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Signornò: 45 anni fa l'obiezione di coscienza divenne un diritto

15/12/2017  Il no alla naja: una lunga e travagliata una storia di non violenza che ha segnato l'Italia. E nel 1977 la Caritas firmò una convenzione con il ministero della Difesa.

Una manifestazione pacifista, a Roma. In copertina: un'immagine emblematica dell'obiezione di coscienza. Foto: archivio Famiglia Cristiana/(Mauro Vallinotto.
Una manifestazione pacifista, a Roma. In copertina: un'immagine emblematica dell'obiezione di coscienza. Foto: archivio Famiglia Cristiana/(Mauro Vallinotto.

Quarantacinque candeline per un compleanno di impegno non violento, solidale e costruttivo. Il 15 dicembre del 1972, dopo un lungo lavoro preliminare e dopo anni di lotte, veniva approvata la prima legge italiana che riconosceva l'obiezione di coscienza e istituiva il servizio civile. Quella legge, la n. 772/72 ha segnato un traguardo storico, consentendo a generazioni di giovani di vivere un'esperienza unica, al servizio della patria, ma senza armi. Tantissime le possibilità di impegno: dalla difesa dei più poveri al lavoro accanto alle persone ammalate o disabili, dall'aiuto ai ragazzi in difficoltà fino alla promozione della cultura e alla difesa dell'ambiente. Oggi, quarantacinque anni più tardi, è tempo di bilanci. E' tempo di guardarsi alle spalle, per rileggere un cammino entusiasmante, benché tutt'altro che semplice (si pensi alle tensioni dell'ultimo decennio, con annate di fondi ridotti a lumicino, tanto da mettere in discussione la sopravvivenza stessa del Servizio). Ma è anche tempo di guardare avanti, con proposte capaci di dare slancio alla cultura della difesa non violenta: spicca una proposta di legge di iniziativa popolare, oggi sostenuta da firme autorevoli e voci storiche schierate per il disarmo. Centrale l'apporto del mondo cattolico.

 

Una manifestazione di obiettori di coscienza al servizio militare della Caritas.
Una manifestazione di obiettori di coscienza al servizio militare della Caritas.

«Avevo 20 anni quando mi affacciai al mondo Caritas, grazie alla presenza di alcuni amici che stavano facendo l’esperienza dell’obiezione di coscienza: il desiderio di costruire la pace, una difesa alternativa, il servizio agli ultimi hanno assunto per me il volto di tanti altri che mi hanno preceduto e consegnato uno stile». Parla don Adolfo Macchioli (direttore Caritas Diocesana Savona Noli), in una testimonianza pubblicata dal mensile “Italia Caritas”. «Il nostro tavolo era aperto a senza dimora, immigrati, persone in difficoltà che passavano dagli uffici e avevano bisogno di un pasto al volo. Mi resi conto che non basta “fare servizio” ai poveri: condividere la mensa è condividere un pezzo di vita, di cammino». Come lui, circa centomila giovani, a partire dal giugno del 1977 (quando la Caritas stipulò una convenzione con il Ministero della Difesa) hanno potuto toccare con mano che cosa sia la povertà, ma hanno anche provato a fare qualcosa per rendere più umana la vita di chi vive ai margini. Un'esperienza capace di lasciare il segno.

Dopo anni di buio totale, oggi il terzo settore sembra poter guardare al servizio civile con maggiore fiducia. E con qualche speranza in più per il futuro. «Siamo alla vigilia di una nuova fase, introdotta dalla legge del 2016, che ha ribattezzato il servizio civile come “universale”» scrive Diego Cipriani, voce storica di Caritas Italiana. «È un impegno importante, quello che lo Stato ha preso nei confronti dei propri giovani: significa che il servizio civile non è destinato a rimanere residuale nell’agenda del paese. Per questo occorre non solo che lo stato assicuri le risorse necessarie perché un tale nuovo servizio civile sia effettivamente alla portata di tutti, ma che anche gli enti siano messi in grado di fare sempre meglio la loro parte, secondo un genuino spirito di sussidiarietà. Anche in questa nuova fase le Caritas ci saranno».

 

Tornando al clima del 15 dicembre '72, molti tra i giovani di quegli anni ricordano le lotte perché il servizio civile non fosse bollato come “diserzione”, ma venisse riconosciuto come difesa alternativa della patria. Oggi, seppur in un clima molto mutato, c'è chi continua a lavorare per una cultura della pace e dell'impegno solidale. Nel 2014, grazie alla campagna “Un'altra difesa è possibile” è iniziato un percorso che punta a introdurre nelle nostre istituzioni la “Difesa civile non armata e nonviolenta”. E' stata presentata una legge di iniziativa popolare che è poi stata recepita dalle Camere. Ora i movimenti chiedono che, in queste ultime settimane di lavori parlamentari, si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per porre le basi di una discussione da proseguire nella prossima legislatura.

La proposta è molto articolata. Prevede, tra l'altro, «la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

A sostegno di questa iniziativa, esce, oggi, un'editoriale firmato da voci storiche e autorevoli del mondo non violento. Tra loro, i religiosi Alex Zanotelli (direttore della rivista “Mosaico di pace”), Efrem Tresoldi (direttore di “Nigrizia”) e Mario Menin (direttore di “Missione Oggi”).  «Vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare» scrivono i firmatari, nel loro appello «La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti, ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».  

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