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giovedì 20 gennaio 2022
 
 

Crisi, la famiglia paga per tutti

19/10/2012  Un convegno promosso da Famiglia Cristiana e Centromarca ha affrontato, con il ministro Riccardi, il difficile equilibrio tra rigore, sviluppo ed equità.

«I settori in cui esercito le mie competenze di ministro – cooperazione, integrazione e famiglia – sono stati i settori dove i tagli si sono sentiti drammaticamente». Respinge bonariamente (ma non troppo) il ministro con delega alla famiglia Andrea Riccardi i proiettili del “fuoco amico”, che nella mattinata di quest’oggi lo hanno raggiunto nell’Auditorium Giacomo Alberione di Milano, sede di Famiglia Cristiana, dove si è tenuta la presentazione di un’indagine sulla situazione economica delle famiglie italiane dal titolo: "Sbilancio di famiglia: il difficile equilibrio tra rigore, sviluppo ed equità". Fuoco amico rappresentato dal panel di ospiti presenti. Da Francesco Belletti (Forum delle Famiglie) e Massimiliano Dona (Unione nazionale consumatori) al direttore di Famiglia Cristiana Antonio Sciortino (cui il Ministro non ha lesinato apprezzamenti per aver da sempre predicato, nel deserto, occorre dire…, a favore delle famiglie); da Nando Pagnoncelli dell’Ipsos agli imprenditori Alberto Bauli (presidente dell’omonima e famosa azienda dolciaria) e Giacomo Archi (ad di Henkel Italia). Tutti a commentare i risultati di un’indagine promossa dal nostro settimanale e da Contromarca ed eseguita da Ref Ricerche che ha mostrato come quasi cinque anni di crisi (2008-2012) hanno messo in ginocchio le famiglie italiane, l’ultimo (e definitivo) materasso in ordine di tempo su cui si sono scaricate le terribili mazzate della crisi economica.

Le ultime mazzate, del resto, hanno nomi noti e fanno parte della cronaca di queste settimane: blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione, blocco dei salari dei dipendenti pubblici, aumento dell’accisa sui carburanti, aumento dell’Iva, Imu, tagli alle pensioni…  «Non si può scaricare la colpa su un governo tecnico che si trova ora, dopo decenni di scelte sbagliate, con il cerino acceso. Abbiamo ereditato una situazione economica che non ci lasciava scelta», si difende Riccardi. Ce l’ha un po’ anche con gli italiani: «Chi è andato alle urne in questi anni? La nostra situazione attuale resta per tutti una grande lezione di storia e non vorrei che il ritrarsi dalla politica dei nostri connazionali fosse anche per un certo senso di colpa sulle loro scelte passate». Dopo l’autodifesa d’ufficio il ministro è passato all’analisi, per nulla tenera: «Non possiamo più utilizzare la famiglia come ammortizzatore perché ci troviamo di fronte ormai alla sua disgregazione; franano le aspettative, il pessimismo e lo scoraggiamento fanno capolino nella società italiana perché il 2012 è stato un “annus horribils”, peggiorato dalle notizie ormai quasi quotidiane di corruzione di uomini con incarichi pubblici».

«Questo sta creando un po’ di rassegnazione», riconosce Riccardi. La nota positiva, come hanno riconosciuto in molti in sala Don Alberione, è la ritrovata credibilità internazionale del governo Monti. Ciò non toglie che in certe materie particolarmente delicate faccia un po’ come può, come mostra il “tenero” ddl sulla corruzione – un’aspirina rispetto alla cura da cavallo che servirebbe – appena presentato in Parlamento. «Il motivo è che il governo è sostenuto da una maggioranza estremamente varia e diversificata», si è giustificato il fondatore di Sant’Egidio. I pericoli che Riccardi ha richiamato sono più di tipo sociologico e antropologico, quindi di lunga durata, che congiunturali: «Mi sembra che in Italia – anche nei ministeri ma non solo – manchiamo di creatività. Ma anche l’associazionismo e il volontariato mi sembrano avere visioni limitate, più ordinate al “piccolo sindacalismo” che a una visione più ampia, partecipativa». In altre parole il veleno iniettato nella società si chiama “individualismo” –  uno dei cui effetti perversi il ministro ha indicato nella sindrome contro lo straniero che si è scatenata soprattutto durante il governo Berlusconi. Individualismo che è­ conseguenza diretta di una globalizzazione senz’anima, che ha introdotto un mutamento che il sociologo Ilvo Diamanti ha definito “periferia infinita”, un ambiente che non promuove legami ma solo, appunto, una «concorrenza non appesantita da legami». «Esiste un’unica medicina», ha concluso il ministro, «promuovere da parte di tutti, anche da parte della società civile, una cultura familiare. Ne va della tenuta della società».

Veniamo ai risultati della Ricerca promossa da Famiglia Cristiana e centromarca, presentati da Fedele De Novellis di Ref  Ricerche. Per capire la situazione attuale occorre risalire a quanto è accaduto a partire dal 2008-9, il tempo della prima grande crisi, che ha fatto registrare una contrazione dei consumi del 5% (rispetto al 2-3% del 2012). Il motivo? Semplice, i suoi effetti negativi, moltiplicati dal complicarsi della situazione internazionale, sono stati ribaltati man mano nel tempo ai diversi soggetti della catena sociale fino ad arrivare nel 2012 all’ultimo anello, le famiglie. E lì restarci. Una sorta di perverso effetto domino, che ha visto la crisi (iniziata con il crollo dei subprime americani) scaricarsi prima sui Paesi produttori di idrocarburi – con abbassamento dei prezzi a causa del calo della domanda e quindi relativo vantaggio per le famiglie – e, in un secondo tempo, sul bilancio dello Stato a causa dell’entrata in azione automatica degli ammortizzatori sociali a causa dei primi effetti del calo dell’occupazione. L’esito è stato un brusco calo dell’avanzo primario (fino ad annullarlo e poi a renderlo negativo), con conseguente aumento  del debito pubblico. L’aumento delle tasse a questo punto è stato automatico e ha colpito aziende (costo del lavoro) e famiglie (Imu, Iva, etc.). Le conseguenze sulle aziende sono state pesanti, colpite soprattutto dal grave calo dei consumi: queste si sono prima viste erodere i margini di profitto, poi, costrette dalla situazione, sono entrate nella carne viva e hanno proceduto a razionalizzazioni, che non hanno risparmiato tagli della produzione e del personale. Il conto in questi ultimi mesi è stato presentato, e con gli interessi, alle famiglie, l’ultimo anello di ogni aggregazione sociale.

Una miscela esplosiva – disoccupazione, aumento del carico fiscale e delle accise, blocco delle assunzioni e dei salari dei dipendenti pubblici, inflazione, calo della produttività – che sta mettendo in grossa sofferenza il corpo sociale e i cui effetti si stimano pari a una manovra fiscale pari a 105 miliardi. Un colpo terribile, che non farà mancare i suoi effetti anche nei mesi prossimi. Anzi, il 2013, se possibile, sarà ancora peggiore. E l’Istat, che assottiglia sempre di più la soglia di reddito minima di povertà, fa registrare un aumento dei poveri in Italia. Le famiglie da parte loro, che si mostrano molto elastiche rispetto alla congiuntura, devono arrangiarsi come possono riducendo o azzerando l’acquisto di beni durevoli, diminuendo la qualità dei prodotti di largo consumo fino, nei casi più gravi ma ormai sempre più numerosi, a ridurre persino i beni essenziali. Insomma, si sta entrando nella carne viva. A peggiorare le cose c’è un altro fattore, che deprime ulteriormente i consumi: nella prima fase della crisi le famiglie non hanno abbassato il tenore di vita a prezzo di una riduzione della propensione al risparmio e, talvolta, addirittura in una erosione dei risparmi stessi (quando non dell’indebitamento). Nell’attuale congiuntura, invece, («l’anno della consapevolezza» secondo De Novellis) il pessimismo diffuso da un lato e l’incertezza del futuro dei figli hanno aumentato la propensione al risparmio, deprimendo quindi ulteriormente i consumi. Una somma di effetti a catena che stanno mettendo in ginocchio l’Italia, con la spada di Damocle, oltretutto, delle elezioni ormai prossime e del fiato sul collo degli altri paesi europei.

Si verificano poi altri due fenomeni tipici di tempi come quelli che stiamo vivendo. Venendo a mancare o riducendosi il reddito del capofamiglia (per licenziamento, cassa integrazione, mobilità), per compensare il buco gli altri componenti della famiglia si gettano nel mondo del lavoro, aumentando sensibilmente la quota di persone alla ricerca di occupazione, che oggi secondo stime attendibili si attesta sui 5-6 milioni di persone. L’altro fenomeno è conosciuto come ”fuga dei cervelli” all’estero. Il Paese investe molto sulla formazione di migliaia di giovani che poi vanno a ingrossare le fila dei manager e specialisti in Europa, sottraendo un potenziale umano enorme di cui in futuro dovremo pagare il conto.

«In questi ultimi tre Governi siamo passati dal Ministero per la famiglia al Sottosegretariato per la famiglia per arrivare alla semplice delega per la famiglia. La famiglia, nei fatti perché a parole si fanno tante promesse, per i politici conta davvero poco. Non è in cima ai loro interessi», ha detto don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, introducendo i lavori di stamattina. Una constatazione che non si ferma ai nomi ma incide nella sostanza delle cose: «Nonostante la famiglia sia il principale ammortizzatore sociale di tante inadempienze dello Stato, a cominciare dall’assistenza agli anziani e alle persone con handicap, si scarica sui bilanci della famiglia il pesante costo della crisi economica», ha infatti aggiunto, ricordando poi che, come scriveva oggi su Il Corriere della sera Maurizio Ferrera , sono ormai tre milioni e mezzo le famiglie senza beni essenziali per condurre una vita dignitosa. Il direttore, pur lodandone l’azione anche a livello internazionale, non ha risparmiato critiche all’attuale governo riguardo alle politiche familiari: «Occorre un nuovo patto tra Stato e famiglia, fondato sulla fiducia e sulla considerazione che la famiglia ha un forte ruolo di coesione sociale», ha infine auspicato.

Gli hanno fatto eco Luigi Bordoni, presidente di Contromarca, e Francesco Belletti, presidente del Forum delle Associazioni familiari. Il primo ha snocciolato alcuni dati: i consumi nel comparto alimentare e di cura della casa e della persona sono diminuiti nel 2012 del 5% rispetto al 2011. E se l’abbigliamento è sceso del 10%, per l’arredo della casa e gli elettrodomestici c’è stato un vero e proprio crollo: -20%. «Numeri che mostrano come lo “sbilancio” delle famiglie provoca anche come conseguenza lo sbilancio delle aziende, anche agricole e commerciali» ha detto Bordoni. «Una situazione che contrasta con i dati di cronaca, che ci parlano di risorse che vanno negli sprechi, nella corruzione, nei privilegi». Risultato? «La ribellione nella popolazione sta aumentando». Belletti ha criticato il + 4% di pressione fiscale da parte del governo Monti in un anno e anche alcuni provvedimenti della legge di stabilità appena presentata: «L’aumento dell’Iva di un punto percentuale annulla e supera il risparmio derivante dalla riduzione dell’Irpef, oltretutto distribuita a pioggia senza tener conto dei carichi familiari». Infine, una denuncia: «Questo governo ha ridotto lo spazio di confronto con l’associazionismo e di questo ci dogliamo».

Nel panel degli ospiti che ha parlato prima del ministro Riccardi anche due imprenditori. Buone notizie da Giacomo Archi, ad di Henkel Italia, multinazionale tedesca. «Le multinazionali hanno cambiato percezione dell’Italia da quando c’è questo nuovo governo». Alberto Bauli, presidente della nota azienda veronese, ha garantito che «i problemi delle famiglie riguardano anche le aziende familiari come la nostra e il 95% di quelle alimentari, che sono di tipo familiare». Secondo l’imprenditore vi sono indicatori preoccupanti per i prodotti stagionali, come il panettone. «Se il ricchissimo tessuto industriale italiano si sta lentamente sgretolando sia per motivi di passaggio generazionale che per la congiuntura attuale», ha detto alla platea, «abbiamo però grandi opportunità a causa dell’eccellenza italiana, molto apprezzata all’estero».

Massimiliano Dona, delle organizzazione dei consumatori, ha segnalato come sono molto calati i contenziosi degli associati e sono aumentate invece le loro richieste di informazioni. «Chiedono come risparmiare più che lamentarsi del piccolo imbroglio dell’idraulico o della bolletta». Segno dei tempi. Infine Nando Pagnoncelli dell’Ipsos, che ha presentato poche settimane fa una ricerca sui giovani compiuta in collaborazione con l’Università Cattolica, ha ricordato come un giovane su due fino ai 35 anni non esce di casa. Questo fenomeno deprime ulteriormente il già basso tasso di fecondità degli italiani , oggi pari a 1,3. «Molti pensano che il peggio deve ancora arrivare e che solo nel 2016 vi sarà la ripresa: un effetto psicologico che riduce i consumi».

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