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mercoledì 15 luglio 2020
 
il dibattito
 

Se la Chiesa sospende le messe e apre le porte

11/04/2020  Monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, interviene nel dibattito di questi giorni su quanti lamentano la sospensione delle liturgie alla presenza dei fedeli. "In questa situazione", dice il prelato, "la Chiesa per quanto dispersa non si perde, per quanto appartata non si isola".

di monsignor Domenico Pompili

 

«Ma siamo sicuri che la chiesa adottando, contro il possibile contagio del coronavirus, misure che impediscono liturgie, preghiere e addirittura funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione? Un cristiano non sospende la liturgia!» (E. Bianchi, 29 febbraio 2020). È stato l’ex priore di Bose, con la sua consueta parresia, a dar voce a questo retropensiero. Eravamo appena agli inizi: il coronavirus non era stato ancora dichiarato pandemia e l’Italia non era in lockdown. Quando l’intero Paese è diventato “zona rossa” si è accusato il colpo. A quel punto, si sono letti pensosi elzeveri intorno alla cedevolezza dei vescovi. C’è, addirittura, chi ha scomodato il Concordato tra Stato e Chiesa. Chi ha cominciato a “giocare alle catacombe”, evocando scenari di persecuzione e di fine della libertà religiosa.

La Chiesa, da parte sua, non è caduta nell’errore di sottovalutare i segnali del contagio e ha scelto di dar credito all’evidenza scientifica, secondo cui il virus non ha gambe se non quelle di noi esseri umani. È stato un modo per prendere atto della realtà che costringe sempre a ragionare non in astratto. E alla fine ha sospeso provvisoriamente ogni liturgia per prevenire il diffondersi dell’epidemia. La sospensione delle messe e di qualsiasi altra attività comunitaria, peraltro, non ha significato la chiusura delle chiese. Esse restano aperte per la preghiera personale. Ma restano ‘aperte’ anche perché non sono indifferenti alla condizione di crisi di un territorio che è diventato esso stesso un “ospedale da campo”. Per questo l’azione ecclesiale si è moltiplicata al suo esterno con tutta una serie di servizi, finalizzati al bene comune. Diocesi e parrocchie, grazie alla Caritas, hanno messo a disposizione spazi per medici ed infermieri; si sono attrezzate mense per i poveri e alloggi per i senza tetto, oltre che pacchi viveri per le categorie più fragili; si comincia a pensare a fondi di solidarietà per contrastare una crisi economica che rischia di amplificare stridenti disuguaglianze. E i preti? Non sono affatto scomparsi, ma hanno dovuto reinventarsi con una presenza che si è fatta più solida paradossalmente a motivo della stanzialità imposta. Poi ciascuno ha cercato di accorciare le distanze coi propri interlocutori abituali, scoprendo che la condizione di fragilità crea un campo magnetico di maggiore attenzione e sensibilità. Per non parlare di quelli - e sono più di un centinaio - che si sono ammalati e sono morti per stare fuori dalle chiese a benedire, consolare, aiutare. E le suore? Ce ne sono tante che sono risultate positive ai test per essere accanto agli anziani nelle case di riposo. E, d’altra parte, si sono mobilitate suore dottoresse ed infermiere che hanno dato la propria disponibilità in situazioni di emergenza, in cui hanno fatto la differenza.

Resta un fatto indiscutibile: celebrare, perfino a Pasqua, stando ognuno a casa propria è una mortificazione difficilmente esagerabile. Né basta a consolarsi, il dispiegamento tecnologico che è stato messo in campo per garantire in tv o in streaming la partecipazione a distanza dei fedeli. Senza entrare nel merito di appassionanti dibattiti tra tifoserie di opposta tendenza, la “sospensione” della liturgia resta una sfida da non trascurare, peraltro proprio nei mesi che precedono la nuova edizione del Messale romano. E, tuttavia, se davvero sperimenteremo la privazione della liturgia e, contestualmente, la mancanza della comunità cristiana, sarà più facile riscoprire la bellezza della fede e la gioia dello stare insieme. Intanto – e non è poca cosa - ci è dato di riscoprire la dimensione domestica della fede che è poi quella originaria, grazie alla quale la Chiesa per quanto dispersa non si perde, per quanto appartata non si isola.  

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