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domenica 29 maggio 2022
 
La storia
 

Scomparsa in mare sognando i campi da calcio europei

04/11/2016  Fatim Jawara, 19 anni, giocava come portiere nalla Nazionale di calcio del suo paese, il Gambia. Ma pensava in grande e ha deciso di partire come tanti altri suoi connazionali. Il viaggio via terra, poi le coste della Libia dove il barcone in cui era salita ha fatto naufragio. La sua sorte è stata quella di altri 3.800 migranti scomparsi in mare nel 2016, l'anno più tragico

La maggior parte di loro rimangono volti anonimi, numeri che vanno a ingrossare le statistiche sempre più nere e che ci parlano di quasi 4.000 morti solo nel 2016 nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. E poi ci sono  i casi particolari, di cui veniamo a conoscere le storie e che rimarranno sempre scolpiti nella nostra mente. Come quello di  Fatim Jawara, 19 anni, che è partita dal Gambia, il terzo paese con il maggior numero di profughi, e che dopo essersi imbarcata in Libia è scomparsa in uno degli ennesimi naufragi. Era il portiere della nazionale di calcio ed era brava. In una delle sue ultime partite, un’amichevole contro le ragazze scozzesi di Glasgow, aveva parato un rigore.  

Fatim era nata in un villaggio e si era poi trasferita nella capitale, Banjul. Sin da ragazzina si era distinta nel ruolo di portiere e bel 2012, quando aveva 15 anni,  aveva partecipato con il team under 17 alla Coppa del Mondo in Azerbaigian. Una bella ragazza, che aveva frequentato la scuola superiore, si truccava nel tempo libero, amaba vestirsi alla moda, ma era orgogliosa della maglia rossa  della nazionale, tanto da scegliere  di indossarla  nella copertina della sua  pagina facebook. Il suo ultimo post il 18 luglio, con le foto del matrimonio di un fratello. Poi la decisione di partire, nel cuore un grande sogno, in nome del quale ha ignorato i pericoli in cui andava incontro. Continuare a giocare a calcio in un club europeo, lo sport nel suo paese gli stava stretto, troppo difficile la situazione, con un governo autoritario che viola i diritti umani e tortura degli oppositori come è scritto nell’ultimo rapporto di Human Rights Watch . «La ricorderemo per le sue grandi performance sul campo», dice l’allenatore di allora, Chorro Mbenga. «Abbiamo perso una atleta con molto talento»  aggiunge la coordinatrice della nazionale femminile del Gambia, Siney Sissoko. «competitiva, sempre determinata a spingere verso la vittoria la sua squadra, molto gioviale e aperta».

La sua storia ci ricorda tantissimo quella della velocista somala Samia Yusuf Omar, che dopo aver partecipato alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 classificandosi ultima nella sua batteria ma commovendo il mondo, poiché nel suo paese la situazione politica non le permetteva di continuare ad allenarsi, decise di partire per un viaggio della speranza con il sogno di partecipare alle Olimpiadi di Londra 2012. Ma i suoi sogni e la sua vita si infransero in quel cimitero a cielo aperto che è il Mediterraneo. La sua storia è stata raccontata nel bel libro di Giuseppe Catozzella Non dirmi che hai paura (Feltrinelli). Samia come Farim, due volti, due storie, simbolo di tutti quelli che sperano in una vita migliore, ma trovano solo la morte.  

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