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domenica 05 dicembre 2021
 
Sermig
 

A Napoli, per cambiare il mondo

27/09/2014  Il 4 ottobre, nel capoluogo campano, il quarto appuntamento mondiale dei Giovani della Pace, organizzato dal Sermig di Torino. «Il problema», afferma il fondatore Ernesto Olivero, «è che tutti parlano delle nuove generazioni ma nessuno dà loro spazio. Questo grande evento nasce dalla mia convinzione che non abbiano la forza per cambiare questa situazione di crisi in cui stanno vivendo: solo il mondo degli adulti, ascoltandoli, può imprimere una svolta»

Nel grande ufficio che si affaccia sul cortile interno, tra il pergolato d’erica e la scritta "La bontà è disarmante", nulla è cambiato. Il tavolino è come sempre ingombro di libri e progetti. Ma un punto di colore azzurro intenso attira lo sguardo: un piccolo volume, ancora fresco di stampa. “Prego, lo legga”, dice Ernesto Olivero. Sulla copertina c’è scritto La gioia di rispondere sì (ed. Priuli e Verlucca), è la Regola del Sermig: «Volevo intitolarlo Il piacere di rispondere sì – spiega –, ma ormai il termine “piacere” è sempre associato a qualcosa di negativo e vizioso, invece per noi è un “sì” che dà vita, che ci rende liberi di amare con un cuore condiviso».
Olivero non ha bisogno di presentazioni. La sua eredità va ben oltre quelle 230 pagine, la si legge negli occhi e nelle azioni di quanti ha accolto, ascoltato, pregato per loro. Ma ogni volta ci tiene a raccontare dall’inizio la sua storia, perché l’unico modo per capire il Sermig è comprendere cosa ha significato quell’epoca di violenta contestazione che sono stati gli anni Sessanta.

Lo scorso 16 settembre, mezzo secolo dopo, monsignor Cesare Nosiglia ha consegnato lo Statuto della Fraternità con cui il Servizio Missionario Giovanile – che nel 1983 ha trovato casa all’Arsenale della Pace nel cuore di Porta Palazzo –viene riconosciuto come associazione di fedeli dell’arcidiocesi di Torino. Che significato ha per il Sermig?
«Io ho sempre vissuto quello che la Provvidenza mi ha dato, con uno scopo molto preciso: fin da subito abbiamo capito che stavamo entrando in sintonia con Dio in un modo particolare e non abbiamo mai cercato scorciatoie, appoggi. Mi sono detto: “Sto portando avanti una Sua opera, il Signore ci farà riconoscere quando Lui vorrà”. L’arcivescovo, che ha voluto scoprire nel profondo la nostra realtà, ha messo un bollo ufficiale, ma per me non è cambiato niente perché interiormente avevo già la certezza di aver fatto una scelta giusta, altrimenti sarebbe stato impossibile portare avanti tutto questo. Non voglio sminuire nulla, anzi: ma le conferme più importanti sono quelle che ci sono arrivate dall’alto attraverso i tanti uomini di Dio – santi, consacrati e non – che sono passati per questa casa d’accoglienza e di preghiera».

E dal punto di vista giuridico?

«Che la Chiesa accetti che un laico sposato sia l’animatore di questa comunità, è un’importante svolta. Già dieci anni fa l’allora cardinale Poletto aveva approvato la prima bozza dello Statuto, che serve a inquadrare le molteplici attività del Sermig affinché la sua gestione sia trasparente in ogni passaggio. Al di là di questo, però, spesso ripenso a quando nel 1964 ci hanno mandato via dall’Ufficio Missionario. Decidemmo di fare un mese di silenzio, eravamo sicuri che Dio ci avrebbe parlato. Poi, negli anni, ci hanno fatto sentire la loro vicinanza giganti come frère Roger di Taizé, Madre Teresa di Calcutta, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Dom Helder Camara. Nell’apparizione che quest’ultimo ha avuto nel 1986 la Madonna mi ha mandato un messaggio attraverso di lui: “Dì a Ernesto di mettere i giovani al primo posto”. E così è sempre stato. Tutte queste dimostrazioni di affetto e fiducia, però, non sono per noi una semplice vanteria, ma un piccolo segno del valore di ciò che abbiamo fatto prima a Torino e, in seguito, in Brasile e Giordania. Abbiamo messo in comune tutti i nostri averi, le nostre intelligenze, perché abbiamo sempre pensato che il Sermig dovesse mantenere il Sermig. Oggi costerebbe dai 200 ai 300mila euro al giorno: se la gente comune smettesse di aiutarci, chiuderemmo in tre giorni. La sigla “Casa della Speranza” ha fatto venire il mondo all’Arsenale, ma noi non abbiamo mai chiuso la porta in faccia a chi ci chiedeva aiuto, anche se abbiamo dovuto imparare a dire, con dolore, dei “no”. In tanti vengono qui dopo essersi già sentiti dire “non è di nostra competenza”. Ma cos’è di nostra competenza per noi cristiani? La risposta è “l’altro”».

Com’è nata la Regola?
«Negli anni Novanta conobbi don Luciano Mendes de Almeide, all’epoca presidente della Conferenza episcopale del Brasile, un Francesco d’Assisi con la testa di Platone. Tra ironia e concretezza, gli chiesi di scriverla per me, ma mi rispose che doveva essere il fondatore a cercare la chiave del cammino del Sermig, perché il Signore aveva dato a me questo dono. E le parole mi sono uscite di getto, in poco più di due ore. Con questo ragionamento: abbiamo ricevuto sofferenze inumane, chi ci ha dato la forza di non arrenderci? Ma abbiamo anche avuto successi straordinari, chi ci ha dato la forza per non montarci la testa? Amare con il cuore di Dio, la ricerca di una spiritualità che non è fatta solo di parole svolazzanti, essere trasparenti, mettere al primo posto i giovani: tutto questo è la Regola, che poi è il racconto della nostra vita. È una Regola per chi crede, per chi non crede, per chi crede di credere, per chi crede di non credere e per chi crede che la bontà porti pace. È vivere lo stupore, quello che non ti fa entrare nell’abitudine, perché quasi tutti gli amori muoiono per l’abitudine o perché diventano pretesa. Ma se continuano a stupirsi, avranno sempre uno sguardo nuovo, pronto ad accettare le sfide. Chiunque voglia vivere in buona fede, trova una casa qui da noi».

Questo è anche il messaggio che il 4 ottobre porterete a Napoli, al quarto incontro mondiale dei Giovani della Pace?
«Vogliamo far risvegliare la coscienza. Il problema è che tutti parlano delle nuove generazioni ma nessuno dà loro spazio. Questo grande evento nasce dalla mia convinzione che non abbiano la forza per cambiare questa situazione di crisi in cui stanno vivendo: solo il mondo degli adulti, ascoltandoli, può imprimere una svolta. Trent’anni fa, nella mia semplicità, già sostenevo che in Italia e in Europa avevamo un modello di vita il 30-40 per cento superiore alle nostre possibilità. Siamo cresciuti attraverso questo campanello d’allarme, attraverso le tragedie che hanno bussato alla nostra porta, attraverso le lacrime di chi è venuto a cercare rifugio nel cuore della notte, picchiato, insanguinato. Ecco perché la nostra cifra è la concretezza ed è questo che vogliamo trasmettere ai giovani».

Dopo Torino, Asti e L’Aquila, l’appuntamento sarà in piazza del Plebiscito. Di cosa si parlerà?
«Ci sarà un primo momento di dialogo dedicato a tutti i perseguitati, con un pensiero speciale per le tre missionarie saveriane uccise in Burundi e ci affideremo alla protezione del cardinal François-Xavier Nguyên Van Thuán, perseguitato e imprigionato per 13 anni in Vietnam. Poi leggeremo una lettera del filosofo Norberto Bobbio e tra canti in africano e in arabo si alterneranno le testimonianze di chi è uscito dal tunnel della droga, di ex bambini-soldato, di chi in qualche modo è stato segnato dalla sofferenza ma ha scelto di non abbandonarsi ad essa. Infine, leggerò la mia “Lettera alla coscienza”, un testo dalla grande severità ma anche di grandi speranze, per tutti, laici e credenti. Abbiamo chiesto ai grandi – dal Papa al mondo della politica e dell’economia – di partecipare ma, per un giorno, di non dire nulla. Speriamo raccolgano il nostro invito e che imparino ad ascoltare, davvero».

 
 
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