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mercoledì 29 giugno 2022
 
Beatificazioni
 

Sarà beata la "Monachella di San Bruno"

11/07/2020  Papa Francesco firma il decreto che riconosce il miracolo di Maria Antonia Samà, la donna calabrese morta nel 2003 in odore di santità.

«Samà Maria Antonia morta in concetto di santità». È il 27 maggio 1953 e l’arciprete di Sant’Andrea Jonio (Cz), don Andrea Samà, scrive così sull’atto di morte. La sua salma, deposta nella bara aperta, è stata portata in processione per tutto il paese proprio in considerazione della sua fama di santità. E oggi Papa Francesco ha autorizzato la beatificazione riconoscendo un miracolo attribuito alla futura beata calabrese a tutti nota come “la Monachella di San Bruno”.

Bergoglio, si legge nel comunicato della Santa Sede, ha autorizzato la Congregazione per le cause dei santi a promulgare il decreto riguardante «il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samà, Fedele Laica; nata il 2 marzo 1875 a Sant’Andrea Jonio (Italia) e ivi morta il 27 maggio 1953». Il Pontefice ha anche autorizzato la promulgazione dei decreti delle virtù eroiche di Eusebio Francesco Chini (detto Kino), sacerdote gesuita, nato il 10 agosto 1645 a Segno e morto a Magdalena in Messico il 15 marzo 1711; le virtù eroiche di Mariano Giuseppe de Ibargüengoitia y Zuloaga, sacerdote diocesano, cofondatore dell’Istituto delle Serve di Gesù; nato l’8 settembre 1815 a Bilbao (Spagna) e ivi morto il 31 gennaio 1888; le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Félix Torres, fondatrice della Compagnia del Salvatore; nata il 25 agosto 1907 ad Albelda (Spagna) e morta a Madrid (Spagna) il 12 gennaio 2001; le virtù eroiche del servo di Dio Angiolino Bonetta, fedele laico dell’Associazione Silenziosi Operai della Croce; nato il 18 settembre 1948 a Cigole (Italia) e ivi morto il 28 gennaio 1963».

La futura beata calabrese, colpita da ragazza da una grave malattia, ha trascorso sessanta anni a letto, al termine di una vita complicatissima. Era infatti nata orfana e assieme alla mamma viveva  in una stanza di una stanza di 12 metri quadrati. Da piccola beve in un acquitrino acqua infetta. Da lì iniziano disturbi neurovegetativi che fanno pensare addirittura che sia preda di una ossessione diabolica. Dopo circa otto anni di «orribili strazi» che la obbligano a letto, avviene la preghiera a Serra San Bruno e Maria Antonia è liberata dalla presunta ossessione diabolica. Sta bene per circa due anni, ma si amala di nuovo e dal 1896 fino alla morte è costretta a letto, paralizzata, con le ginocchia alzate. Nel 1915 si consacra con voti privati e dopo la morte della mamma, avvenuta nel 1920, viene seguita da quattro sue compaesane e della suore Ripatrici del Sacro Cuore che si prendono cura della sua persona e della sua formazione spirituale.

Chi si imbatte nella figura della futura beata, la prima nella storia della diocesi di Catanzaro-Squillace, «non può non interrogarsi su come ella abbia potuto vivere serena e gioiosa in quelle sue condizioni di immobilità, a letto, e alla dipendenza totale degli altri, senza mai lamentarsi, dicendo spesso al Crocifisso che stava sulla parete “Sia fatta sempre la Tua volontà”», ha detto l’arcivescovo, monsignor Vincenzo Bertolone spiegando che Mariantonia «aveva ben compreso che ogni vita, nonostante ogni menomazione e/o deformazione, è pur sempre un dono di Dio e, come tale, va accolta e vissuta perché ogni persona umana è unica e speciale nel suo modo di essere, indipendentemente dal suo stato di salute e dalle diverse abilità». Durante la vita sono stati molti coloro che si sono recati da lei per chiedere consigli e preghiere e hanno trovato sempre parole di conforto e di serenità. Oggi viene indicata alla venerazione di tutti con il riconoscimento di un miracolo che riguarda  la guarigione istantanea, avvenuta nel 2014, di una signora originaria del suo paese, affetta da una grave forma di artrosi alle ginocchia. «Oggi questa figura», spiega monsignor Bertolone, «ci interpella sul senso della vita come dono. Il suo lungo e doloroso calvario,  una vera Via crucis si trasformava in via Lucis».

«Visse solo per amore, per 60 anni per amore si purificò; dal cielo addita a tutti la via dell’amore», era scritto sulla sua prima tomba nel cimitero del paese. Il 3 agosto del 2003 la sua salma viene traslata nella chiesa parrocchiale Santi Pietro e Paolo, meta oggi di fedeli come anche la sua piccola casa.

Un «dono di grazia» per la diocesi catanzarese e per l’intera Calabria che aspetta adesso la data della beatificazione assieme a quella di don Francesco Mottola, rinviata a causa dell’epidemia.

 
 
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