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domenica 29 maggio 2022
 
 

Sei Nazioni, dove la palla ha un'anima

04/02/2012  Andrea Lo Cicero, giocatore storico della Nazionale di rugby, e il nuovo allenatore Brunel ci parlano dell'Italia, dei suoi obiettivi e della grinta per raggiungerli.

Ha imparato l’italiano, in men che non si dica: “Dieci settimane e una quarantina di ore di lavoro con un’insegnante. Ma sono francese, dunque latino: non era così difficile”. Poi, ha pensato bene di imparare pure l’inno di Mameli, per cantarlo prima di ogni partita, la prima volta a Parigi, in Francia, il suo Paese: “Alleno l’Italia, è giusto cantarlo. Non lo conoscevo, ho pensato fosse logico impararlo”.


     Il nuovo corso dell’Italia ovale parte da lui, Jacques Brunel, 23 anni da tecnico, sempre in Francia, prima della chiamata italiana. Imparata la lingua, così come le parole dell’inno, tocca insegnare rugby a chi ha fatto passi da gigante ma resta dietro le grandi d’Europa: “Non conosco altra ricetta che il lavoro: dobbiamo insistere su alcuni aspetti, crescere sul piano dell’intensità e della velocità”. Per arrivare dove? “A vincere, un giorno, il Sei Nazioni. Ma, soprattutto, fare in modo che alla vigilia di ogni torneo si possa dire: sì, l’Italia quest’anno può vincere”. 

     Questione di mentalità, forse. Che chi è abituato a vincere sa come inculcare: “Il rugby è educazione, modo di vivere e lavorare. Il tutto, stando insieme. La capacità di lavorare insieme agli altri è il segreto di tante cose, nel rugby come nella vita di ogni giorno. Da soli non si fa nulla, col gruppo si può arrivare ovunque”. La prima volta, per lui, fuori dalla Francia: “Un’esperienza da vivere, una sfida da affrontare. Hovissuto 23 anni da allenatore, ho lavorato per 5 club differenti, sono stato per 6 anni nello staff della nazionale francese. Era giusto cambiare, per provare qualcosa di nuovo. Appena arrivata la chiamata, non ci ho pensato su un attimo”. 

     Una sfida importante, di grande responsabilità. Perché l’Italia i suoi passi in avanti li ha fatti già da tempo, resta da farne un altro, quello definitivo: “Sono qui per giocarmi questa chance, ma soprattutto per vincerla”. Come, si vedrà: “L’ho detto: intensità e velocità, i nostri aspetti chiave. Il rugby è sport particolare, per certi aspetti: devi giocare per vincere, non puoi farlo per non perdere. Ecco, questo dobbiamo tenerlo bene in mente”. 

     Mentalità, innanzitutto. E poi, materiale umano: “Quello non manca. In questi primi mesi in Italia ho girato dappertutto, tra Accademie e club di Eccellenza, oltre che seguire le franchigie. La questione importante è allargare la base, perche non possono bastare i giocatori delle franchigie per una nazionale che competa ad alti livelli con le migliori squadre d’Europa e del mondo. La collaborazione con le franchigie è di primaria importanza, ma bisogna pescare anche altrove. Di ragazzi interessanti ce ne sono, la mia prima Italia ne è una lampante dimostrazione”.

     Si parte da Parigi, contro la Francia. Un anno fa, ala Flaminio, una vittoria storica: “l’Italia fu brava a creare problemi a una Francia sottotono. A Parigi sarà più dura, non ci resta che provarci”. Poi, appuntamento con l’Inghilterra, stavolta all’Olimpico: “Una scelta importante. Tutte le nazionali giocano negli stadi più prestigiosi, anche l’Italia deve farlo. Poi, naturalmente, dovremo meritarci una platea del genere”.

Ivo Romano

Andrea Lo Cicero è di quelli che a Natale preparano di persona anche i tortellini, ma di rimpinguare la collezione di cucchiai di legno, il premio meno ambito dai rugbisti, non ne vuole più sapere: "D'ora in poi lavoro solo di forchette", ride e da vecchia guardia qual è sprona i compagni: "Dobbiamo dare l'anima su ogni palla, a costo di farci violenza: non basta fare il proprio lavoro, bisogna dare di più".


     Lo Cicero è un buono ma di quelli che sanno tirare fuori le unghie: "A chi scrive nei forum che Lo Cicero è vecchio e deve stare a casa rispondo che gioco ogni settimana ottanta minuti nel campionato francese, tra i più duri del mondo".

     E le motivazioni a 37 anni, altri due di contratto appena siglati, sono quelle del primo giorno: "Mi vengono dalla vita e dal club (il Racing Metro 92, n.d.r), se voglio giocare alla pari con i migliori".

     A chi gli chiede dov'è, a questo Sei Nazioni, la soglia del non rimpianto, risponde: "Quella che ti fa vivere ogni momento con felicità: il risultato ovviamente conta, ma anche perdere di poco dopo aver giocato benissimo contro avversari più forti dà soddisfazione. Vincere, però, di più". Nazioni avvisate...

Elisa Chiari 

De André, quando qualcuno per sbaglio gli dava del poeta, rispondeva: "Croce diceva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie, dopo solo i poeti e i cretini, nel dubbio chiamatemi cantautore". Ma la domanda qui è un'altra e non c'è nessuna auctoritas a smentirci: si può fare storia e letterature scrivendo di rugby?

     La risposta è sì, a patto di leggere Gli implaccabili (Edizioni Absolutely Free) di Giorgio Cimbrico, genovese ruvido anche lui. Letteratura impastata di fango, di storia non solo sportiva: insomma di cultura. Amare il rugby non è precondizione necessaria per leggerlo, anche se aiuta: amare le storie e le parole basta e avanza.

Elisa Chiari

 
 
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