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sabato 25 settembre 2021
 
Concordia
 

Concordia: niente carcere per Schettino. E l'Italia discute

12/02/2015  Il tribunale della strada aveva condannato Francesco Schettino la notte del naufragio. Un Tribunale vero non può limitarsi a confermare il racconto che l'immaginario collettivo riconosce. Deve rendere giustizia e anche disarmare la voglia di vendetta.

Il tribunale dei media e della strada aveva condannato Francesco Schettino fin dalla notte del naufragio. Fin dalla narrazione simbolicamente mediata dalla replica all'infinito del dialogo, aspro, tra il capitano De Falco della Capitaneria di Livorno e il comandante in fuga, che aveva trasformato i due in archetipi antitetici di eroismo e di viltà. Due icone fissate per sempre nell’immaginario collettivo del disastro, con tutta l’emotività che sempre comporta una tragedia vissuta sotto i riflettori e destinata a una spettacolarizzazione che ferisce a ripetizione le vittime e i loro familiari.

Su questo racconto che forse nella realtà andrebbe ridimensionato a categorie meno altisonanti, quali la responsabilità, il senso del dovere e del proprio ruolo, l’essere all’altezza del proprio compito, si è innestato il processo penale, appena concluso con la sentenza di primo grado che condanna il comandante Schettino a 16 anni di reclusione e un mese di arresto, ad alcune pene accessorie nonché al risarcimento delle parti civili, cui concorre in solido la compagnia di navigazione.

Il processo era difficile in partenza, destinato proprio malgrado a una mediaticità e a una teatralità superiori alla media, dovendo compiere i propri riti sotto i riflettori di tutto il mondo e sotto la pressione dell’opinione pubblica commossa dal disastro e dalla sorte delle 32 vittime. Una teatralità – che sempre esiste nel processo  in cui la verità processuale si ricostruisce a posteriori attraverso un percorso che è anche una rappresentazione rituale – sottolineata in maniera supplementare dalla necessità di celebrare il dibattimento in un teatro (troppo piccola un’aula di piccolo tribunale qual era Grosseto per contenere le numerose parti civili), e in qualche modo amplificata dai filmati drammatici del lavoro dei sommozzatori, da un paio di espressioni forti adoperate durante la requisitoria dei Pubblici ministeri, dalle lacrime dell’imputato durante le dichiarazioni spontanee conclusive.

È dunque comprensibile e prevedibile che oggi, con la stessa emotività con cui si seguivano le cronache della prima ora, l’opinione pubblica accolga la sentenza “misurandola” in qualche modo sul proprio bisogno di conferma di quel racconto. Si comprendono sulla base di queste premesse le considerazioni a caldo di chi – certo tra le vittime,  ma anche per la strada o in Rete  - giudica la pena non abbastanza  esemplare e vive l’assenza di carcerazione immediata come una delusione delle aspettative.

Il problema è che un processo ha una funzione diversa: deve chiudere fuori dalla porta il racconto collettivo e l’emotività che ne deriva, deve analizzare con lucidità le ricostruzioni di accusa e difesa, valutare gli atti – tutto quello che non è agli atti nel processo non esiste – considerare le prove e in base a quelle decidere, senza porsi il problema di scontentare il pubblico che in questi casi preme alla porta.

Può essere difficile da accettare, quando ci sono vittime, quando l’emozione è forte e altrettanto forte è la tentazione collettiva di buttare le chiavi, ma occorre ricordare che un processo oltre al dovere di condannare i colpevoli, di mandare assolti gli innocenti, di risarcire- per quanto possibile – le vittime ha anche un’altra ragion d’essere importantissima nel diritto moderno: disarmare la voglia di vendetta.  

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La condanna di Schettino fa il giro del mondo
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