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giovedì 02 dicembre 2021
 
Cinema
 

C'è del buono a Venezia: tre film da tenere d'occhio

08/09/2017  Bilancio provvisorio della Mostra. Finora buona, grazie a Ammore e malavita, Sweet Country e Three billboards outside Ebbing, Missouri.

A conferma che questa della 74° edizione della Mostra di Venezia sia una buona annata, sul piano cinematografico ma non solo (sensibili i passi avanti anche nell’organizzazione), segnaliamo altre tre pellicole che meritano sicuramente di essere viste quando sarà il momento dell’uscita nelle sale. E pensare che mancano ancora i titoli degli ultimi giorni del festival, quando un bravo selezionatore come Alberto Barbera in genere tiene in serbo il colpo a sorpresa. Che possa essere l’ultimo film italiano in gara, Hannah di Andrea Pallaoro, con (si sussurra) una magnifica Charlotte Rampling?

Intanto, risate fatte di cuore e caldi applausi per il terzo titolo italiano in competizione, quell’ Ammore e malavita dei Manetti Bros (nella foto). che forse, alla vigilia, poteva sembrare l’anello debole della nostra selezione. Invece, il loro musical su una storia di camorra è così allegro, colorato, ricco di ottime canzoni (ben interpretate dai protagonisti Serena Rossi, Giampaolo Morelli, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso e tanti altri che non si limitano solo a recitare) che lo spettatore si lascia volentieri trascinare nel gioco. Funziona bene la trama: nella solita guerra tra clan uno dei boss, ferito a un gluteo, decide che è meglio sparire e darsi per morto. Gli danno manforte la moglie intrigante, appassionata di film, il fedele guardaspalle e due killer efficienti e temuti, chiamati in città le Tigri. Peccato che, quando il boss ordina l’uccisione di una infermiera che in ospedale ha visto che lui non è deceduto, il sicario non se la senta di premere il grilletto riconoscendo in quella bella fanciulla Fatima, la ragazzina di cui quindicenne si era innamorato prima che la malavita lo rendesse orfano. Comincia così una girandola di agguati, sparatorie, intrighi sublimati da canzoni e balletti azzecatissimi (uno perfino sulle note di What a feeling di Irene Cara, tratto da Flashdance, che qui diventa L’amore ritrovato) che portano al colpo di scena finale. Contro il vero amore neppure la camorra può spuntarla.

“Noi in concorso tra Aronofsky e Clooney? E’ una sfida impossibile, come se la Sambenedettese andasse al Bernabeu a giocare col Real Madrid”, scherzano ma non tanto i fratelli Marco e Antonio Manetti. “Il musical ci ha permesso di andare sopra le righe, mantenendo toni leggeri anche davanti a temi importanti. Nel nostro film si canta prima di un bacio ma anche dopo una sparatoria”. Una scommessa. Vinta (voto 7).

L’altro titolo convincente sventola bandiera australiana. Quella di una cinematografia che partendo da Peter Weir, Baz Luhrmann, George Miller, Mel Gibson, Jane Campion, Peter Jackson (anche se gli ultimi due sono di origini neozelandesi) non cessa di sfornare talenti. Firma infatti Sweet country quel Warwick Thornton fino a poco tempo fa documentarista (bravo nel ritrarre il selvaggio outback) poi passato alla fiction con un’impronta assai personale (vedi il film collettivo a tema religioso Words with Gods, presentato tre anni fa proprio qui al Lido). L’ambientazione, naturalmente, è quella incontaminata dell’Australia più rurale. L’epoca è il 1929 quando Harry, tornato dal fronte dopo aver combattuto i tedeschi, s’installa in una sperduta fattoria avendo per vicino un bianco dedito alla Bibbia (il bravo Sam Neill) e degli aborigeni che lui, segnato dalla guerra, tratta come schiavi. Gli eventi precipiteranno e neppure la sentenza di un giudice illuminato riuscirà a dare un equilibrio al rapporto tra bianchi e aborigeni. Sappiamo infatti che ci volle almeno un altro mezzo secolo prima che i bianchi riconoscessero in Australia i torti fatti alla popolazione aborigena. Western dolente e paesaggi mozzafiato (voto 6).

La più bella sorpresa però è rappresentata dal film Three billboards outside Ebbing, Missouri (cioè Tre cartelloni fuori Ebbing, Missouri) del regista anglo-irlandese Martin McDonagh. Nome poco noto ai più ma stimatissimo dagli appassionati di teatro come il maggiore autore irlandese vivente (vincitore di tre Laurence Olivier Award e quattro volte candidato al Tony Award americano). Da qualche tempo tenuto sott’occhio anche dai cinefili per l’Oscar vinto nel 2006 col cortometraggio Six Shooter e per aver diretto un dark movie tra i più originali: In Bruges – La coscienza dell’assassino. Caratteristica di McDonagh è quella di unire a una regìa asciutta una scrittura quanto mai potente. I suoi personaggi sono così ben delineati che ti pare di conoscerli da sempre. E’ questa la magìa che cattura lo spettatore fin dalle prime inquadrature. Stavolta la protagonista, la dura matura e ironica Frances McDormand, è una madre che sette mesi dopo lo stupro e l’assassinio della figlia adolescente, abbandonata anche dal marito fedifrago, si è stufata di aspettare giustizia. Così affitta tra giganteschi cartelloni che campeggiano sulla statale prima di entrare in paese e ci fa stampare, su sfondo rosso, altrettanti quesiti rivolti allo sceriffo Willoughby (cui presta il volto un super Woody Harrelson). La cosa mette a rumore la tranquilla cittadina del profondo Missouri dove, ancor oggi, il razzismo è pane quotidiano. A Mildred non interessa se l’assassino sia bianco o sia nero, basta che lo prendano. Testarda, imprevedibile, rabbiosa, Mildred tira dritto malgrado le intimidazioni e il fatto che lo sceriffo sia in realtà un brav’uomo malato di cancro, ormai agli sgoccioli. Ed è nel ritrarre la sottile psicologia di ogni singolo personaggio, che sia in primo piano o sullo sfondo, che il regista incanta. Nello scovare dietro le pieghe che c’è qualcosa che non va dentro chiunque e qualcosa di buono perfino nel più tarato, come il poliziotto razzista Jason Dixon (Sam Rockwell, altra perla). Una sorta di western metropolitano alla Sergio Leone, a cui McDonagh dice apertamente di voler rendere omaggio, che ci regala uno dei più bei noir di sempre grazie a un inedito mix tra il tipico country americano e lo humour nero di britannica tradizione. Una rabbia che, una volta tanto, non genera altra rabbia ma risveglia pertugi di umanità. Come nelle tre lettere che, a un certo punto, scrive il contestato sceriffo che stupido non è. Un film così intelligente e appassionante (voto 9) è un regalo per lo spettatore, che potrà vederlo al cinema a partire dall’11 gennaio. Intanto, gli diamo il nostro Leone d’oro.

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