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venerdì 22 ottobre 2021
 
Convegno Centromarca
 

Se sei buono ti compro

15/10/2014  Sorpresa: non tutti i consumatori privilegiano i prezzi bassi. Altri guardano alle capacità "solidali" delle aziende. Un convegno di Famiglia Cristiana e Centromarca per fare il punto.

Quanto conta che un’azienda rispetti l’ambiente? Nella scelta se prendere questo o quel prodotto, quanto “pesa” sapere che un’impresa è impegnata nella solidarietà e l’altra no? È importante che un certo acquisto di alimenti sia a “chilometro zero” o che i diritti dei lavoratori siano stati rispettati? A queste domande ha cercato di rispondere il convegno Se sei “buono” ti compro, organizzato il 15 ottobre a Milano da Famiglia Cristiana in collaborazione con Centromarca, l’associazione che raggruppa oltre 200 grandi marchi.

Ebbene, la risposta è che conta. Molto. E conterà sempre di più, perché il consumatore si sta trasformando da “cliente” in “cittadino”, e anche quando fa gli acquisti è consapevole di “votare con il portafogli”. «Non è solo un fatto di crescente sensibilità», spiega Monica Fabris, presidente di Episteme (istituto di ricerca sul cambiamento sociale e sui consumi). «La crisi, la percezione di precarietà che si vive oggi hanno fatto saltare alcuni parametri per cui sta cambiando il rapporto individuo-società. Una delle conseguenze è che ci rendiamo conto che “andare avanti così” rispetto alla tutela dell’ambiente, ai diritti, all’individualismo è insostenibile». La novità, precisa Fabris, è che prima era un tema da “illuminati”, oggi è sociale, sentito collettivamente. E le aziende, specie quelle più attente, se ne rendono conto. Perciò cresce l’impegno verso la cosiddetta Responsabilità sociale d’impresa (Csr), ossia le buone pratiche messe in atto dalle imprese.

«Un’altra novità», aggiunge la sociologa, «è che l’attenzione del pubblico non è più solo ambientale, ma anche economica e sociale. L’azienda è chiamata a essere responsabile e trasparente. Insomma, come le imprese ricavano il profitto non riguarda più solo loro, ma ne devono rispondere: sia se magari sfruttano il lavoro minorile, sia se la produzione va in crisi perché sono state fatte scelte strategiche sbagliate».

Valori e iniziativa

La crisi, per di più, porta il cittadino-consumatore a guardare alla sostanza, ad esempio riguardo alla durata e alla qualità dei prodotti. In altre parole, cambia il modello di consumo. E cambia il modo di reagire degli italiani di fronte a un “mondo instabile e precario”: c’è chi lo fa in chiave valoriale; c’è chi, invece, reagisce in modo più pragmatico: ad esempio privilegiando lo spirito d’iniziativa, l’intrapresa di nuove attività, o l’emigrazione all’estero. Un problema, per le aziende “responsabili”: non bastano le generiche buone pratiche, «occorre saper dare la risposta giusta al segmento di popolazione che interessa a quella particolare impresa», sottolinea Fabris.
E il mondo imprenditoriale che fa? Quali sono le tendenze attuali? Al convegno l’ha spiegato Paolo Bersani, partner di PwC, mostrando che è ormai un dato di fatto, per le imprese, che le azioni di responsabilità sociale attirano e mantengono clienti e fornitori, aumentano motivazione e produttività dei dipendenti, facilitano le relazioni con i mezzi d’informazione, con le associazioni e con la comunità intera (vedi i dati nei riquadri). «Non basta realizzare buone pratiche, occorre anche saperle comunicare », sostiene Alberto De Martini, direttore commerciale di Red Cell. «Occorre verità e trasparenza su ciò che si fa, e fare attenzione alla qualità della comunicazione: se l’azienda viene percepita come inautentica ci può essere l’effetto boomerang. Perciò è importante anche il mezzo: il veicolo per raccontare il mio impegno non è indifferente. Se uso un mezzo come Famiglia Cristiana, la sua credibilità rafforza il mio messaggio di responsabilità sociale».
«Siamo convinti», conclude Ivo Ferrario di Centromarca, «che la relazione con il consumatore si giocherà sulle modalità con cui le aziende fanno profitto. Chi saprà interpretare meglio le aspettative di chi acquista avrà successo. Tutte le grandi marche “firmano” un prodotto. Significa metterci la faccia, stringere un patto con il consumatore, patto che deve includere approccio etico al mercato, rapporto con il territorio, ecoefficienza».

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