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venerdì 05 marzo 2021
 
IL CASO
 

Schwazer, se lo sport è disposto a tritare un uomo per salvare la facciata

18/02/2021  L'ordinanza di archiviazione riabilita un uomo infangato, ma il sistema sport ne esce come peggio non potrebbe. Ecco perché

Il Gip di Bolzano ha archiviato la posizione di Alex Schwazer nel procedimento a suo carico,accogliendo la richiesta del Pm. Significa che il giudice per indagini preliminari ha ritenuto che non ci sono elementi per rinviare a giudizio il marciatore per aver commesso una frode sportiva nel 2016, quando a Capodanno fu controllato dall’antidoping: risultato negativo nell’immediato e tre  mesi dopo invece positivo al testosterone a un’analisi ricompiuta successivamente sullo stesso campione di urina quando l’atleta era lanciatissimo verso la qualificazione all’Olimpiade di Rio de Janeiro. Fuori dal giuridichese vuol dire che il pubblico ministero che indagava e il giudice chiamato a valutare se quanto emerso dalle indagini bastasse a mandare Schwazer a processo hanno ritenuto che il doping quella volta non c’è stato: archiviano perché il fatto non è stato commesso, non è un’assoluzione, è di più per certi versi perché dice che non c’erano neppure gli elementi per aprire un processo penale.

Alex Schwazer, a seguito di quel test, che ora un Tribunale ordinario riconosce nero su bianco come inattendibile, è tuttora squalificato: sta scontando otto anni. Per la Wada, l’agenzia mondiale antidoping, è un recidivo. Nel 2012, trovato positivo, aveva ammesso in lacrime che, sì, c’era cascato. E non è una cosa che accada ogni giorno: il campionario di scuse per positività da doping potrebbe bastare a scrivere un’enciclopedia farsesca. Nessuno ammette mai. Conviene scontare la squalifica negando l’evidenza. Così fan tutti.

Per tutto questo è stato difficile accostarsi in questi anni con spirito scevro da pregiudizi alla vicenda di Alex Schwazer. Lo sguardo di chi da anni e anni osserva e studia il mondo dello sport diceva che è pieno il mondo di dopati recidivi che gridano al complotto. Ma lo sguardo di chi osserva le dinamiche delle prove richieste non al diritto sportivo (necessariamente sommario per la sua ineludibile velocità) ma alla giustizia ordinaria che ha bisogno di uno standard probatorio ben diverso per assolvere o condannare continuava a ripetersi che qualcosa in quella storia non tornava.

Chi avesse avuto la certezza di aver fatto tutto per bene (Wada, laboratorio di Colonia, Iaaf federazione internazionale di atletica leggera) avrebbe avuto tutto l’interesse a far arrivare i campioni da analizzare, richiesti per rogatoria internazionale, ai Ris alla velocità del suono: per stravincere in Tribunale. E invece temporeggiavano, temporeggiavano, temporeggiavano. Eppure, se fossero stati sicuri della trasparenza del proprio operato, sarebbero stati certi di vincere pressoché a mani basse: dimostrando - con evidenza scientifica - che il reprobo era un finto pentito, che il suo nuovo maestro Sandro Donati tecnico che da anni si batte contro il doping, l’uomo che nel 1987 ebbe il coraggio da tecnico federale di denunciare il salto di Evangelisti “allungato” ad arte per una medaglia di bronzo in più ai Mondiali di Roma in casa, con la sua operazione trasparenza era solo una foglia di fico. Sarebbe stato un gioco da ragazzi dimostrare che era andata come sempre in casi simili: ci cascano, rientrano, ci ricascano e negano l’evidenza.

Ma le cose sono, invece, sono andate molto diversamente: si è tirato in lungo, si è fatto tutto il possibile per non dare quel campione di urina ai Carabinieri del Ris (magari contando sul fatto che la prescrizione in Italia poteva arrivare in corso di processo?). Quello che poteva essere solo un cattivo pensiero sulla base della logica, ha assunto i connotati di un sospetto concreto quando i Carabinieri hanno finalmente messo le mani in laboratorio su quel campione di urina: il colonnello Giampietro Lago, consulente nominato dal gip del Tribunale di Bolzano, Comandante del Ris di Parma, ha concluso che «La concentrazione del Dna nelle urine non corrisponde ad una fisiologia umana e i dati confermano quindi un’anomalia».

E oggi un giudice penale scrive che «ritiene accertato con alto grado di credibilità razionale che i campioni d’urina prelevati a Alex Schwazer l’1-1-2016 siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e dunque di ottenere la squalifica e il discredito dell’atleta come pure del suo allenatore, Sandro Donati». Viene poi affrontato il tema dei comportamenti di Wada e Iaaf: «Sussistono forti evidenze del fatto che nel tentativo di impedire l’accertamento del predetto reato siano stati commessi una serie di reati che di seguito si elencano: falso ideologico, frode processuale, falso ideologico finalizzato a coprire il precedente falso; falso ideologico, frode processuale e diffamazione». Definisce la «la catena di custodia dei reperti in perizia (...) del tutto evanescente». Denuncia il fatto che Iaaf (federazione internazionale di atletica leggera) e Wada: «Hanno operato in maniera totalmente autoreferenziale non tollerando controlli dall’esterno fino al punto di produrre dichiarazioni false». Mette nero su bianco il fatto che «È (...) provato che la manipolazione delle provette, che lo scrivente (il giudice Walter Pelino, ndr.) ritiene provata con altro grado di probabilità razionale, avrebbe potuto avvenire in qualsiasi momento a Stoccarda come a Colonia (nei laboratori dell’Agenzia deputata al controllo), ove si è dimostrato esservi provette non sigillate, dunque agevolmente utilizzabili alla bisogna».

Per Alex Schwazer che nel frattempo ha messo su famiglia, è diventato padre, e ha continuato ad allenarsi, è un’amara buona notizia: riabilita un uomo finito nel fango. Potrà, forse, ma sono strade tutte da esperire perché giustizia ordinaria e sportive sono indipendenti, ricorrere a una Corte federale svizzera (il Tas tribunale sportivo di secondo grado è a Losanna) contro la squalifica, magari chiedere un risarcimento danni. Nessuno gli renderà gli anni perduti. Intanto gli atti sono tornati al Pm perché indaghi sugli eventuali reati commessi dall’apparato spotivo e antidoping contro il campione.

Per lo sport, per il suo sistema, per l’antidoping, ma anche per la sua “cultura” che in certi momenti è sembrata sfiorare indici di mafiosità è una notizia pessima: ci dice non solo che il sistema è molto più marcio di come sembrava, ma che per salvare la sua facciata di sepolcro imbiancato è disposto a tutto. Un danno a chi ci finisce dentro, ma anche a tutti noi che vorremmo amare lo sport e credergli ancora. Di qui in poi quando vedremo una gara, qualsiasi gara, saremo autorizzati a metterla in dubbio. Accadeva anche prima: è pieno lo sport di dopati squalificati/recidivi/rientrati avendo accampato scuse risibili riaccettati come se nulla fosse purché non ammettano nulla. Ma ora siamo oltre: ora sappiamo che il sistema è disposto a tritare chi osa gridare che “il re è nudo”. La conclusione logica è che viene la tentazione di dirsi che il talento per lo sport non è qualcosa da augurare a un figlio.

 
 
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