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Quel maglione macchiato di sangue che lo spinse in politica

31/01/2015  Il delitto del fratello Piersanti, ucciso dalla mafia nel 1980, ha segnato la sua vita. Figlio del cattolicesimo democratico, dopo il delitto Moro volle restare in Sicilia per riscattare l'Isola e preparare, in silenzio, la "primavera di Palermo". Fino alle dimissioni da ministro per la legge Mammì nel governo Andreotti

Quel maglione bagnato del sangue di suo fratello Piersanti ha segnato la sua vita e inchiodato la storia di Sergio Mattarella alla tradizione migliore prima della sua famiglia e poi del cattolicesimo democratico italiano, cioè la fede profonda e la consapevole responsabilità di un credente di riversare nell’impegno culturale e politico la sensibilità per il bene comune e per le regole della democrazia.
Comincia con una tragedia che spezza la vita di Piersanti, il giorno dell’Epifania del 1980, il dovere di Sergio Mattarella.
Il fratello gli muove tra le braccia su un auto della polizia che corre verso l’ospedale e il sangue macchia il maglione. Bisogna partire da qui, da quel suo fratello amico di Aldo Moro, ucciso due anni prima dalla Brigate Rosse, e dalla famiglia dei Mattarella, per capire le radici forti della responsabilità e soprattutto del vincolo morale assunto nei confronti dello Stato e dei cittadini da cui adesso diventa il dodicesimo presidente della Repubblica.

Era una famiglia di democristiani con la schiena diritta, cattolici con la passione della politica vera. Il padre Bernardo si iscrisse al partito popolare nel 1919, sopportò manganellate fasciste e olio di ricino. Teneva una corrispondenza con don Luigi Sturzo, in esilio in America. Poi ministro per molte volte, la casa romana frequentata da De Gasperi, Aldo Moro, Montini, La Pira. Ma è il fratello Piersanti a seguire le orme paterne nella Dc di Aldo Moro, cattolicesimo sociale e politico convinto e appassionato

Il 9 maggio 1978 Piersanti Mattarella era a Roma e fu tra i primi ad accorrere a via Caetani e guardare con occhi inorriditi quella Renault rossa che conteneva il corpo del suo maestro. L’anno dopo Benigno Zaccagnini gli propose inutilmente di candidarsi alle elezioni politiche, perché aveva identificato in lui, ricorda Pierluigi Castagnetti, insieme ad altri dirigenti democristiani il successore dello statista “di cui era stato devoto discepolo”.
Ma lui preferì restare in Sicilia per continuare un’opera politica di riscatto dell’isola a cui si era applicato colpendo con norme e regole gli interessi del contropotere mafioso. Il delitto Mattarella, come il delitto Moro, fu un colpo al cuore dello Stato, assassinio politico e non solo mafioso, rimosso per anni, come dimostra il bellissimo libro di Giovanni Grasso, giornalista di Avvenire, recentemente pubblicato dalla San Paolo, nel quale si racconta quello che resta un mistero, nonostante i processi, con indagini che hanno coinvolto politica e mafia ed ondeggiato tra l’estremismo di destra e le cosche.

Sergio era molto legato al fratello e all’elaborazione siciliana di una corrente di cattolicesimo democratico che non aveva nulla a che fare con  la sinistra di base democristiana, opaca e poco limpida nell’isola, e che aveva le sue radici nel più puro moroteismo e nell’elaborazione di riforme istituzionali e politiche assai avanzate, come è sempre accaduto per le scelte di Aldo Moro.

Sergio Mattarella raccoglie l’eredità del fratello, ma non lo sostituisce. Insegna diritto parlamentare all’università. E’ quella la sua strada. Ma il cenacolo di studenti e di giovani professori lo incalzano. Lui tende alla riflessione, alla analisi, alla progettazione.
Gli studenti lo premono: “E lei professore che fa?”. Soprattutto lo sollecita un giovane collega Leoluca Orlando, che era stato il consigliere giuridico del fratello Piersanti. Da Roma arrivano altre pressione dagli uomini di Zaccagnini, quell’ “area Zac”, che non intendeva disperdere il patrimonio politico della lezione di Aldo Moro.
E quando Ciriaco De Mita, il segretario che è succeduto a Zaccagnini, gli offre un posto nella lista per le politiche del 1983 Sergio Mattarella raccoglie l’eredità di Piersanti, ma soprattutto di Aldo Moro. Salta il cursus honorem, cioè l’ordine sequenziale della trafila politica tradizionale dal locale al nazionale, ma non si chiude in una corrente.  Sta a sinistra, come stava Moro, stesso stile riflessivo, stessa intelligenza sistematica, stessa sobrietà, poco clamore, nessuna esuberanza, stessa passione per la riforma del partito e l’innovazione politica, soprattutto in Sicilia.

De Mita lo capisce e lo manda commissario a Palermo per rimettere in piedi una Dc sconvolta e una città in ginocchio. E’ lui insieme a  Leoluca Orlando a tentare il riscatto per dar seguito all’opera di Piersanti, punto di riferimento inevitabile.

La “primavera di Palermo”, la prima esperienza di Giunta anomala aperta ai comunisti e ai verdi, nasce così e Mattarella ne fu più di uno dei padri, il più silenzioso. Fin da allora è stato stato sempre attento ai dettagli, per i cui ha acutezza di osservazione, alle mediazioni anche le più impossibili, al garbo nel porre i problemi e contemporaneamente alla fermezza estrema sui principi, sui valori e soprattutto sulle regole. Nelle istituzioni entra direttamente dalla porta principale.

E’ Leopoldo Elia ad osservare e a scegliere nella brigata di giovani democristiani della tradizione cattolico democratica i migliori. Leopoldo Elia, presidente della Corte Costituzionale nel 1981, era stato consigliere saggio e ascoltato di Aldo Moro, punto di riferimento fondamentale per i cattolici democratici italiani.

Mattarella, quando morì nel 2008, scrisse su “Europa” di Elia come di un “maestro”. Da Elia ha preso molto, stesso stile asciutto e tenace, stessa passione per la riforma delle regole nel rispetto totale della Costituzione, ma anche equilibrio e coraggio e poi disponibilità infinita a riflettere e ad approfondire, a non dare mai nulla per scontato, stessa mitezza e stessa solidità e dirittura morale.
Elia è stato il talent scout di una generazione di cattolici democratici nella Dc che sono diventati ministri e sottosegretari, perché avevano coordinate generali comuni, passioni e capacità di analisi  e passione per la responsabilità maggiore che ha chi sceglie la politica. Sergio Mattarella fu uno di loro, scientificamente, oltre politicamente valente, uomo che sa scrivere e leggere, capacità oggi non così frequente e normale, le leggi.


Non è mai stato un protagonista di alcunché di mediatico, né un polemista personale. Quasi nessuno ricorda il suo ruolo di equilibrio e di lucidità nella Commissione nazionale della Dc che si occupò della P2. E quasi nessuno ricorda il rapporto stretto tra lui e Roberto Ruffilli, l’uomo delle riforme della Dc, ammazzato anch’egli dalle Brigate Rosse. Anche la storia delle sue dimissioni per protesta contro la legge Mammì sulle frequenze tivù  non ha soltanto una ragione politica polemica, che oggi viene accreditata come esclusiva e liquidata in fretta come antiberlusconismo preventivo da parte di Mattarella.

Il problema che pose Mattarella, ministro della Pubblica Istruzione nel VI governo Andreotti, insieme all’intera delegazione della sinistra Dc, era prima di tutto di regole e cioè che non si poteva con un decreto legge e la successiva fiducia su di esso alle Camere, violare una direttiva comunitaria. Era un principio inammissibile dal punto di vista istituzionale. Così Mattarella si dimise, insieme ad altri quattro ministri (Martinazzoli, Fracanzani, Misasi e Mannino) e a 13 sottosegretari.

La loro fu una decisione che associò alla scelta politica la solidità di argomentazioni giuridiche e istituzionali nel rispetto assoluto delle regole. Ora Sergio Mattarella sale al Colle, spazio e sigillo della Suprema Magistratura della Repubblica. E con lui sale Piersanti e soprattutto sale Aldo Moro, martiri politici, cattolici e democratici, anche per ricordare al Paese che della loro lezione non va mai persa la memoria.


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