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Sgarbi: «Chiudere il Mandralisca è una follia»

01/08/2013  Il critico è stato uno dei primi a lanciare l'allarme sulla chiusura del museo di Cefalù che custodisce il "Ritratto dell'ignoto marinaio" del grande pittore siciliano. «È una follia», dice, «lì è custodito il simbolo stesso della sicilianità».

«Crocetta (il presidente della Regione Sicilia, ndr) dice che mi ha telefonato ma io non ho visto nessuna chiamata; neanche l’assessore regionale alla Cultura, che il mio numero ce l’ha, si è fatto vivo. Mi ha chiamato il presidente del Consiglio regionale ma non ha fatto cenno alla questione. A questo punto spero proprio che se ne rendano conto che chiudere il Museo Mandralisca di Cefalù è una vera e propria follia».

Dopo aver lanciato l’allarme sull’imminente chiusura di uno dei siti artistici più importanti della Sicilia puntando il dito sul governatore Rosario Crocetta,Vittorio Sgarbi attende paziente che qualcuno lo chiami. « Non è una mia supplica in nome dell’arte», chiosa, «ma una cosa illogica e assurda».

Perché?

«Capisco che ci sono mille problemi che la Sicilia deve affrontare ma questo del Mandralisca non si affronta chiudendolo. Con le migliaia di turisti che arrivano a Cefalù ogni anno bisognerebbe creare una sorta di percorso tra il mosaico della Cattedrale e il museo che custodisce uno dei più importanti dipinti del Rinascimento italiano, il Ritratto dell'ignoto marinaio di Antonello da Messina: un vero e proprio simbolo, artistico e antropologico, dell'uomo siciliano».

In che senso incarna la “sicilianità”?
«Perché, semplicemente, ne ha tutte le caratteristiche. È una metafora del farabutto, che non è un insulto. Il farabutto è uno che ha più potere di te, che fa il bene suo e il male agli altri, è colui che esercita un potere che tu ritieni invadente. Quel quadro, peraltro ha una caratteristica particolare».

Racconta.
«Quando ho curato l’allestimento della mostra sul male a Torino volevo rappresentare la reazione del credente davanti a questo fenomeno. Ci sono, infatti, delle predelle nei dipinti del Trecento e del Quattrocento in cui si vede che la figura del diavolo è graffiata dal devoto il quale se ne frega se l’opera sia di Giotto o Cimabue. Il fedele, molto semplicemente, vede raffigurato il diavolo con le corna e ne graffia l’immagine. L’opera che più di tutte rappresenta questa condizione-reazione in chiave non religiosa ma laica è proprio il Ritratto dell’ignoto marinaio di Antonello. Dalla luce radente si vede che ha 16 graffi inferti con una specie di chiodo perché evidentemente qualcuno, vedendolo, ha voluto esorcizzarlo, riconoscendo in quella faccia di farabutto il farabutto per antonomasia. Il male, quindi, non è il danno subito dal quadro ma la reazione furiosa di chi ha visto in quel sorriso beffardo il significato di una sopraffazione, di una prepotenza e, per reazione, ne ha graffiato l’immagine. In un certo senso questo ritratto diventa il prototipo del personaggio capace di farti qualunque furbizia. È qualcuno che ha potere su di me, che mi fa una prevaricazione. Il paradigma di questo dipinto è che rappresenta una persona che sorride compiaciuta, quasi beffarda, del male che ha fatto ed è capace di fare. Una sottigliezza psicologica straordinaria che solo un grande come Antonello poteva rappresentare in maniera così magistrale».

È ottimista sul futuro del Museo?  
«Una città bellissima come Cefalù non si può certo “castrare” con la chiusura di uno dei suoi edifici più insigni. È un’azione insensata e autolesionistica dal punto di vista storico, culturale, turistico e anche simbolico. È un museo sui cui era importante investire, fossi stato sindaco io lì (Sgarbi si era candidato alle elezioni del 2012 ma era ineleggibile, ndr) non avrebbe mai chiuso. Non bisogna dimenticare che il fondatore del Mandralisca, il barone Enrico Piraino, volle collegare le collezioni d’arte alla formazione dei cittadini attraverso l’istituzione, oltre al Museo, anche di un Liceo e di una scuola serale. Un obiettivo nobile dal punto di vista pedagogico e culturale. Una storia così prestigiosa non merita di finire così».  

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