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sabato 24 ottobre 2020
 
 

Se lo Stato risparmia sui più bisognosi

22/12/2014  Tagli fin oltre il trenta per cento sugli empori e sulle mense. Don Mapelli: «Sulla povertà c’è un disinvestimento che crea un vuoto gravissimo»

Di fronte alla portineria del condominio un cartello segnala l’ingresso dell’Emporio della solidarietà. Pochi gradini verso il seminterrato, si entra in un vasto locale, sobrio e illuminato: due corridoi e scaffali di generi alimentari di ogni sorta, pasta, cibo in scatola, prodotti per i neonati. Un supermarket a tutti gli effetti, rivolto a una clientela specifica: persone e famiglie in difficoltà economica. Siamo a Cesano Boscone, hinterland milanese, periferia sud-est della città.
L’Emporio solidale della Caritas ambrosiana, gestito dalla Cooperativa sociale Ies (Impresa etica sociale), è nato all’inizio del 2014 per volontà di don Massimo Mapelli, responsabile Caritas della zona 6 di Milano. «L’Emporio già esisteva in altre città, come Roma e Prato », spiega don Massimo, «nella diocesi ambrosiana è il primo».

Al supermercato della Caritas, aperto tre mattine a settimana, arrivano persone segnalate dai Centri di ascolto alle quali viene fornita una tessera a punti caricati spendibili nell’arco di un mese. All’Emporio fanno acquisti 750 famiglie della zona. «Questo servizio non risolve il problema del reddito, è una soluzione temporanea, che si inserisce in una progettualità di assistenza più ampia ». Il supermarket solidale diventa, così, un modo per tamponare la difficoltà di arrivare alla fine del mese, salvaguardando la dignità delle famiglie. «Tutti i generi alimentari ci vengono donati dalle aziende e dai grandi distributori », raccontano i volontari. «Abbiamo una lista di una quindicina di prodotti di prima necessità che non devono mai mancare».
Come farina, pasta, riso, olio, sale, legumi. «Se uno di questi si esaurisce, non se ne può fare a meno». E allora, bisogna trovare il modo di riacquistarlo. Far quadrare i conti è sempre difficile: ci si affida alla generosità dei donatori. Ma più di tanto non si può chiedere. La coperta si tira da una parte e dall’altra, coprire tutto è sempre un’impresa.

Il rischio di un vuoto

  

Ancora più complicata se la Legge di stabilità taglia i fondi per il sostegno alimentare ai più bisognosi. «Noi così perdiamo circa il 30-35 per cento dei nostri finanziamenti. Una cifra altissima», osserva don Massimo. «È evidente che sul problema della povertà c’è un disinvestimento, che rischia di creare un vuoto gravissimo. Noi di Caritas proponiamo l’introduzione del reddito di inclusione sociale (tutte le famiglie che vivono in povertà assoluta riceverebbero una somma pari alla differenza fra il proprio reddito e la soglia Istat di povertà assoluta, ndr), ma al momento non sono previsti provvedimenti del genere».

Cosa fare, allora? «Non possiamo certo chiudere il servizio. In un momento, poi, in cui il bisogno aumenta: i dati mostrano che le nuove povertà sono in crescita. Aumentano i cittadini italiani che chiedono aiuto alle strutture di assistenza e alle parrocchie. Dobbiamo andare avanti». Anche con il sostegno di altre realtà solidali. Come, ad esempio, la Onlus Qui Foundation che in varie città porta avanti il progetto “Pasto buono”, per il recupero delle eccedenze alimentari degli esercizi commerciali. Dalla collaborazione fra Emporio e Qui Foundation nel 2015 partirà un grande progetto solidale antispreco a Milano.

«“Pasto buono” non riceve finanziamenti di natura pubblica, non li abbiamo nemmeno mai chiesti», chiarisce il presidente di Qui Foundation Gregorio Fogliani. Che indica un percorso alternativo: «Siamo convinti che una strada più proficua sia mettere a punto dei meccanismi di agevolazione fiscale per chi dona. La defiscalizzazione sarebbe anche un doveroso riconoscimento verso coloro che si impegnano a diminuire lo spreco alimentare»

 
 
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