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Se la bufala su Gentiloni fa più clic dei grandi giornali

14/12/2016  Una frase mai pronunciata dal neopremier sui sacrifici a cui dovrebbero essere costretti dagli italiani, lanciata da un sito di satira, è stata presa per buona da migliaia di internauti che l'hanno commentata come se fosse vera. L'ennesimo cortocircuito dovuto alla scarsa considerazione di cui godono i giornali "seri".

Ci risiamo. Ecco il titolo di un giornale: “Gentiloni choc: gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”. Ed ecco altre frasi che il neopremier avrebbe pronunciato: "Per ritornare ad essere veramente competitivi gli italiani devono fare dei piccoli sacrifici quali smettere di lagnarsi sui social e poi fare la fila per comprarsi l’ultimo IPhone". E ancora: "Basta ipocrisie, sono tutti finti poveri e io sono già scocciato di questo piagnisteo, rimboccarsi le maniche per il futuro del paese, qualche sacrificio non ha mai ammazzato nessuno, solo così l’Italia tornerà a primeggiare in Europa”.

Ovviamente, Gentiloni non ha mai detto nulla di tutto ciò. Ma oltre 10 mila persone ieri hanno preso per buona la notizia e l'hanno commentata con insulti e minacce. L'ennesima bufala, insomma, proveniente dal sito liberogiornale.com, che però, come ha fatto notare il direttore dell'agenzia Agi Riccardo Luna sul web ha avuto molta più risonanza di quanto hanno scritto i commentatori dei giornali "veri": "L’editoriale del direttore di Repubblica Mario Calabresi, pure molto critico con il governo Gentiloni, su Facebook era fermo a 850 condivisioni. Il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa, sempre contro il governo Gentiloni, era a 47. E il commento di Pierluigi Battista sul Corriere addirittura a 15".

In realtà, basta andare su liberogiornale.com per capire subito che si tratta di un sito di bufale come lo stesso sito confessa al fondo, ma proprio al fondo, della homepage: "Satira e finzione sono la nostra missione". La missione, in realtà, è semplicemente acchiappare clic da rivendere agli investitori pubblicitari, giocando anche sul titolo che furbescamente mette insieme due testate "vere" con una linea di centrodestra. Il problema, ovviamente, è che gran parte di chi frequenta il social network non si preoccupa minimamente di verificare l'attendibilità di una notizia. Basta leggere un titolo ad effetto e subito lo si condivide e lo si commenta innescando una catena di odio e di ignoranza.

Come se ne esce? I social, da Facebook a Twitter,  hanno promesso di impegnarsi per trovare un sistema per filtrare le bufale. Ma finché anche i giornali con una storia decennale fanno a gara a chi, almeno nel titolo, la spara più grossa e mettono a fianco la serissima riflessione di un editorialista al video di un cagnolino ritrovato o della vip ripresa in abiti discinti, i siti di bufale avranno sempre buon gioco. Il lettore infatti si chiederà: dov'è la differenza? 

 

 

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