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lunedì 20 maggio 2024
 
 

Sapelli: "Non si scherza sull'Islam"

16/09/2012  Per una convivenza pacifica occorre maggior rispetto, avverte lo storico della Statale, studioso di questioni mediorientali.

«L’aspetto nuovo, secondo me, non è l’esplosione della protesta in una ventina di Paesi né l’assassinio del diplomatico americano, ma che possano circolare questi “manufatti” di dileggio al Profeta». A parlare è il professor Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università di Milano, e profondo conoscitore del Medioriente e del mondo islamico.

     «L’occidente, se vuole perseguire il rispetto e la convivenza con l’Islam, deve capire che non si può scherzare su Maometto» continua. «Per i musulmani è peccato mortale. È un fatto intollerabile. Perciò ben ha fatto il Santo Padre, Benedetto XVI, durante la visita in Libano a intervenire, condannando la violenza verbale contro il Profeta tanto quanto le violenze che ne sono seguite».

– Professore, lei sembra condividere la posizione dell'imam di Al-Azhar, la più alta autorità dell'Islam sunnita, che si è rivolto all’Onu con una lettera nella quale chiede «una risoluzione internazionale che vieti qualunque attacco ai simboli della religione musulmana». È questa la strada perché fatti del genere non si ripetano?

     «Credo proprio di sì. Bisognerà fare come dicono loro. D’altro canto noi abbiamo torturato gli eretici fino a pochi secoli fa. Per un mondo cattolico che oggi ha perso spesso anche la dimensione del peccato, queste reazioni sembrano balzane. Ma ancora nell’Ottocento erano normali anche in Europa. Occorre capire il mondo musulmano e abituarci a convivere».

– Reazioni violente di questo tipo sono il segnale di una crescita delle minoranze fondamentaliste all’interno del mondo islamico?

     «Risponderei girando la questione: eventi come la diffusione di questo film, fortemente offensivo per i musulmani, aiuta proprio le minoranze più intolleranti a trovare consenso. L’Occidente, se vuole evitare che queste sacche fondamentaliste crescano, deve fare in modo che queste cose non accadano. I musulmani sono più di un miliardo. È necessario che questo immenso universo elimini le tossine violente. Il nostro autocontrollo aiuterebbe molto».

– Tuttavia, per la cultura occidentale la libertà religiosa e anche quella di critica alla religione sono fatti acquisiti. Come si può trovare un equilibrio con la richiesta di maggior rispetto da parte del mondo musulmano?

     «Beh, noi ci abbiamo messo secoli a raggiungere la libertà religiosa, circa 1.300 anni. Loro hanno appena iniziato. L’elemento di fondo che la gente forse non comprende è che l’Islam non ha una separazione tra religione e Stato, perché non ha un papa, non ha una chiesa. È un mondo totalmente diverso. C’è da augurarsi semplicemente che prevalga l’Islam moderato, com’è stato nella tradizione della Turchia, del Marocco, o ancora dell’Indonesia e dell’Egitto. Paesi che hanno un Islam benevolente e tollerante. Ma non ci sarà mai una situazione assimilabile a quella occidentale. D’altro canto, vanno anche considerate le conseguenze delle cosiddette “primavere arabe”».

– Cioè?

     «Le rivoluzioni nordafricane o del Medioriente hanno prodotto nel mondo occidentale lo stesso stupore fenomenologico che ebbe la rivoluzione iraniana. Ma non ci stiamo rendendo conto della portata disgregante che i moti di rivolta stanno comportando. I cambiamenti in atto portano a un’enorme paura delle minoranze, non solo islamiche, ma anche druse, curde e di altri gruppi etnici e religiosi. Senza contare che hanno provocato profonde divisioni all’interno dello stesso mondo islamico. L’emersione dei Fratelli Musulmani ha portato la minoranza salafita a sentirsi tradita. L’Occidente ha ingenuamente colto solo l’aspetto positivo della caduta delle dittature decrepite e barcollanti come quelle di Mubarak in Egitto, di Ben Ali in Tunisia o di Gheddafi in Libia, senza considerarne le conseguenze a catena. Ad esempio la guerra in Mali, o i massacri delle minoranze che si sono verificati in diversi Paesi».

– O che stanno avvenendo ancora, come in Siria?

     «Aspetti a vedere cosa accadrà se il regime di Assad dovesse cadere. Sarà un altro massacro per le minoranze. Tutto questo ha creato una serie di corti circuiti. Temo che siamo solo all’inizio».

– La sua valutazione delle rivoluzioni nei Paesi islamici è tutt’altro che positiva.

     «Viste nel loro insieme, direi le Primavere arabe sono fallite. E, secondo me, una grossa responsabilità è degli Stati Uniti e della Francia».

– Perché?

     «Gli Stati Uniti hanno commesso un grosso errore nello “scambiare” la caduta dei regimi militari con l’apertura di credito ai Fratelli musulmani, senza prima fare un accurato lavoro di intelligence per capire cosa questo avrebbe scatenato. La Francia, dal canto suo, ha semplicemente cavalcato la situazione per trarne vantaggi».

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