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mercoledì 08 dicembre 2021
 
 

Se la famiglia va in crisi a Teheran

20/10/2011  "Una separazione", l'ultimo film di Asghar Farhadi è un ritratto della società iraniana condotto con realismo documentaristico, al di là degli stereotipi occidentali.

Il regista iraniano Asghar Farhadi.
Il regista iraniano Asghar Farhadi.

Nader e Simin, coppia iraniana della media borghesia urbana, si stanno separando: Simin, la moglie, vuole lasciare l'Iran e ha già i documenti pronti per farlo. Nader, il marito, non vuole andarsene dal suo Paese e da un padre anziano malato di Alzheimer verso il quale lui si sente responsabile. In mezzo, la figlia undicenne, Termeh, che si ritrova contesa dai due genitori, da due modelli di vita opposti, e osserva con senso di impotenza e dolore il disgregamento della sua famiglia. La situazione degenera quando Nader si ritrova davanti a un giudice per difendersi dalle accuse mosse contro di lui dalla donna che fa da badante a suo padre e il marito di lei, coppia umile, tradizionale, religiosissima.

Una separazione
, film del 39enne regista iraniano Asghar Farhadi (vincitore dell'Orso d'argento per la miglior regia con About Elly al Festival di Berlino nel 2009), è un ritratto vivido, lucidissimo della società iraniana e delle diverse anime del Paese. Sullo sfondo di un chiassoso tribunale di Teheran va in scena lo scontro fra due famiglie, distanti per ceto sociale e cultura, rese ancora più distanti dal castello di equivoci, menzogne e mezze verità costruito da entrambe le parti. La separazione alla quale il titolo si riferisce è, in primo luogo, quella tra Nader e Simin. Ma, in senso più largo, «è anche la separazione fra una figlia e i suoi genitori», spiega il regista, «fra un uomo e il padre malato, fra due ceti sociali, due mondi differenti, ma non necessariamente separati. La differenziazione è naturale. Ma quando non c'è più dialogo allora diventa scontro e litigio».

E osserva: «Credo che l'immaginario che l'Occidente ha costruito sull'Iran non sia corretto, ma non è colpa di nessuno. Molti mi chiedono se nel mio Paese sia ammesso divorziare. Non solo è ammesso, ma dico di più: l'Iran oggi ha il tasso più alto di separazioni. Quindi il problema da noi non è se si possa divorziare, al contrario è che si divorzia troppo». Farhadi conferisce allo spettatore un ruolo attivo e piena libertà di giudizio: nel film i fatti non vengono svelati e spiegati in anticipo; al pubblico viene lasciato il compito di scoprire gli eventi, leggere i dettagli e, nel contempo, maturare una riflessione, anche su ciò che è bene e ciò che è male. «Stabilire preventivamente chi è buono e chi è cattivo è un concetto superato», dice il regista, «decidere spetta a chi guarda il film».

Una scena del film "Una separazione".
Una scena del film "Una separazione".


Vincitore di due Orsi d'argento e dell'Orso d'oro come miglior film al Festival di Berlino 2011, Una separazione esce nelle sale italiane il 21 ottobre, in un momento in cui al cinema iraniano vengono inferti due nuovi durissimi colpi da parte del regime: la Corte d'appello ha confermato la condanna a sei anni di carcere e vent'anni senza fare cinema per Jafar Panahi, regista di fama internazionale, colpevole di aver espresso il suo aperto dissenso nei confronti del Governo di Ahmadinejad. E un'attrice iraniana, Marzieh Vafamehr, è stata condannata a un anno di carcere e 90 frustate per aver recitato in un film che denuncia le limitazioni imposte agli artisti da parte del regime. Farhadi commenta con una certa cautela: «Di fronte a circostanze del genere è difficile decidere cosa fare: stare zitto provoca un problema di coscienza, ma anche parlare apertamente rischia di incattivire le istituzioni e peggiorare la situazione dei condannati».

Farhadi ha scelto di continuare a vivere e lavorare in Iran, pur nella consapevolezza dei limiti e della censura imposti dalla Repubblica islamica a chi fa cinema e arte nel suo Paese. «Io posso anche andare all'estero a fare film se la sceneggiatura di una pellicola lo richiede», osserva, «ma se un figlio ha 40 di febbre e piange nel letto uno che fa, esce dalla stanza e chiude dietro di sé la porta?». Riguardo al modo di fare film e reperire fondi in Iran, spiega: «Fare cinema nel mio Paese non è costoso come qua in Europa. Ci sono i fondi statali per girare film ovviamente in sintonia con le indicazioni e le direttive del regime; e poi c'è il settore privato, che permette più libertà, ed è la strada che seguo io». Quanto ai suoi film e ai possibili dissidi con le autorità, Farhadi taglia corto: «Ovviamente una parte dell'establishment non è d'accordo con il tipo di film che faccio; ma del resto se tutto l'establishment lo fosse mi preoccuperei. E comunque, fare il regista per me è una scelta, non mi è stato imposto da nessuno. E anche se il quadro istituzionale in Iran fosse diverso i miei film non cambierebbero: il cinema che faccio rimane questo».

 
 
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