se fossero dei sacramenti ma di pastori che offrono la vita da innamorati di Dio come Pietro e Paolo che hanno annunciato Gesù da innamorati. Mi addolora quando sento dire qualcuno che vuole una Chiesa profetica. Chiediamoci piuttosto: “Cosa faccio io per questa Chiesa profetica?”. E allora comincia a lavorare e stai zitto».

È tutta incentrata su due parole, unità e profezia, l’omelia di papa Francesco nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni di Roma. L’emergenza coronavirus ha cambiato questa celebrazione: il Papa, come tutto il tempo pasquale, celebra la Messa all’Altare della Cattedra della Basilica Vaticana con pochi fedeli, circa una novantina, tutti distanziati. Però, per la prima volta dal periodo di lockdown, a celebrare con lui ci sono alcuni cardinali. C’è il decano del collegio cardinalizio, Giovanni Battista Re, che riceve il Pallio da Bergoglio e ringrazia il Pontefice per «il conforto» e «la forza» che ha dato al mondo con le sue parole durante l'emergenza e anche per le iniziative concrete. Il cardinale Re ha citato il Fondo “Gesù Divino lavoratore” per aiutare le famiglie che sono in difficoltà a causa della pandemia. Oltre a Re, concelebrano con il Papa anche i cardinali Leonardo Sandri, Francis Arinze, Tarcisio Bertone, il Segretario di Stato Pietro Parolin, Marc Ouellet, Fernando Filoni, Beniamino Stella, Luis Antonio Tagle, e l’arciprete della Basilica di San Pietro, Angelo Comastri.

Oggi, dice papa Francesco nell’omelia, «abbiamo bisogno di profezia, di profezia vera: non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile. Non servono manifestazioni miracolose, ma vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Non teoria, ma testimonianza».

Pietro e Paolo, sottolinea il Papa, erano «due figure molto diverse» ma che la Chiesa celebra insieme in questo giorno: «Pietro era un pescatore che passava le giornate tra i remi e le reti, Paolo un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe. Quando andarono in missione, Pietro si rivolse ai giudei, Paolo ai pagani. E quando le loro strade si incrociarono, discussero in modo animato, come Paolo non si vergogna di raccontare in una lettera. Erano insomma due persone tra le più differenti», prosegue il Papa, «ma si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, dove spesso si discute ma sempre ci si ama. Però la familiarità che li legava non veniva da inclinazioni naturali, ma dal Signore. Egli non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci. È Lui che ci unisce, senza uniformarci».

Bergoglio prende spunto dalla Prima lettura odierna per dire «che la Chiesa, appena nata, attraversava una fase critica: Erode infuriava, la persecuzione era violenta, l’Apostolo Giacomo era stato ucciso. E ora anche Pietro viene arrestato. La comunità sembra decapitata, ciascuno teme per la propria vita. Eppure in questo momento tragico nessuno si dà alla fuga, nessuno pensa a salvarsi la pelle, nessuno abbandona gli altri, ma tutti pregano insieme. Dalla preghiera attingono coraggio, dalla preghiera viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia. Il testo dice che “mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui”».

«Inutile e noioso che i cristiani sprechino tempo a lamentarsi di quello che non va»

  

L’unità, ricorda il Papa, «è un principio che si attiva con la preghiera, perché la preghiera permette allo Spirito Santo di intervenire, di aprire alla speranza, di accorciare le distanze, di tenerci insieme nelle difficoltà. Notiamo un’altra cosa: in quei frangenti drammatici nessuno si lamenta del male, delle persecuzioni, di Erode. È inutile, e pure noioso, che i cristiani sprechino tempo a lamentarsi del mondo, della società, di quello che non va. Le lamentele non cambiano nulla. Quei cristiani non incolpavano, pregavano. In quella comunità nessuno diceva: “Se Pietro fosse stato più cauto, non saremmo in questa situazione”. No, non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma a Dio. E noi oggi possiamo chiederci: “Custodiamo la nostra unità con la preghiera? Preghiamo gli uni per gli altri?”. Che cosa accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno?».

Ma da dove nasce la profezia? Dalla provocazione di Gesù, risponde il Papa, come dimostrano le vicende dei due Apostoli: «Pietro si è sentito chiedere: “Tu, chi dici che io sia?”. In quel momento ha capito che al Signore non interessano le opinioni generali, ma la scelta personale di seguirlo. Anche la vita di Paolo è cambiata dopo una provocazione di Gesù: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Il Signore lo ha scosso dentro: più che farlo cadere a terra sulla via di Damasco, ha fatto cadere la sua presunzione di uomo religioso e per bene. Così il fiero Saulo è diventato Paolo, che significa “piccolo”. A queste provocazioni, a questi ribaltamenti di vita seguono le profezie: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”; e a Paolo: “È lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni”. Dunque, la profezia nasce quando ci si lascia provocare da Dio: non quando si gestisce la propria tranquillità e si tiene tutto sotto controllo. Quando il Vangelo ribalta le certezze, scaturisce la profezia. Solo chi si apre alle sorprese di Dio diventa profeta». E ricorda: «Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, ma della gioia per il mondo che verrà».

Francesco ricorda anche i due momenti tipici di questa celebrazione: la benedizione dei Pallii «che vengono conferiti al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno», afferma, «il pallio ricorda l’unità tra le pecore e il Pastore che, come Gesù, si carica la pecorella sulle spalle per non separarsene mai».

L’altra tradizione è la presenza di una delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli guidata da Bartolomeo I quest’anno assente a causa della pandemia: «Ci uniamo in modo speciale al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli», dice il Papa, «Pietro e Andrea erano fratelli e noi, quando possibile, ci scambiamo visite fraterne nelle rispettive festività: non tanto per gentilezza, ma per camminare insieme verso la meta che il Signore ci indica: la piena unità».

Francesco conclude invitando a chiedere «la grazia di saper pregare gli uni per gli altri. San Paolo esortava i cristiani a pregare per tutti e prima di tutto per chi governa. È un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo e basta? Dio si attende che quando preghiamo ci ricordiamo anche di chi non la pensa come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, solo la preghiera spiana la via all’unità». E sottolinea con disappunto che «noi siamo tanto abituati ad insultare i responsabili», i governanti, «i qualificativi sono tanti ma non li dirò, questo non è il momento per dire che i qualificativi che si dicono contro i governanti».

All'Angelus ricorda il dramma degli anziani soli e abbandonati

  

Francesco all’Angelus ricorda anche che Pietro «non fu chiamato “pietra” perché era un uomo solido e affidabile. No, farà tanti sbagli, arriverà pure a rinnegare il Maestro. Però scelse di costruire la vita su Gesù; non su “carne e sangue”, cioè su sé stesso, sulle sue capacità, ma su Gesù. È Gesù la roccia su cui Simone è diventato pietra».

Dall’esempio di Pietro e di San Paolo che «considerò spazzatura» tutto ciò che non parlava di Cristo, Francesco torna al quotidiano della nostra vita scuotendoci con una serie di interrogativi e concludendo con un invito nella speranza che la Madonna interceda: «Oggi, davanti agli Apostoli, possiamo chiederci: “E io, come imposto la vita? Penso solo ai bisogni del momento o credo che il mio vero bisogno è Gesù, che fa di me un dono? E come costruisco la vita, sulle mie capacità o sul Dio vivente?”. La Madonna, che si è affidata tutta a Dio, ci aiuti a metterlo alla base di ogni giornata». Dopo la preghiera mariana, Francesco saluta tutti i romani e quanti vivono nella capitale. Chiede l'intercessione di Pietro e Paolo perché a Roma, dice, «ogni persona possa vivere con dignità e possa incontrare la lieta testimonianza del Vangelo». E ricorda che «tanti anziani sono lasciati soli dalla famiglia come, mi permetto di dire, se fossero materiale di scarto e questo è un dramma dei nostri tempi: la solitudine degli anziani. La vita dei figli e dei nipoti non si fa dono per gli anziani».

Bergoglio esprime vicinanza anche al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli che quest'anno, a causa della pandemia, non ha potuto inviare per questa solennità - come da tradizione - una propria delegazione.

Infine, prima dei saluti finali, rivolgendosi ai fedeli presenti in piazza, ricorda «i tanti martiri che sono stati decapitati, bruciati vivi e uccisi, specialmente al tempo dell’imperatore Nerone, proprio su questa terra nella quale voi vi trovate ora. Questa è terra insanguinata dai nostri fratelli cristiani. Domani celebreremo la loro commemorazione».

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