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Se il calcio è questo, chiudiamolo qui

03/05/2014 

Roma: allo stadio, il capo tifoso con la maglietta che inneggia all'assassino dell'ispettore Raciti (Ansa).
Roma: allo stadio, il capo tifoso con la maglietta che inneggia all'assassino dell'ispettore Raciti (Ansa).

Forse il fondo del calcio italiano è qui, molto più che nella sua assenza dalle sfide che contano ai vertici di Champions ed Europa League. E’ qui, in questa finale (Napoli-Fiorentina 3-1, giocata a Roma) di calcio incivile che sfila davanti alle autorità civili: sugli spalti ci sono il presidente del Consiglio e il presidente del Senato, ma  quello che succede attorno ignora anche il minimo sindacale di civiltà.

 Siamo ormai l’unico Paese d’Europa in cui è scontato che una partita di calcio sia un problema di ordine pubblico, ancora prima di cominciare
. Gli inglesi hanno sconfitto gli hooligans da anni e noi, ogni volta, assistiamo all’indegno  spettacolo delle forze dell’ordine costrette a discutere l’opportunità di giocare una partita che ha perso senso prima del calcio d’inizio con un capo ultrà vestito d’una maglietta che invoca la libertà dell’uomo condannato per l’omicidio del commissario Raciti. Accade 45 minuti dopo l’orario previsto per una partita cominciata a pistolettate fuori dallo stadio, con, almeno, 10 feriti: tra cui  un agente.

Basterebbe questo per dirsi che il calcio italiano è un misero spettacolo che non può continuare così. Ce lo diciamo ogni volta che il livello dello scontro si alza. Ma il fatto che si alzi al punto che qualcuno muore, - è già accaduto a Catania con Raciti -non basta a cambiare rotta e a decidere che così non si continua più. Invece si continua sempre, si tollerano magliette infami, si tollerano i petardi, le bombe carta piene di chiodi, si tollerano criminali comuni o, peggio, organizzati, a dettar legge nelle curve, a fronte dei quali un daspo è una foglia di fico, quando non una medaglia al valore. Si tollera tutto e nulla cambia mai, solo di tanto in tanto qualche verginella immacolata si lamenta del fatto che allo stadio si vedono sempre meno famiglie con bambini.

Non sarà che le famiglie con un po’ di sale in zucca vogliono evitare ai loro figli bambini lo spettacolo indegno di uno stadio in guerra in tempo di pace e il rischio connesso di non tornare a casa? Se questo è lo sport di cui tutti si riempiono la bocca parlando di valori e di scuola di vita, possiamo chiuderlo qui a data da destinarsi, perché qui non c’è niente, ma proprio niente che valga la pena. E infatti tra un anno saranno trent’anni dall’Heysel e noi non abbiamo imparato niente.

 
 
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