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L’economista Sen: «Basta austerity»

02/02/2013  Il premio Nobel: “nessun Paese europeo può pensare di uscire dalla crisi da solo”. Il problema d'"avere l'unione monetaria monetaria senza quella fiscale e politica". Ora riforme.

Considerato uno degli intellettuali più autorevoli al mondo, Premio Nobel per l'economia nel 1998, Amartya Sen, 80 anni, ha tenuto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, una lectio magistralis sul rapporto tra felicità e disuguaglianze nell’ambito del Festival delle Scienze (http://www.auditorium.com/eventi/5419326).
Quest'edizione del Festival è dedicata proprio alla felicità e ha per logo un colorato emoticon, che è diventato il modo più immediato e diffuso di esprimere una sensazione di felicità nella nostra comunicazione con cellulari e posta elettronica.

L'economista indiano, professore ad Harvard, ha nell'Italia uno dei Paesi d'elezione, visto che nel 1973 sposò in seconde nozze Eva Colorni, figlia di Eugenio Colorni, filosofo socialista che insieme ad Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi elaborò nel periodo di confino, inflitto loro dal fascismo, il “Manifesto di Ventotene”, alla base dell'idea di un'Europa unita.

Si può essere felici però in paesi soffocati da politiche di austerità in cui lo sviluppo è bloccato e il tasso di disoccupazione raggiunge livelli sempre più preoccupanti? Sen, che parla ininterrottamente in piedi per un'ora appoggiato a un podio in plexiglass e riceve un applauso da rockstar, non ama proprio la parola austerity e non capisce come la gente abbia potuto accettarla supinamente come ineluttabile in gran parte d'Europa.

“Quando un paese adotta delle misure per risanare una situazione e fallisce, poi le adotta nuovamente e fallisce ancora, dovrebbe cambiare direzione, capire dov'è l'errore e correggerlo. In Europa questo non si è fatto, e le politiche di austerità hanno portato molti paesi al crollo” spiega Sen. Di riforme si avrebbe bisogno e invece di continuare a ragionare singolarmente, bisognerebbe pensare a un programma unitario di politica economica europea, perché “nessun Paese europeo può pensare di uscire dalla crisi da solo”. Alla radice della situazione che stiamo vivendo vi è “l'aver realizzato l'unione monetaria senza quella fiscale e politica”.

- E l'Italia cosa può fare per uscire dalla crisi?
"Troppa austerity, troppe tasse, troppi squilibri sociali hanno peggiorato la situazione. Ci sono le elezioni adesso e penso che il vostro Paese debba ripensare la propria economia ma anche dire la sua in Europa su come riformare la politica economica dell'Unione. Spesso le stesse persone che si oppongono all'austerity si oppongono anche alle riforme, come la lotta all'evasione fiscale e alla corruzione, ma sono due piani ben distinti.
Non trovo giusto che la Germania voglia imporre questa austerity, che ha fallito in Giappone e negli anni '30 negli Stati Uniti, ai Paesi mediterranei più deboli. La storia di questo paese dimostra che la riunificazione ha funzionato perché l'ex Germania dell'Ovest ha accettato un enorme sacrificio economico in nome dell'unità nazionale. L'Europa ora non si risolleva proprio perché manca il senso nazionalista che fa scattare la solidarietà."

- Manca la solidarietà tra le Nazioni europee e anche all'interno dei singoli Stati?
"I tagli selvaggi ai servizi pubblici imposti dalla politica attuale colpiscono le fasce più povere della popolazione. Le decisioni vengono prese sempre più da banche e istituzioni finanziarie o dalle agenzie di rating, che emettono sentenze e ordini unilaterali, mentre penso che gli europei dovrebbero essere più gelosi della propria democrazia. Occorre una politica basata sul dibattito tra leader politici e finanziari e sul consenso informato dei cittadini. La ripresa europea sarà possibile solo a condizione di affrontare queste fondamentali questioni."

- Cosa ci insegna la storia economica?
"Il modo più efficace di tagliare il deficit è di combinare la riduzione del deficit con una rapida crescita economica. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando sono arrivato in Europa per la prima volta, ho assistito a questo e qualcosa di simile è successo negli Stati Uniti sotto la presidenza Clinton. Anche la riduzione del deficit della Svezia dal 1994 al 1998 è avvenuta perchè affiancata da una rapida crescita, mentre oggi ai Paesi europei viene chiesto di tagliare mentre rimangono intrappolati in una crescita zero o addirittura con il segno negativo."

- Nel suo libro “Lo sviluppo è libertà” scrive che il livello di reddito non è un indicatore adeguato di aspetti importanti come la speranza di vita, la salute, la possibilità di trovare lavoro o di vivere in una comunità pacifica e libera dal crimine. Cosa pensa dunque degli “indicatori di felicità” ?
"Sono utili ma non bastano. È come se chiedessi “come stai” a qualcuno e mi si rispondesse 185. L'idea di avere a disposizione un numero per riflettere una realtà complessa non è soddisfacente.
In questo momento per esempio ho problemi alle gambe e sono affranto per la recente scomparsa di un caro amico, l'economista Luigi Spaventa e credo che nessun indicatore possa rilevarlo. Guai però se non facessimo questo esercizio di ricerca di indicatori del benessere, rimarrebbe solo il Pil, che certo non basta. Per questo non mi sono sottratto quando mi è stato chiesto di lavorare all'elaborazione dell'“Indice di sviluppo umano”, utilizzato, accanto al Pil dall'Onu dal 1993 per valutare la qualità della vita nei paesi membri. L'India, ad esempio, è due volte più ricca del Bangladesh, ma è molto più indietro sulla parità di genere."

- La felicità è soggettiva o oggettiva?
"La felicità è un meccanismo estremamente complesso che non può essere ricondotto ai meri processi utilitaristi, ma dev'essere compreso con uno sguardo molto più ampio. Il sentirsi soggettivamente felice è meno importante della felicità oggettiva, ovvero della qualità della vita che la gente di fatto sperimenta (salute, educazione, libertà, diritti, etc.).
Se guardo allo stato in cui versano molti Paesi, con particolare riferimento allo sconfortante dato relativo alla disoccupazione, capiamo che non può esistere distanza tra economia e felicità perché un paese con un altro tasso di disoccupazione, non è un paese felice."

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