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mercoledì 01 dicembre 2021
 
Islam
 

Shaari: hanno preso in ostaggio la nostra religione

18/11/2015  Parla il direttore del Centro di cultura islamico di Milano: "Chi uccide in nome di Allah non è musulmano"

(Nella foto in alto: Abdel Hamid Shaari. In copertina: la protesta di donne islamiche contro l'Isis a Mumbai, in India)

«Siamo anche noi in guerra contro i terroristi. Questi signori hanno sequestrato la nostra religione», dice Abdel Hamid Shaari
, che vive da 50 anni a Milano ed è il direttore dell’Istituto culturale islamico. È un volto storico dell’Islam ambrosiano; fino a pochi anni fa, prima del trasferimento al Palasharp, molti milanesi ricordano i fedeli di viale Jenner in preghiera sui marciapiedi perché la capienza della sala non bastava. L’Istituto è conosciuto anche perché al centro negli anni di alcune indagini, come quella conclusasi con il rimpatrio in Egitto dell’imam Abu Imad, accusato di collegamenti con il terrorismo internazionale. Un personaggio, Imad, che però non rappresentava la linea del Centro, ben espressa da decenni invece proprio da Shaari. Quando giovedì a Milano è stato accoltellato un ebreo (sono in corso indagini sul movente) e la comunità ebraica ha espresso la paura del dilagare della violenza antisemita sul modello dell’Intifada dei coltelli, Shaari ha subito detto: «Condanniamo senza se e senza ma quanto è accaduto. Come comunità chiunque viene aggredito ha la nostra solidarietà, se è ebreo ancora di più». Di fronte agli attentati di Parigi, dice, «chi uccide nel nome di Allah non è musulmano». 
Chi sono i terroristi che hanno colpito a Parigi?
«Sono assassini che usano il nome di Allah in modo blasfemo. Esprimiamo la totale solidarietà ai parigini e ci sentiamo colpiti quanto loro, uniti al loro dolore. Certo non vanno considerati musulmani: uccidere un indifeso vuol dire mettersi al di fuori della comunità islamica». 
Eppure hanno ucciso gridando “Allahu Akbar” (“Dio è il più grande”).
«Hanno bestemmiato. Chiunque può appropriarsi di una frase e ripeterla. Non basta urlare due parole per definirsi musulmani. Con forza e nettezza diciamo che quei vigliacchi non sono musulmani, non hanno diritto per definirsi musulmani. Noi della comunità islamica dobbiamo affermarlo, chi non è musulmano ci aiuti non facendo il loro gioco». 
Cosa vuol dire fare il loro gioco?
«Dire che una piccola minoranza di assassini abbia il diritto di appropriarsi della religione di un miliardo e mezzo di persone. Sostenere “i musulmani sono terroristi” è quello che vuole il delirio estremista. Noi che siamo contro l’Isis – musulmani e non – dobbiamo stare uniti, combattiamolo insieme».
Eppure, anche in Europa, non è assente il fenomeno dei foreign fighters…
«Si tratta di ragazzi attirati dalla violenza, dalla guerra come possibilità per dare sfogo alla violenza. Predicatori eretici utilizzano l’islam per dare una patina ideologica, i “video dell’orrore” sono un subdolo ma potente richiamo. Il reclutamento è sul Web, la “formazione” avviene in solitudine, non nei centri islamici. Questi ragazzi fanno del bricolage religioso-identitario, individuano un nemico su cui sfogare la loro rabbia, vivono la loro avventura omicida come riscatto (anche mediatico), tenebrosa avventura, senso settario di appartenenza, delirio insurrezionale».  
Cosa pensa di chi titola “Bastardi islamici” o utilizza toni simili?
«Questo tasso di violenza verbale, purtroppo, non è una novità. Noi cerchiamo di dialogare anche con loro, anche se è difficile perché non sempre c’è la loro volontà di confrontarci in modo costruttivo. Ma noi non desistiamo, sarà un tratto della nostra pazienza orientale… ».  

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