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sabato 28 maggio 2022
 
 

Il buono scuola? Per fare la spesa

02/09/2011  Sempre più genitori ne fanno un uso distorto, complice la crisi. Anziché spenderlo per il materiale didattico lo utilizzano per gli alimentari o altro. A rimetterci sono gli studenti.

Shampo colorante, barrette di cioccolato, gomme da masticare e un quaderno. Alla cassa di un supermercato di Brescia una coppia italiana giovanissima paga con un voucher da 10 euro: la "dote scuola" erogata dalla Regione Lombardia.

«Fosse per me farei acquistare solo ciò che serve davvero al bambino», commenta la ragazza alla cassa, «invece qui passa di tutto. Non ha idea di cosa comprino con questi buoni. Ma io non posso farci niente, non posso intervenire». La stessa scena si ripete in altri supermercati di Milano e dintorni. Le commesse confermano indispettite: «Sono quasi sempre italiani. Gli stranieri, forse, si sentono più sotto controllo e cercano di non abusare. Ogni giorno vedo comprare di tutto, dal detersivo ai giochini elettronici».

La "dote scuola" – che sostituisce i contributi che fino al 2008 la Regione Lombardia versava per i libri di testo e le borse di studio – potrebbe essere spesa, in teoria, soltanto per l’acquisto di materiale scolastico. Il bando esemplifica: «Libri, mensa, trasporti, cancelleria, ecc». Ma è in quell’eccetera che si cela il trucco. E anche nella impossibilità di controllare puntualmente tutto. E così, con i soldi (a seconda del reddito, da un minimo di 60 euro a un massimo di 110 per la scuola primaria e da un minimo di 140 a un massimo di 290 per le superiori) finisce che si soddisfano bisogni non proprio di prima necessità e comunque non legati all'istruzione dei propri figli. Come Pinocchio che si vende il sillabario per andare al teatro dei burattini, molte famiglie, complice la crisi che sta devastando i redditi, utilizzano il buono scuola per fare la spesa. 

«Come assessore alla cultura e all’istruzione», spiega Nadia Taglietti, del Comune di Castenedolo, «sperimento quanto sia difficile educare innanzitutto le famiglie. Per questo preferisco i contributi dati alla scuola per ampliare l’offerta formativa. Noi cerchiamo di evitare che i furbi approfittino della situazione, tanto più in un momento come questo dove ci sono davvero persone in difficoltà. Noi, per esempio, non ci accontentiamo dell’autocertificazione sul reddito, ma controlliamo il vero stato di indigenza di chi chiede aiuto. In questo modo i fondi, che i Comuni fanno sempre più difficoltà a reperire, sono indirizzati verso le vere necessità».
 
La pensa così anche Antonio Tafelli, assessore di Carpenedolo, sempre nel bresciano. «L’erogazione della dote scuola spetta alla Regione che dovrebbe anche controllare, insieme con i Comuni, il loro uso corretto. Nei piccoli Comuni come il nostro riusciamo a farlo. Certo, con lo stile del buon padre di famiglia. Quando ci arrivano segnalazioni, di solito da altri cittadini, di un uso non corretto del buono chiediamo spiegazioni all’esercizio commerciale e, se le cose si ripetono, li escludiamo dall’elenco di quelli dove il voucher può essere speso. Sicuramente sarebbe stato meglio dare queste risorse direttamente ai Comuni che le avrebbero utilizzate per comprare penne, quaderni, libri e tutto ciò che serviva agli studenti. Avremmo avuto meno problemi di un uso scorretto. Noi ancora riusciamo a controllare, ma nelle grandi città è più difficile e, alla fine, sono risorse che vengono sottratte alla scuola e agli studenti».
 
Molto meglio, dicono in tanti, «era il vecchio contributo libri di testo. Lì non ci si poteva certo sbagliare ». Che sia il caso di tornare al passato?  

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