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venerdì 19 agosto 2022
 
MIGRANTI
 

Monsignor Perego: «Non smobilitiamo, i pregiudizi seminano conflittualità e morte»

25/07/2022  Dopo gli ennesimi sbarchi in Sicilia, che hanno tra l'altro riempito l'hotpost di Lampedusa (1871 stranieri in una struttura nata per accoglierne 350), il presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes riflette sulla necessità di aiuti e sostegni umanitari che i Paesi europei dovrebbero garantire a chi scappa dalla guerra, oltre che sugli investimenti per cooperazione e sviluppo: «La tutela di queste persone è la prima parola d’ordine, nel segno del rispetto della dignità di ciascuno»

di monsignor Gian Carlo Perego

Continuano, anche in questa calda estate, gli sbarchi di persone e famiglie dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente a Lampedusa, sulle coste siciliane e su altre coste del nostro Sud, e continuano i morti. I nostri vicini, dalle altre coste dello stesso Mare Mediterraneo non si rassegnano a vivere in situazione di guerra, di povertà di persecuzione, o in campi lager, ma si sono messi in cammino.

A muoverli talora è la rabbia di essere vittime di Governi che investono più in armi che in salute e scuola, di multinazionali che sfruttano le loro terre, ma anche il desiderio di nuove situazioni di pace e di lavoro per costruire un futuro migliore. Per questo, gli sbarchi continueranno. Cosa fare?

Anzitutto, non smobilitare, ma continuare e rafforzare a livello europeo la sicurezza nel Mediterraneo, tutelando chi si trova in mare. Inoltre, si dovrà investire nell’adeguamento e nella sicurezza dei porti importanti per gli arrivi dei migranti, oltre che in personale necessario per l’accompagnamento e la mediazione culturale, la tutela sanitaria. La Tutela di queste persone è la prima parola d’ordine, nel segno del rispetto della dignità di ogni persona.

Viene successivamente l’identificazione e la valutazione se una persona abbia diritto a una forma di protezione internazionale, come i tanti minori, le donne in gravidanza, i malati, le vittime della tratta, le persone che provengono da situazioni di guerra o da disastri ambientali o da persecuzioni politiche o religiose. Chi non ha diritto a una forma di protezione internazionale ha comunque il diritto ad essere ascoltato, a una cura e al rispetto, prima del rimpatrio, laddove esistono accordi con i Paesi di provenienza come ad esempio per i tunisini.

Un secondo impegno è quello di investire in cooperazione e sviluppo. Oggi l’emergenza ha anzitutto un nome: la povertà, la fame e la sete, le guerre di un Continente come l’Africa al di là del Mediterraneo. La drammatica mobilità delle persone, destinata ad aumentare nei prossimi anni, potrà essere gestita solo con grossi investimenti non in armi e in progetti di sfruttamento di queste terre, ma in azioni diplomatiche di mediazioni dei conflitti, in investimenti in cooperazione allo sviluppo, nel condono del debito estero dei Paesi più poveri, valorizzando anche il cammino migratorio di persone e famiglie come risorsa economica e sociale nel continente europeo, destinato nei prossimi anni – causa la denatalità – a dover far conto su imprenditorialità e manodopera di immigrati.

Dall’Europa, la casa comune, sarà indispensabile, poi, che arrivino nuovi segnali di una consapevolezza e responsabilità politica comune: dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo condivisa concretamente in maniera proporzionale dagli Stati membri; della valorizzazione delle migrazioni, con un’attenzione particolare alla mobilità delle persone, alla tutela di chi chiede una protezione internazionale, allo scambio di buone prassi. Ogni caduta in letture culturali, sociali e politiche delle migrazioni viziate da pregiudizi che alimentano conflittualità, soprattutto con le elezioni alle porte, continuano a generare violenze e morti, minano le nostre città, tradiscono la democrazia e non costruiscono il futuro insieme.

 
 
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