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giovedì 20 gennaio 2022
 
 

Sgarbi: «Condanna esagerata, a volte abbelliscono le città»

01/10/2013  «Se li avessero condannati a pagare tremila euro di multa obbligandoli a pulire quello che avevano sporcato andava benissimo, era equo», spiega il critico d'arte, «c'è una sproporzione enorme tra la colpa e la pena. A volte, se disegnano su un edificio brutto di periferia lo rendono più bello».

 «Ieri a Palermo hanno assolto il senatore del Pdl, Antonio D’Alì, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa».

Vittorio Sgarbi, e questo cosa c’entra con i due graffitari condannati a Milano per associazione per delinquere?
«Voglio dire che anche la sentenza sui writers, per altri versi, è scioccante. C’è uno stato febbrile della giustizia che esonda dalla propria funzione, c’è un’esagerazione nella pena: un caso che doveva essere punito con una multa diventa associazione per delinquere. Vale per i writers e vale anche per Berlusconi: ma lei conosce al mondo una sola persona che dà 7 miliardi di euro al mese a sua moglie?».

Adesso tiriamo in ballo pure Berlusconi. Torniamo ai graffitari
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«Ripeto: il tema fondamentale è che c’è una sproporzione enorme tra la colpa e la pena. Se tu rubi una mela e ti danno 10 anni di carcere è chiaro che diventi una vittima. Se tu imbratti i muri invece di farti pagare 5 mila euro di multa ti condannano per associazione a delinquere. È assurdo. Per D’Alì chiedono 7 anni di carcere e poi si scopre che la mafia non c’entrava nulla. Voglio dire, sono tutti episodi che fanno capire che la magistratura non deve essere riformata ma è popolata di matti, non nel senso berlusconiano della parola ma nel senso che prendono in mano una questione e hanno un sadico piacere di condannare o di inventare pene. La condanna per associazione a delinquere per questi graffitari è fuori dalla norma. Poi magari una persona che ha martellato in testa qualcuno si trova a piede libero».    

Insomma, si poteva essere più clementi. I due erano anche rei confessi.
«Non è questione di clemenza. Se li avessero condannati a pagare 3mila euro di multa obbligandoli a pulire quello che avevano sporcato andava benissimo, era equo. Il problema è la sproporzione, l’infierire con una condanna che è esorbitante rispetto alla colpa. Sono fenomeni di alterazione del diritto e di violenza al buonsenso».

Quando faceva l’assessore a Milano tra lei e i graffitari c’era molto feeling, vero?

«Avevo valutato l’opportunità di “regolamentare” l’arte di strada. Se un writer disegna qualcosa su un muro di un edificio costruito di recente e magari anche un po’ brutto, specie se si trova in certe periferie urbane, evidentemente quell’edificio non può che essere abbellito da quel disegno. Se invece lo fanno su un edificio del ‘500 o del ‘600 è chiaro che diventa un atto di vandalismo».

Ogni tanto vine fuori la proposta di istituire una sorta di “albo” comunale dei graffitari. Come la vede?

«È inutile, l’arte deve essere libera. Bisogna trovare degli spazi pubblici dove queste persone possano esprimersi liberamente e dentro la legalità come abbiamo fatto ad esempio al Pac (Padiglione d’arte contemporanea) a Milano. Ma la questione è complessa perché l’azione stessa dei writers  è un’azione di rottura e di trasgressione solo che in alcuni casi diventa vandalismo. Bisogna limitare l’azione vandalica e lasciare libertà d’azione»

 
 
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