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Segno di speranza in un Paese diviso

05/06/2015  Francesco visita la Bosnia-Erzegovina a vent’anni dal massacro di Srebrenica e trova una situazione ancora tesa dopo la “pace” che ha aumentato la separazione fra le tre etnie che un tempo convivevano.

Sarajevo venti anni dopo. Venti anni dopo il massacro di Srebrenica, quando un numero compreso tra gli ottomila e i diecimila musulmani bosniaci furono uccisi e gettati nelle fosse comuni dai serbo-bosniaci. Venti anni dopo gli accordi di Dayton, che hanno messo fine a tre anni di guerra e spartito su base etnica la capitale della Bosnia-Erzegovina. Venti anni dopo un conflitto che, secondo il Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo (ma i dati sono ancora parziali), ha provocato oltre 94 mila morti.

«Oggi la nostra città è materialmente ricostruita», spiega monsignor Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, «ma la città è divisa in due da un muro invisibile, però molto reale. La divisione amministrativa testimonia che le ferite nel tessuto umano sono rimaste e che l’indole di tutto il Paese, di cui Sarajevo è il paradigma, è completamente cambiata. La divisione etnica è il grande peso che rende impossibile la riconciliazione e il cammino in avanti».

In questo Paese a tripla gestione, serba, croata e bosniaco-musulmana, e diviso in due territori e un distretto comune, la pace vera è ancora al di là da venire. Lo sa bene papa Francesco che, nell’annunciare lo scorso 1° febbraio il suo viaggio a Sarajevo per il 6 giugno, ha chiesto ai fedeli di «pregare affinché la mia visita a quelle care popolazioni sia di incoraggiamento per i fedeli cattolici, susciti fermenti di bene e contribuisca al consolidamento della fraternità e della pace, del dialogo interreligioso, dell’amicizia». Il motto scelto, «Mir Vama» («Pace a voi»), e il logo, con «una parte della croce disegnata come un triangolo stilizzato che simboleggia i confini della Bosnia-Erzegovina, sono stati ispirati dallo stesso Papa quando ha annunciato che l’obiettivo della sua visita è quello d’incoraggiare il processo della pace», sottolinea il cardinale di Sarajevo Vinko Puljic.

Un solo giorno di visita, ma sufficiente, secondo il cardinale, «per raccogliere tutti noi cattolici in una comune preghiera, per rinsaldare la nostra speranza a poter sopravvivere e godere della parità dei diritti in questo Paese; per stimolare i politici nazionali e internazionali a non trattare questo Paese come il “buco nero” d’Europa».

«Certo non ci aspettiamo che possa accadere qualcosa di rivoluzionario», aggiunge monsignor Sudar, «sappiamo che la visita del Papa non può cambiare i rapporti politici, non potrà porre fine alle discriminazioni, non potrà creare posti di lavoro… Però ciò che i cattolici possono aspettarsi da papa Francesco, nonostante tutto o a causa di tutto, è la simpatia per coloro che hanno subìto e continuano a subire ingiustizie e prove di ogni genere. E i cattolici, se sono autentici, non aspettano un incoraggiamento solo per se stessi, ma per tutti gli oppressi e gli affamati di giustizia e di una vita degna dell’uomo. Siamo minoranza in tutti i sensi, e in reale pericolo di sparizione, per questo abbiamo bisogno dell’incoraggiamento a rimanere e a impegnarci per un futuro migliore in questa terra».

La Chiesa cattolica non perde la speranza, anche se il ricordo di quei giorni è ancora vivo nella mente e nella “carne” delle persone. «Venti anni fa», prosegue monsignor Sudar, «Sarajevo, come città, era assediata, demolita e piena di segni di violenza. Come del resto la maggior parte delle città e dei villaggi in Bosnia ed Erzegovina. Le città non sono tanto le strade e gli edifici, ma la gente che ci vive. La maggioranza della nostra gente nel 1995 era stanca della guerra e del male subìto – e spero anche di quello inflitto –, e perciò desiderosa della pace e del bene. E soprattutto fiduciosa che con la pace sarebbe potuta tornare la normalità dei rapporti umani».

Una «speranza che c’è ancora grazie alla nostra fede, anche se vediamo che gli accordi di Dayton continuano a produrre nuove tensioni», spiega il cardinale Puljic. Il suo ausiliare è ancora più netto: «Più della guerra, la cosiddetta pace imposta con gli accordi di Dayton, e il modo del tutto arbitrario con cui viene implementata, ha causato e sta causando conseguenze irreparabili.

Infatti, con questa “pace” la cosiddetta comunità internazionale, che anche oggi ha il potere assoluto, è riuscita a fare ciò che i padroni della guerra non hanno potuto fare, e cioè dividere il nostro Paese secondo il principio etnico e distruggerne il tessuto interetnico, interculturale e interreligioso. Avendo sancito i risultati ottenuti con la disumana pulizia etnica e quindi il diritto del più forte, essi hanno approvato l’ideologia folle secondo cui la vita tra i diversi non è possibile. Ciò, secondo me, equivale a dire che la pace non è possibile!».

Le ferite, il massacro di Srebrenica, che il cardinale Puljic definisce come «la più grande vergogna del secolo scorso, accaduta davanti agli occhi del mondo e nonostante si continuasse a ripetere che un genocidio non doveva più accadere», pesano sul futuro di tutti i Paesi dell’ex Jugoslavia. Una tragedia che «è stata possibile grazie all’assenza assoluta di valori etici dalla vita della società», insiste monsignor Sudar. «Certamente un ruolo importante lo ha giocato la memoria storica delle ingiustizie subìte e mai digerite. Dove tutti sottolineano solo le proprie sofferenze e non riconoscono quelle degli altri, le tragedie umane e nazionali risultano una normalità».

Ma a queste tragedie non ci si può rassegnare e, anche se «ogni guerra lascia conseguenze durature, sappiamo che il male, come ci ricorda sempre  papa Francesco, non ha l’ultima parola. In guerra», conclude il vescovo ausiliare di Sarajevo, «si rafforza anche il bene, che non permette la vittoria assoluta e definitiva del disumano e del diabolico. Io ho visto tanto bene in quegli anni, forse le più belle manifestazioni di bene le ho vissute proprio durante la guerra. Il bene è quella forza tenace che, alla fine, smaschera il male, dimostrando che Dio non ci abbandona mai».  


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